<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211</id><updated>2011-10-06T12:02:13.524+02:00</updated><title type='text'>La Spirale Viola</title><subtitle type='html'>il cestone delle offerte dove non guardereste mai</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>59</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-179675594457148014</id><published>2011-07-13T22:11:00.006+02:00</published><updated>2011-07-13T22:12:54.978+02:00</updated><title type='text'>Lettere storte</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt; &lt;!--  @page { margin: 2cm }  P { margin-bottom: 0.21cm } --&gt; &lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mi hanno intitolato una sala. Biblioteca pubblica, salone centrale.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dovrei sentirmi onorato, ma non riesco a godermela del tutto: detesto questo tipo di onorificenze, e poi le mie spoglie sono già sotto terra da un bel po'. Ovviamente, non lo hanno fatto quando avrei potuto rispondergli a dovere, visto che nessuno mi filava di striscio. Nemmeno per un'opinione o una presenzucola al più insignificante degli eventi. Oggi i ragazzi vengono qui a studiare, vedono questa sequenza di lettere d'ottone appesa al muro e si fanno l'idea che io sia stato un fior di intellettuale servito e riverito, una celebrità dell'epoca. Invece, no.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ho passato buona parte della mia vita da semi-recluso, a scrivere libri che nessuno voleva mai leggere e tantomeno pubblicare. Anzi, mi davano dello scandaloso, del blasfemo, dell'artista da strapazzo, giudicavano le mie opere "scartafacci"... e poi, vent'anni dopo quello stupido incidente, o forse anche &lt;i&gt;grazie&lt;/i&gt; a quello stupido incidente, cambiati gusto clima e idee della gente, eccomi trasformato in talento inespresso, poeta incompreso, martire della letteratura contemporanea. Fanno convegni dove la gente si commuove solo a sentirmi nominare, si scodellano mie citazioni per giocare a fare i raffinati e fra i piedi c'è pure una casa editrice di luridoni che fa soldi a palate con i diritti sui miei lavori, recuperati tramite azzeccagarbugli.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Loro, però, non sanno che c'è dell'altro: poesie, racconti e pensieri scritti su tanti fogli sparsi, che avevo nascosto nel cassetto a doppio fondo della mia scrivania. Ora staranno marcendo chissà dove,  in qualche soffitta o nello studio di qualche intellettuale imbolsito, e mi dispiace non poterli andare a tirar fuori. Forse, però, è meglio così, visto l'uso che ne fanno: tanto, anche se li trovassero ci capirebbero poco, e finirebbero in mano a fior di farisei pronti a sdilinquirsi sul mio "eclettismo" e a etichettarmi come "geniale precursore delle principali correnti letterarie che sarebbero fiorite di lì a breve". Chissà, magari mi son anche già guadagnato due paragrafi in qualche burocratico manuale di letteratura, croce di qualche studente universitario al terzo anno.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ora dimoro in questa biblioteca pubblica da semplice spirito inquieto, come tutti gli altri che ci sono in giro (lo so che esistono, anche se non posso vederli). Perché se la gente DICE che dopo la morte "un autore continua a vivere nelle proprie parole", non è che debba per forza finire tutto lì. Da qualche parte dobbiamo pur saltar fuori, e non funziona proprio come diceva Dante. È un poco diverso, il meccanismo non l'ho capito bene nemmeno io. Una specie di contrappasso ci deve essere per forza, altrimenti non mi sarei ritrovato qui a guardare questi stupidi caratteri metallici (la "c" e "a" del mio cognome sono leggermente storte, la "d" è un po' ossidata) stampati sulla parete. Non so se questo faccia parte di uno speciale purgatorio riservato agli scrittori: ad ogni modo, chi ha deciso tutto questo - perché è impensabile, che una cosa così sia frutto del caso - l'ha escogitato proprio bene, e non posso nemmeno negare che abbia un certo gusto per lo humour. Unica cosa, dubito che sia il paradiso, me lo sono sempre immaginato molto più bello di così.  &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Sono uno spirito, e in teoria potrei prendere e andarmene dappertutto, ma non saprei proprio dove, e per quale ragione. Inoltre, la mia presenza avrà un perché, anche se non lo capisco: ci sarà ben un motivo per cui sono diventato il custode onorario del mio nome che hanno appeso lì, probabilmente perché ero nelle grazie di qualche politicante imbecille.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Nnon posso fare nulla per cambiare le cose, non posso prendere carta e penna e mettermi a scrivere, l'unica cosa che saprei fare bene. Non posso fare null'altro, posso solo vagare per l'aria di questa stanza davanti a queste lettere, magari sperando che non diventino più storte di così.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;I'd suggest: David Bowie - Space Oddity &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-179675594457148014?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/179675594457148014/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=179675594457148014' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/179675594457148014'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/179675594457148014'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2011/07/mi-hanno-intitolato-una-sala.html' title='Lettere storte'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-727761454996605762</id><published>2011-03-29T14:51:00.004+02:00</published><updated>2011-03-29T16:10:03.475+02:00</updated><title type='text'>Sunshine</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Fa ancora fresco, eppure è già primavera.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Qui, anche se ci abito, metà dell'edificio è ripiena di uffici: tutto è moderno, preciso, pulito, cemento e acciaio, controsoffitti, pannelli in finto legno. Mi dicevi sempre che c'era troppo grigio e troppo beige in questa palazzina inglese, che lasciava troppo poco spazio all'immaginazione: io ribadivo che non era vero, ma adesso forse mi rendo conto che avevi ragione. Allora guardo fuori dalla finestra e vedo che ha smesso di piovere, la giornata sta diventando bella, anche se è ancora un po' nuvoloso. Vedo i prati perfettamente rasati, vedo un po' di azzurro che non smette mai di sorprendermi, vedo il vento far volare via i petali dei fiori dalle piante.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Però sono lontano da casa, quella vera, e qui dentro non c’è nessun altro.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Sarà per quello che fino a pochi minuti fa pensavo a quale auto prendere, magari l’anno prossimo, quando avrò risparmiato abbastanza soldi con questo c***o di stipendio. Ti ricordi i discorsi che facevamo? Ti ricordi della Jaguar dei miei sogni? Ti ricordi come mi dicevi sempre di lasciar stare, perché usandola come uso io le auto, si sarebbe rotta dopo tre giorni? Ti ricordi quella gita a Swansea?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Lo so, sono troppe cose tutte insieme. Ma finora è stata una brutta giornata, e adesso, nonostante sia qui, da solo e libero da ogni impegno, non riesco a farmi migliorare l’umore. Potrei pensare a stasera, potrei mettere in ordine, potrei trovarmi qualcosa da fare o qualche posto dove andare. Ma non ci riesco, o non ne ho voglia. Potrebbe essere una giornata perfetta per stare con te, ma purtroppo non lo è. Non è possibile, e non lo sarà mai più.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Oh, guarda, un raggio di sole.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mi manchi.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Out of your mind: Laid Back - Sunshine Reggae&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-727761454996605762?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/727761454996605762/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=727761454996605762' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/727761454996605762'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/727761454996605762'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2011/03/sunshine.html' title='Sunshine'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-6283112862110331456</id><published>2011-03-13T19:54:00.000+01:00</published><updated>2011-03-13T19:54:43.359+01:00</updated><title type='text'>Continua e abbi fiducia</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Era una sera d'estate di qualche anno fa, credo fosse fine giugno o giù di lì - uno di quei fine settimana pieni di feste di paese, gruppi che suonano da andare a sentire, ecc. La serata era passata in modo tranquillo e carino in uno di questi posti, solo che il parcheggio stracolmo mi aveva obbligato a lasciare l'auto in un campetto distante circa cinque minuti a piedi, dove c'era qualche altra auto. Mi ero attardato un po' e alla fine di auto ce n'erano rimaste solo tre, fra cui la mia.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mentre cercavo la chiave in una delle 64 tasche dei pantaloni, avvertii un crepitio provenire da dietro la  macchina. Doveva essere un animaletto, un gatto, o qualcos'altro che si muoveva giù basso nell'erba. Spinto dalla curiosità, e nonostante il buio, mi avvicinai, riuscendo a vedere la sagoma di due orecchiette dritte che spuntavano fra steli e spighe. Era un coniglietto, bianco e non troppo grande. Sembrava piuttosto agitato; come se fosse fuori posto rispetto al suo solito. Trovarlo lì non era una cosa comune: animaletti del genere di solito si tengono a debita distanza dalle persone, figuriamoci poi di notte, con tutto quel movimento. Se ne stava a circa un metro e mezzo di distanza da me, agitando continuamente la testa. Appariva spaventato, e mi preoccupai quando pensai che se rimaneva lì, le altre auto avrebbero potuto schiacciarlo in qualsiasi momento. Mi avvicinai un pochino e riuscii a vederlo meglio - era un bel coniglietto bianco con l'occhietto sinistro contornato di nero e il pelo maculato. Non assomigliava affatto ai pseudoleprotti selvatici che mi capitava di vedere nei boschi della zona, ragion per cui pensai che dovesse essere scappato, o peggio, abbandonato.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Ehi!" dissi, "Che ci fai qui?" Il coniglietto sussultò e si allontanò di qualche metro. Non s'era spostato di molto, visto che potevo ancora sentire il fruscio dell'erba. Presi la torcia che avevo in auto e cercai di illuminare il terreno. Forse sarebbe scappato, ma tanto meglio: si sarebbe allontanato da lì e dal rischio di finire schiacciato.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Invece, lo trovai pochi secondi dopo, piatto piatto, che fissava la luce con gli occhi sbarrati e il naso che si muoveva velocissimo. Mi abbassai piano piano, cercando di allungare una mano per accarezzarlo, ma quando arrivai a una ventina di centimetri schizzò via, lasciandomi lì di stucco, nel silenzio più totale. Spensi la torcia, e pensai che beh, almeno s'era allontanato. Rimasi lì ancora un attimo per vedere se lo sentivo ancora, poi decisi di tornare alla macchina e andare via.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Combinazione volle che la sera dopo tornassi. Non ci avevo pensato più per tutto il giorno, mi era tornato in mente solo quando avevo dovuto posteggiare lì di nuovo. C'erano molte più auto della sera prima e pregai che se ne fosse stato alla larga. Al ritorno. mentre giravo la chiave nella serratura della porta, sentii di nuovo lo stesso crepitio del giorno prima. Mi girai, ed ecco spuntare di nuovo le stesse orecchiette.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Questa volta, non stava fermo; si muoveva in tondo, come se stesse cercando qualcosa.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Provai ad avvicinarmi molto più lentamente, per non farlo scappare, dicendo a bassa voce banalità tipo "Non scappare, non avere paura." "Vieni, vieni." Riuscii ad avvicinarmi solo di qualche centimetro in più poi, zing. Via.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Il giorno dopo ci ripensai parecchie volte. Perché si trovava là?, Perché non se ne stava ben lontano dalla gente e dal rumore, e quanto non era stato stato fortunato (o furbo?) a non finire schiacciato?  Non doveva essere un animaletto selvatico, da come si comportava era abituato alla presenza della gente. Non abbastanza, però, da fidarsi del primo sconosciuto che lo abbagliava di notte.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Visto che non riuscivo a smettere di pensarci, la sera stessa tornai là anche se non avevo intenzione di andare alla festa - arrivai piuttosto tardi, quando la maggior parte delle auto erano andate via. Mi dotai di una torcia a LED che avevo a casa, che emetteva un fascio di luce un po' più chiaro e meno accecante. Non mi aspettavo granché: per qualche strana variante della legge di Murphy, presentivo già che andando apposta a cercarlo, lui non si sarebbe fatto più vivo.   &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;E invece, dopo una decina di minuti a vuoto, nei quali incontrai solo un topolino dei campi e tanti insetti, sentii di nuovo lo stesso rumore, puntai la torcia e vidi una chiazza di pelo bianco che non lasciava dubbi. Dopo una breve ricerca, lo trovai acquattato nella stessa buchetta del giorno prima e del giorno prima ancora - sempre con le orecchie basse e il naso caricato come una molla, che andava su e giù in continuazione. Mi accucciai cercando di far luce senza accecarlo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Eccoti qua." dissi ancora, "vorrei capire cosa ci fai qui in giro. Non è il tuo posto, ci sono le auto."&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mi sentivo un po' stupido a parlare con un coniglietto bianco spaventato, sapendo benissimo che non poteva capire il senso di quello che dicevo e nemmeno rispondermi, ma che potevo fare altrimenti?  Questa volta aspettai molto di più, minuti interi, e avvicinandomi piano piano, riuscii ad arrivare a un mezzo metro di distanza senza farlo scappare. Ce l'avevo a portata di mano, sarebbe bastato allungare un braccio e l'avrei acchiappato. Ci provai, ma quando arrivai a poco più di cinque centimetri, zing. Via, e in un lampo fui di nuovo solo, al buio, con le solite beffarde cicale in sottofondo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Nei giorni seguenti il coniglietto diventò una specie di ossessione, e andai a cercarlo tutte le sere. Pensai addirittura di appendere dei cartelli per avvisare la gente della sua presenza, ma evitai perché poi pensai che tutti si sarebbero messi a cercarlo, e avrebbero rovinato tutto.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ogni giorno si ripeteva lo stesso copione: riuscivo a scovarlo nella solita buchetta, mi avvicinavo piano piano, allungavo il braccio, e poi quando arrivavo a cinque centimetri, via. Mancava sempre quell'attimo finale. Una sera provai a placcarlo con un tuffo degno del miglior Zenga, ma ottenni solo di fare una gran spanciata sulla terra. Un'altra sera provai ad attirarlo con delle foglie di tarassaco che avevo colto lì vicino, ma non voleva saperne. Però, prima di andarmene lo lasciai lì nella buchetta, e la sera dopo ne trovai solo dei pezzettini - segno che quantomeno, aveva apprezzato l'omaggio.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Visto che i risultati non miglioravano, iniziai a pensare di rassegnarmi. Però, se un'auto l'avesse schiacciato, o uno dei gatti delle case di campagna lì in giro lo avesse conciato per le feste? Non me lo sarei mai perdonato; alla faccia di tutti quelli che dicono "in fondo, è la natura".&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dopo l'ennesima serata di attesa e fuga all'ultimo secondo, mentre tornavo alla macchina innervosito, pensando davvero di piantarla lì, incontrai una luce che procedeva verso di me. Niente UFO o fenomeni paranormali - era solo un fanale da bici. A bordo c'era un vecchietto, che mi guardò un po' perplesso. Effettivamente, con la torcia in mano e i pantaloni sporchi di terra, non avevo certo l'aria di uno che tornava dalla festa.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Perso qualcosa?" mi chiese. "No, no, niente, cercavo.... un coniglietto qui in giro, ma niente...." risposi, convinto di fare la figura del pazzo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Quale, quello bianco con le macchiette nere sul dorso?"  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Ah!... Lo conosce pure lei?"&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Certo."&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"E' quattro cinque sere che lo vedo qui in giro... vorrei capire da dove viene... ho paura che venga schiacciato... sto cercando di prenderlo ma non ci riesco..." e in breve, gli raccontai tutta la storia della mia settimana di appostamenti. Ascoltò con calma tutto il mio racconto e alla fine scosse la testa.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Eh, non lo prenderai mai, se non è lui che vuole farsi prendere. Continua e abbi fiducia!" Disse, prima di salutarmi e andarsene.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Le estemporanee parole del vecchietto potevano avere un loro perché, e andai nel campo all'imbrunire, senza torcia, solo con una piccola pila tanto per avere un minimo di luce. Nella buchetta c'era la terra un po' smossa e il solito tarassaco mangiucchiato. Mi sedetti a gambe incrociate, con l'erba che mi arrivava al petto, e attesi. Passò parecchio tempo senza che sentissi nulla, nemmeno il solito fruscio. Poi, dopo quasi tre quarti d'ora, dopo un bel po' di viaggi mentali e sperando che non arrivasse qualcuno a chiedermi che cavolo stavo facendo, un musetto dall'aria familiare sbucò quasi d'improvviso. Resistetti alla tentazione di gettarmici addosso e non mi mossi. Lui si avvicinò, poi andò via, poi tornò, una serie infinita di volte, avvicinandosi a poco a poco, sempre di più, finché, non si avvicinò alla mia scarpa sinistra e iniziò ad annusarla. Poi passò alla gamba, ai pantaloni. Resistetti ancora alla tentazione di allungare la mano e mi maledii per non averlo fatto quando lo vidi allontanarsi, ma tornò ancora poco dopo. Questa volta, muovendo piano piano la mano, riuscii a sfiorargli il pelo del dorso senza farlo scappare.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Strappai un paio di fili d'erba poco lontano e glieli porsi. Dapprima li guardò con diffidenza, limitandosi ad annusarne appena la punta, poi abbozzò un morso. Entro breve, se li mangiò tutti.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Quando si avvicinò per vedere se riusciva a trovare altro da mangiare, riuscii a poggiargli una mano sul dorso e a prenderlo. Si irrigidì un attimo, quasi sorpreso, ma non provò a divincolarsi nemmeno quando lo presi finalmente in braccio. Ecco, non fu una scena da film, un miracolo da fiaba che sfida ogni scienza linguistica, ma ebbi la netta impressione si fosse reso conto che lo facevo per il suo bene. O chissà, forse era solo contento di andarsene da uno strano posto nel quale si era venuto a trovare per caso.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Restò per qualche giorno con me, poi pensai che fosse giusto trovargli qualcuno che gli dedicasse l'attenzione e l'affetto che meritava. Non fu un'impresa complicata, bastò spargere la voce fra amici e conoscenti. Un paio di settimane dopo venne a trovarmi una mia amica, insieme alla sua cuginetta, una tipetta vivace e intelligente che sentivo essere la persona giusta. Il giorno dopo se lo portò a casa, ovviamente dopo aver ascoltato tutta la storia. Dopo qualche tempo mi arrivò una mail con due foto di Billy, come l'aveva chiamato, in giardino, mentre mangiava un po' del suo adorato tarassaco. L'ho messa come sfondo, sul mio portatile. È bello poterlo rivedere, soprattutto nelle sere d'estate, quando mi metto a scrivere sulla veranda.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Nel parcheggio, mentre aspettate: Marvin Gaye - I Heard It Through The Grapevine&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-6283112862110331456?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/6283112862110331456/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=6283112862110331456' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6283112862110331456'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6283112862110331456'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2011/03/continua-e-abbi-fiducia.html' title='Continua e abbi fiducia'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-7309564489504712881</id><published>2011-02-18T11:23:00.005+01:00</published><updated>2011-02-19T08:34:39.111+01:00</updated><title type='text'>Ricorrenze</title><content type='html'>&lt;div style="font-family: inherit;"&gt;Mancavano ancora più di venti minuti all’arrivo del mio 54. Tempo che non avevo voglia di passare fermo sotto i portici a fissare altri beffardi 27, 14, 19 barrato, ecc., perciò mi infilai in quella libreria a pochi passi di distanza. Mi piaceva molto, quel posto: anche se la selezione di libri non era granché originale, l’atmosfera aveva un qualcosa di speciale. Lì dentro, fino ad un paio di anni prima c'era un bel negozio di vestiti e un pavimento in legno lucido dal quale saliva un buonissimo odore di cera. Adesso al posto dei vestiti c'erano i libri, ma pavimento e odore erano rimasti esattamente gli stessi e ci tornavo sempre volentieri. &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Era già quasi sera, e dopo un'orrenda giornata di lavoro non avevo voglia di sfogliare cose impegnative; perciò posai lo sguardo su uno splendido libro di auto, uno di quei meravigliosi volumi sui gran premi dalle dimensioni enormi e dal costo esagerato.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Avevo gli occhi fissi sul casco giallo di Senna quando tutt'ad un tratto ebbi una sensazione che mi consigliava di dare un’occhiata alle spalle, verso sinistra, dove c’era una ragazza.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Già alla prima impressione mi era sembrato avesse un che di familiare, poi mi sono accorto bene:  sì, era proprio lei, M.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;M. era una di quelle persone &lt;i&gt;ricorrenti. &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Una di quelle con cui, bene o male, si finisce sempre per intrecciare la propria storia, prima o dopo, presto o tardi, in un modo o nell'altro, più o meno deliberatamente. M. l'avevo conosciuta quando eravamo piccoli, perché le nostre mamme erano colleghe e allora succedeva che ci si incontrava un sacco di volte a giocare insieme ed eravamo buoni amici. Caspita, se mi piaceva. Pensavo che prima o poi lei sarebbe diventata la mia fidanzata, perché era logico, no? Poi era successo che le nostre mamme non erano più state colleghe e ci si era visti un po' meno. Però in prima media ci siamo ritrovati nella stessa scuola, stessa classe ma sezioni diverse: quindi ci si vedeva di nuovo tutti i giorni, solo che nel frattempo eravamo cresciuti, ciascuno aveva il proprio giro di amici, e ora della fine non è che si passasse così tanto tempo insieme come una volta. Mi dispiaceva un po', anche perché lei nel frattempo era diventata davvero carina, solo che evidentemente le cose dovevano andare così, e comunque c'era ancora tanto tempo davanti. &lt;/span&gt; &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;Passate le medie, altra vita; all'epoca, i social network erano ancora fuori dal nostro ordine mentale, internet roba per un'élite di smanettoni e i cellulari riservati a un ristretto gruppo di fighetti. Sì, certo, avevo i suoi recapiti e tutto, ma ero troppo assorbito dall'ondivago presente liceale: nuovi amici, una band e la simpatica ossessione &lt;/span&gt;per J., una piacevole novità sopraggiunta all'inizio del terzo anno. Ma chi se lo sarebbe mai immaginato che J. e M. erano amiche? Perciò quando, dopo un corteggiamento complicato e psicolabile come le partite dell'Inter di quel periodo, ce l'avevo finalmente fatta ad uscire con J... ho finito per rincontrare anche M. Era tutta un’altra cosa, sembrava diventata la controparte intellettuale, raffinata e un po' misteriosa di J.: una meraviglia in grado di mandare in tilt qualsiasi lato pragmaticoncreto del mio carattere che, per quanto obnubilato, mi suggeriva di lasciar perdere l'ennesima &lt;i&gt;ricorrenza&lt;/i&gt; e pensare a J., anche perché M. sembrava orbitare… molto al di sopra di noi diciassettenni calciofilo-rockettari. Per intenderci, T., il suo tipo dell’epoca, era uno che aveva girato mezzo mondo, disquisiva di vini e disponeva, nell'ordine, di qualche anno in più, una chioma fluente, lavoro&amp;amp;stipendio e una Ducati Monster. Impossibile competere con birre a basso costo, un Honda SFX 50, paga da volantinista saltuario e una cartavetrosa imitazione della Fender Stratocaster. Poi, per qualche imprecisato motivo si erano lasciati, e nel giro di poco, ecco spuntare fuori un eterno fuoricorso-quasi-in-tesi di lettere, stempiato e dall'aria tristanzuola, ma dall'irriducibile loquela fintoprofond-paraculturale, la cui sola vista mi trasmetteva un’infinita perplessità. Potevo anche non far parte della categoria che le interessava, ma cosa ci faceva lei insieme a un... coso del genere?  &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Per cui, mi ingarbugliai fra una cosa e l'altra. Ovvio risultato, non riuscii mai a far decollare veramente la storia con J., e nemmeno a combinare nulla con M. L'anno finì come la stagione dell'Inter, ai margini della zona UEFA e tanti perché destinati a rimanere tali.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Quindi, tutto finito? Figuriamoci: una tranquilla sera erasmiana nello studentato della città di Ø., dove mi trovavo, stavo cucinando due uova al tegamino. Così, di punto in bianco, fa capolino in cucina L., una nostra amica, e mi chiede se io, che venivo da una certa città, conoscevo una certa M. che anni fa frequentava un certo T.  &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;E così, quando ci si era rivisti per qualche ritrovo dei reduci di Ø., avevo finito per &lt;span style="font-style: normal;"&gt;incappare ancora nell'ennesima&lt;/span&gt; &lt;i&gt;ricorrenza&lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;.&lt;/span&gt; Era cambiata ancora rispetto agli anni del liceo. Per assurdo, mi sembrava a&amp;nbsp; una distanza meno siderale: sempre molto carina, ma un po' più alla mano, con un look più semplice e una parlata più rilassata. Del fuori corso tristanzuolo non c'era più traccia da anni - ora, stando a quanto mi diceva, c'era un fantomatico artista, un web designer di fumetti 2.0 che oltreoceano doveva essere una specie di celebrità, mentre qui forse lo conoscevano solo due o tre nerd del settore.  &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Lasciando perdere qualsiasi forma di contatto virtuale, qualche sporadica mail, auguri e tutto il resto, M. non l’avevo più vista da quei rincontri post-erasmus.  &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Adesso ce l’avevo lì, di fianco, e non sapevo cosa fare. Ero sufficientemente girato e defilato perché non mi vedesse. Se stavo lì fermo, difficilmente mi avrebbe notato, dato che indossavo un cappotto abbastanza anonimo. Avrei potuto girarmi, salutarla, fare l'ennesima &lt;i&gt;ricorrenza&lt;/i&gt;, magari un aperitivo insieme e ci si sarebbe dati appuntamento per una serata fuori in compagnia. Oppure, potevo stare lì fermo e far finta di niente. Guardai fuori dalla vetrata. Prime luci della sera; quel che rimaneva del tramonto illuminava di rosso le cime dei palazzi, e un'ombra della mia immagine riflessa nel vetro.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Ma per quanto girarmi e salutarla comportasse un dispendio di energia cinetica assai moderato, non ce la facevo. Sapevo che probabilmente stavo generando un rimpianto che mi avrebbe ronzato in testa per chissà quanto tempo, ma non avevo voglia di &lt;i&gt;ricorrerla &lt;/i&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;per l'ennesima volta: qualunque cosa fosse successa (saluto, &lt;/span&gt;conversazione di circostanza con il freno a mano tirato, affettuosi aggiornamenti reciproci, aperitivo con confidenze stuzzicanti, ecc.) sarebbe stata una spruzzata di benzina sulle ceneri di tutta un'illusione che forse nascondeva ancora qualche brace. Poi mi si infilò in testa il pensiero che magari anche lei mi aveva riconosciuto, e che per tutta una serie di motivi preferiva ignorarmi. Comunque fosse, continuai a guardare fuori dalla vetrata, contemplare gli strani colori dei palazzi, lo sguardo perplesso della mia faccia riflessa nel vetro e le righe gialloverdi del casco di Senna lasciando, per una volta, tutto così com’era.  &lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;Con la coda dell’occhio la vidi posare il libro che stava guardando, dirigersi verso l’uscita e scomparire. Rimasi lì anch’io per qualche altro minuto, poi chiusi il libro, uscii e tornai alla fermata dell’autobus. Nel frattempo, s’era fatto buio.&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="JUSTIFY" style="font-family: inherit; margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Under the ashes: Tal Bachman - She's So High&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-7309564489504712881?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/7309564489504712881/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=7309564489504712881' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7309564489504712881'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7309564489504712881'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2011/02/ricorrenze.html' title='Ricorrenze'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-8731698230047204427</id><published>2011-02-06T23:38:00.000+01:00</published><updated>2011-02-06T23:38:23.626+01:00</updated><title type='text'>Scivoli</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ho preso un regalino per il mio cuginetto che nascerà fra poco. È un coniglietto di peluche, molto carino, ma non sono soddisfatto al 100%, mi sembra che manchi qualcosa. Sarà che sono un po' a corto di idee, colpa anche dell'ora tarda e di questa bigissima zona industriale, che lascia molto poco spazio all'immaginazione. La macchina l'ho messa di fianco a un bar per camionisti, vicino a un distributore automatico di DVD porno, questo capannone\negozio ha un'aria fin troppo lugubre per essere una rivendita di giochi, e alla cassa c'è una signora che evidentemente pretende di pagare con un bancomat uzbeko scaduto nel '96, visto il tempo da cui sono in coda. Nel frattempo, mi cade l'occhio sull'area bimbi oltre la cassa (quasi un paradosso, vista la foresta di giochi alle mie spalle). Sul piccolo scivolo di plastica c'è un cartello: "Attenzione! Potresti farti male, questo gioco non è ancorato!" A parte chiedermi cos'avrei pensato io a tre-quattro anni, leggendo la parola "ancorato", mi vien quasi da ridere, soprattutto se ripenso allo scivolo dell'oratorio.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Lo scivolo dell'oratorio era una vera e propria bestia, l'Everest degli scivoli in confronto a questo affarino plasticoso. Era alto più di due metri e aveva spigoli vivi in ferro - roba che a metterla in un parco giochi, oggi, minimo minimo ci si becca una denuncia. La superficie di scivolamento era un'autostrada di metallo lucidissimo, grazie alla continua levigatura operata dalle nostre chiappe. D'inverno era fredda come il ghiaccio e d'estate rovente come una bistecchiera. Per l'età che avevo, andarci era un'impresa non da poco. Bisognava scalare una quindicina di ripidissimi pioli, prima gialli e poi rossi, salire in piedi sulla piattaforma per poi sedersi e lasciarsi andare. La discesa non era rettilinea, aveva una forma a "S" stilizzata, con un brusco scartamento a sinistra. Mai visto nessuno volare fuori, ma era impossibile non farci almeno un pensierino. All'arrivo, poi bisognava fare attenzione: con la pioggia, il terriccio lasciava spazio a un'enorme pozza che garantiva quasi sempre un pediluvio completo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;A cinque-sei anni quell'affare mi suscitava un certo timore, e ammiravo il coraggio dei bambini più grandi che sembravano divertirsi molto. C'era sempre coda, e una volta iniziata la salita, non era più possibile ripensarci e scendere senza incasinare tutta la fila dietro. Perciò, non osavo tentare l'impresa. Però, prima o poi, ce l'avrei fatta.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Lasciato passare un po' di tempo e guadagnato qualche centimetro in altezza, un giovedì pomeriggio di primavera, prima del catechismo, mi decido. Manca ancora una decina di minuti e gli altri hanno trovato un pallone, perciò lo scivolo è completamente libero. Per un attimo, vorrei quasi avere qualcuno lì vicino, giusto per tirare su i miei resti in caso di sfracellamento su\giù\fuori, ma che diamine: tutti ce la fanno da soli, devo riuscirci anch'io.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Quindi, vado lì e, con un certo timore reverenziale, inizio a salire piolo per piolo. Giallo, giallo, giallo, giallo (ok), giallo, giallo, rosso (il cuore inizia a battere), rosso, rosso (non guardare giù, anzi magari guardo, OMMAMMAMIA magari scendo, anzi no!) rosso (mani sudate), rosso, rosso, grigio (la cima! Ma non è ancora finita, devo salirci, sulla cima!), rosso, rosso, su, su.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Finalmente, mi alzo in piedi sulla piattaforma di lancio, stringo il parapetto con le mani sudatissime e mi viene un brividino quando sento la struttura ondeggiare impercettibilmente. Ma prima ancora di considerare la discesa, mi autosorprendo guardando al di là del muro di cinta (imponente, spesso, con dei murales moraleggianti scrostati) che fiancheggia lo scivolo: effettivamente, non avevo mai pensato che dalla cima si potesse guardare oltre. Dall'altro lato del muro ci sono...altri bambini, che giocano in un giardino molto carino, con tante cose, un trenino di tubi di cemento e degli scivolini molto, molto più piccoli di quello su cui mi trovo. Che fosse una scuola privata che faceva orari diversi e blablabla l'ho saputo solo dopo, ma non mi importava.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dopo un po' che sono lì a guardare un bambino con la felpa rossa mi saluta, io ricambio, arrivano lì altri e iniziamo a dirci ciao, come ti chiami, quanti anni hai, che squadra tieni. Poi mi chiamano perché è ora di andare al catechismo e allora  scendo (veloce! liscio! la curva a sinistraaaa! menomale che non c'è la pozza!).&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dopo essermi battezzato così, salita e discesa non erano più una preoccupazione. Fatta un po' di pratica, andavo su senza problemi, mi appollaiavo sulla piattaforma, salutavo, parlavo un po' con loro, poi scendevo giù e via. Cinque minuti dopo, facevo un altro giro, e se erano lì ancora, un'altra chiacchieratina.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Chissà perché, tutto ciò non andava molto a genio a don Enzo e alle catechiste: quando mi vedevano parlare oltre il muro, dicevano: "Cosa fai, con chi parli? Scendi!" oppure, "Non disturbare, vieni giù!" Io gliel'avevo spiegato che non facevo niente, che c'erano altri bambini e ci si diceva ciao, come ti chiami, per che squadra tieni, insomma le cose che ci si dice fra bambini, e che sembravano contenti di parlare con me. Il don e le catechiste mi ripetevano che non dovevo disturbare e lasciarli stare, e non davano l'aria di capire molto che per me era importante e mi faceva piacere.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Per i miei nuovi amici, anche se sapevano come mi chiamavo, ero diventato il "bambino del muro", una denominazione che quasi mi faceva onore, dato che vedevano sempre gli altri passare dallo scivolo senza mai dire o fare nulla se non lanciare qualche occhiatina fugace. Io quasi trovavo più divertente stare in cima alla piattaforma, salutare e vedere altre facce che fare infiniti giri e rigiri di salita-e-discesa. Un giorno gli avevo persino lanciato un aereo di carta, salvo poi essermi beccato una gragnuola di reprimende, come se avessi fatto chissà cosa: "non si butta la roba nei giardini degli altri!" "...e se finisce in un occhio a qualcuno?" (no comment).&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Passato qualche mese, l'oratorio feriale, le vacanze, un giorno arrivo e vedo che lo scivolo non c'è più. Al suo posto, niente. Ci rimango malissimo e chiedo a Giuseppina, la nostra catechista: e lo scivolo?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;"Eh, era troppo pericoloso", fa lei.  Ci ho ripensato un sacco di volte, e da adulto posso anche sforzarmi di comprendere, ma non voglio crederci del tutto: per quanto mi riguarda, sarò sempre convinto che l'abbiano tolto anche perché quanto facevo non gli andava bene.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Torno alla realtà e vedo che la signora della cassa è ancora in piena sindrome da bancomat. Poco male: almeno ho tutto il tempo di andare a prendere un'altra cosina. Scelgo un aeroplanino, un bel modellino che assomiglia a un P-51 Mustang, argento scintillante come la discesa dello scivolo che non c'è più. Lo apprezzerà fra qualche anno: spero che gli serva per ricordarsi che ogni tanto fa bene volare un po' sopra chi dice sempre di stare al proprio posto.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Climbin' up the ladder with: Silver Convention - Fly Robin Fly &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-8731698230047204427?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/8731698230047204427/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=8731698230047204427' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8731698230047204427'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8731698230047204427'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2011/02/scivoli.html' title='Scivoli'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-6955874280580335915</id><published>2010-12-19T15:27:00.001+01:00</published><updated>2010-12-19T17:03:17.081+01:00</updated><title type='text'>Apteka</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Pomodori, fottutissimi pomodori del càzzo! Anzi, fottutissimo me, visto che potevo stare un po' più attento, mentre affettavo quei pallidissimi globi aranciastri presi al mercato. I negozi di questa sperduta cittadina russa vendono solo un concentrato di pessima qualità, e se uno vuole fare qualcosa di decente, ciao. Così, una svista e i pomodori sono diventati più rossi, ma non nel modo giusto. Un male cane, anche se il taglio non è profondo. Però, devo darci una disinfettata e, ovviamente, il flacone è vuoto.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;La farmacia è qui vicino, ma ormai è tardi. So che ce n'è una aperta, quella del signor Solov'&lt;span style="font-family: Times New Roman,serif;"&gt;ë&lt;/span&gt;v, ma è un po' lontana, e di sera qui non c'è in giro un cane, solo le Lada dai vetri oscurati di qualche tamarro o degli ubriaconi troppo pieni per rendersi conto del freddo. Non ho nessuna voglia di perdermi e perciò ho chiesto a Dima, che conosce benissimo la zona, di accompagnarmi. Una decina di minuti a piedi e siamo lì.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Solita puzza, ma ben gli sta a quello stronzo di Solov'&lt;span style="font-family: Times New Roman,serif;"&gt;ë&lt;/span&gt;v che gli piscino sulla porta del negozio! - fa Dima.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Perché, che ti ha fatto? &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Settimana scorsa sono venuto qui a prendere dei preservativi. Menomale che prima di usarli ho guardato la scadenza, erano decrepiti! Il giorno dopo sono tornato per farmi ridare i soldi, ma quel verme non ha voluto sentire ragioni.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Bah, che merda.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Se non altro, speriamo ci sia la farmacista, almeno ci rifacciamo gli occhi.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Ah, perché, c'è una farmacista?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Si, la figlia.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Stronza come il padre, immagino.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Eh, magari... dipende da quello che cerchi, ovviamente.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Nel senso?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Secondo me è una di quelle cavallone che ti disfano.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Eh, dai... e poi tu che ne sai, Dima? Te la sei fatta, per caso?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Naaaa, è solo un'idea, però....&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Dai, basta con 'sti discorsi campati per aria. Tanto, adesso entriamo e vediamo di persona com'è.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- A quest'ora?  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E che ti frega.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E se c'è il padre?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Mi sembra logico, compriamo 'sto cazzo di disinfettante e ce ne andiamo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Entriamo. La farmacia Solov'&lt;span style="font-family: Times New Roman,serif;"&gt;ë&lt;/span&gt;v è un incrocio fra un'armeria e un vecchissimo ufficio postale: silenzio, luce artificiale e tutti i prodotti sugli scaffali dietro il bancone, barricato dietro una spessa inferriata bianca. Per ordinare c'è uno sportello, e dietro lo sportello c'è lei, Al&lt;span style="font-family: Times New Roman,serif;"&gt;ë&lt;/span&gt;na, almeno stando a quanto c'è scritto sul cartellino.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ci squadra per un attimo, e dopo essersi resa conto che non siamo piantagrane o rapinatori, fa:  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Ciao. Che volete?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dima mi anticipa:&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Beh, io, prima di tutto, vista l'altra volta, vorrei dei...  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Del DISINFETTANTE - lo interrompo - mi sono affettato un dito tagliando i pomodori.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dima mi guarda con aria un po' stranita, e fa:  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Già.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Alëna accenna un "tsk" di risata, poi si gira per prendere il flacone dall'armadio. Ne squadro ogni centimetro fra lo sportello e le sbarre. Tipica bellezza di queste parti, un po' massiccia e un po' slavata, tanta generosità che traspare dal camice bianco slacciato.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dima mi lancia un'occhiata più che esplicita. Io rimango assorto nella contemplazione, poi blatero:  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Strano trovare una ragazza farmacista, di notte...  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Per me non lo è, è la bottega di famiglia - taglia corto Alëna.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Ecco qua. Sono centocinquanta rubli.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mi tolgo di tasca una banconota spiegazzata e pago. Alëna mi dà il resto senza quasi neanche cagarmi, saluta e fa per andarsene. Dima, un po' spiazzato, mi guarda negli occhi. Tutto qui? Sembra proprio di sì. Non resta che prendere e avviarci verso la porta, quando Dima mi strappa la confezione di mano e fa:&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Aspetta un attimo, checcàzzo c'è scritto qua? "Preparato contro la gonorrea e le malattie sessualmente trasmissibili"?  Ehi, ma che roba ci hai dato?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Alëna si gira, torna allo sportello e fa:&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E che ti aspetti, da un disinfettante? E' logico che funziona anche per quello.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Sarà, ma non son convinto - replica Dima.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Se vuoi, vado a chiamare mio padre e te lo faccio spiegare da lui, ma non te lo consiglio.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E perché?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Fidati, è meglio così.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Hm. Senti, già che ci siamo, non avresti in giro qualcosa per... ravvivare la serata?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- .......cosa?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Beh, quello che hai per... beh, insomma, mi hai capito.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Alëna sbuffa, guarda verso l'alto, e fa, con tono finto-professionale:&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Non posso venderti farmaci per le disfunzioni erettili senza ricetta, è la legge.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E allora...?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Alëna sospira.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Vediamo che posso darti.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Va a frugare un po' nei cassetti dell'armadio a scomparsa.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ci guardiamo. Io inizio ad essere perplesso. Dima mi fa un cenno d'intesa.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Alëna torna allo sportello con in mano una bottiglia quadrata piena di un liquido scuro.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Ci sarebbe questo. E' un tonico a base di erbe cinesi.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Cosa costa?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Trecento rubli.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Trecento rubli! Ma funziona, perlomeno?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E come faccio a saperlo? Mica sono io, quella che non gli tira. - fa lei con un mezzo sorrisetto.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Vabbè, ma che ne pensi?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Sinceramente?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Sinceramente.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Robaccia.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Ah, e hai pure il coraggio di venderlo?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Senti, io che c'entro? E' mio padre che sceglie i prodotti.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Ah sì, anche i preservativi?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Alëna lo guarda con un'occhiata a metà strada tra lo schifo e la pena.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Io inizio a pensare che sia il caso di prendere Dima e portarlo via.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Allora, lo vuoi il tonico o no?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Vabbè, dai.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Sono trecento allora.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Trecento.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E dammi anche qualche preservativo, và.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Li stacca da un enorme rotolo sotto la cassa e glieli porge con un semplice:&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Ecco.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Alëna incassa i soldi, si gira, e sparisce nel retrobottega mentre usciamo. Io col mio flacone di disinfettante, Dima col suo mezzo litro di erbe cinesi e la sfilza di preservativi.   &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Facciamo qualche passo lungo il muro puzzolente. Dima guarda assorto l'etichetta del bottiglione.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Pensi di scolartelo tutto alla goccia? - gli faccio.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Taci, coglione. Pensa a disinfettarti l'uccello, piuttosto.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Quello potrei farlo dopo, magari. Invece, il tuo amaro cinese si può assaggiare anche subito.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- E se poi funziona davvero?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Vorrà dire che torniamo in studentato, e ci infrattiamo con le prime che ci stanno.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dima stappa la bottiglia. Beve un sorso e me la passa. Assaggio.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Fa cagare, sembra petrolio lampante. &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Davvero.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Restiamo in silenzio. Camminiamo per un po' lungo il viale deserto e gelato.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Tu senti qualcosa?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Niente.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Nemmeno io.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dima prende i preservativi e li guarda.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Oh, cazzo. &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- Che c'è?&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;- ....anche questi sono scaduti da sei mesi.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Se li mette in tasca, sospira, e continuiamo a camminare.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Dalla cassetta in un magnetofono oltrecortinoso: Kino - Zvezda Po Imeni Solnce &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-6955874280580335915?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/6955874280580335915/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=6955874280580335915' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6955874280580335915'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6955874280580335915'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/12/apteka.html' title='Apteka'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-9054708924386228099</id><published>2010-12-05T14:02:00.000+01:00</published><updated>2010-12-05T14:02:07.851+01:00</updated><title type='text'>Job #7 - Tuttofare</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Avevo diciannove anni, ed ero... crudo. La mia patetica e inevitabile dose di inesperienza sul mondo reale, il moderato abuso postadolescenziale di letteratura, nonché il conseguente (idiota) romanticismo ultrà con il quale affrontavo la vita, mi avevano fatto accettare senza indugi quel lavoro estivo in un megacampeggione di una rinomata località balneare, convinto di vivere chissà quale esperienza.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Il posto in questione era enorme e diviso in due parti ben distinte, ribattezzate dallo staff "Beverly Hills" e "Bidonopoli". Beverly Hills era la parte civil-istituzionale – direzione, reception, ristorante, bar, market, piscina, discoteca, ecc. – tutta linda e freschissima di costruzione, sarebbe stata perfetta per girare un serial tv californiano sole &amp;amp; sbronze. Tutt'intorno, Bidonopoli: ovvero, un accampamento goffo e caotico di roulotte, tende e bungalow, ottima per il set di un film strappalacrime sul terzo mondo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Io non alloggiavo né a Beverly Hills né a Bidonopoli, bensì in una terza zona senza nome al margine del campeggio, che per noi era semplicemente "casa": un nonluogo da realismo socialista, una specie di Togliattigrad per le maestranze. Si trattava di un ex-bungalow dismesso e “riqualificato” ad alloggio. Due letti a castello, un lavandino d'acciaio che sarebbe stato ora di portare in discarica, e un paio di armadietti recuperati da qualche sgombero.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Turandomi il naso, poteva anche andare, dato che non restavamo molto là dentro - vuoi perché durante la giornata nella baracca c'era una temperatura impossibile, vuoi perché la maggior parte del tempo lo passavamo in giro a sgobbare.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Il mio ruolo era quello di  garzone\tuttofare\aiutante – ovvero, uomo jolly senza una mansione precisa, bastava che mi dessi da fare dovecomequando ci fosse stato bisogno. Per cui, avevo a mia completa disposizione l'intera gamma di lavori umilianti, alienanti, disgustosi e\o pericolosi che può capitare di dover fare in un campeggio. Per esempio, c'erano le ronde notturne. Dovevamo pedalare in lungo e in largo per i sentieri di Bidonopoli con la torcia scocciata a mo' di faro sul manubrio, (le dinamo delle nostre bici di servizio, scassate e corrose da sabbia, terra e salsedine, appesantivano solo la pedalata senza produrre luce). A parte l'evitare di urtare qualcosa e\o cadere per la scarsa visibilità, il compito era ricondurre al silenzio le varie compagnie di vitelloni dedite a robuste libagioni fino a notte inoltrata. In cambio, ricevevamo insulti di ogni tipo, lattine di birra vuote, rifiuti vari, sputi. Una volta, un enorme giovanotto danese pieno di Gran Becera fino al midollo si alzò dalla sedia, si sbottonò la patta, e per tutta risposta iniziò a pisciarmi sulla ruota posteriore della bici.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ma in un campeggio non ci sono solo gli schiamazzi – c'è anche quello a cui devi dare una mano perché gli acciacchi della roulotte del '76 modello “mai-un-problema-in-trent'anni” minacciano di turbare vacanze e serenità coniugalfamiliare. Oppure, sequenze di problemi meccanici da far rabbrividire l'Apollo 13, con le più improbabili rotture di pompe, attrezzature e sanitari. Ci si può ritrovare a fare ore e ore di bassa manovalanza – spostando cassette, pacchi, bancali e sacchi di rifiuti, o guidando mezzi e cicli dalle forme più svariate e dall'efficienza quanto mai dubbia. Magari, capita anche qualche ora da passare in ufficio (caldo, ventola, zanzare a go-go) per compilare quantità catastali di scartoffie (ordini, cedole, autorizzazioni, ecc.) dall'aspetto insignificante.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dulcis in fundo, la cosa peggiore, ovvero la manutenzione del posto in cui la gente sfogava la propria demenza con maggior passione - i bagni. Era necessario "visitarli" ogni tre-quattro ore; la prima volta fra le sette e le otto del mattino. Di solito me ne occupavo io, soprattutto per evitare la gravosa passata delle dieci, ovvero il dover affrontare resti e conseguenze del transito mattutino dell'orda barbarica di accampati.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Un radioso mattino di agosto, dopo aver aperto la porta di una toilette, poco ci mancò che non svenissi per la puzza. Il pavimento era coperto da uno strato di liquami spesso due-tre dita. Il danno sembrava grosso, e ne parlai col capo, che anziché chiamare un idraulico, mi allungò un paio di guanti di gomma gialli lunghi fino al gomito, due stivalacci da pescatore, e disse "vedi cosa riesci a fare". Fui in qualche modo obbligato a dover prendere il tutto e tornare là a... indagare ulteriormente. Mi accorsi che la turca era otturata da qualcosa che, dai e dai, riuscii a far saltar fuori. Dopo un sommario esame, compresi cos'era, e quasi mi cascò la mascella per terra dalla sorpresa.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Era una palla di carta igienica che conteneva un preservativo e un pezzo di salame. Non riesco a pensare nemmeno oggi, dopo tanti anni, quale razza di mente malata potesse aver ficcato una cosa del genere in quel posto.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Per non sentir la puzza: Carcass - Reek Of Putrefaction &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-9054708924386228099?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/9054708924386228099/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=9054708924386228099' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/9054708924386228099'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/9054708924386228099'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/12/job-7-tuttofare.html' title='Job #7 - Tuttofare'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-2915244222908489791</id><published>2010-12-01T16:01:00.004+01:00</published><updated>2010-12-01T23:30:42.284+01:00</updated><title type='text'>Stazione di servizio Dante A.</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mattinata infernale, oggi.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Eccola lì che arriva alle dieci, in una Pandina nera nuova fiammante. Lei è vestita tutta perfetta, capelli lunghi e lisci, occhiali scuri, bella come il sole. Impeccabile. Io vado lì, cerco di darmi l'aria più professionale possibile, mi ripulisco veloce veloce le mani dal nero della gomma che stavo riparando, vado di fianco al finestrino e cerco di esternare il miglior Ciao che la storia del servizio clienti abbia mai visto.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Lei dice cortese: ciao, venti di diesel, per piacere. E rimango folgorato dal contrasto fra la pelle chiara del viso e gli occhiali scuri, le mani sottili e affusolate che prendono il borsellino alla ricerca della tessera punti. La ricevo con garbo e mi dirigo verso la pomp... pardon, l'erogatore, lo prendo, apro dolcemente lo sportellino del carburante e inizio a riempire. Intanto, la osservo dal finestrino, vedo che prende il cellulare, armeggia qualcosa con gesti fini, eleganti. Inizia a parlottare fitto fitto, chissà cosa sta dicendo e soprattutto a chi lo sta dicendo, non riesco a sentirlo ma me lo posso immaginare, anzi, solo guardarla è una delizia... come in quella cosa, com'è che faceva quella cosa che avevo in mente...&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;...e par che de la sua labbia si mova&lt;br /&gt;uno spirito soave pien d'amore,&lt;br /&gt;che va dicendo a l'anima: clic.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Clic? Che cazzo è clic? Oh, merda, è andato fino in fondo, mannaggia... verdeeee? Perché ho in mano la pistola....verde? Offfìììga, non è possibile, ho fatto il pieno di benzina, no, non ci credo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Lei scende dalla macchina e fa, come mai ci vuole così tanto? C'è qualcosa che non va?"&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Io sento un gocciolone giù per la schiena, non so che cavolo dire e blatero: ehm scusa... mi sa che ho sbagliato.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Lei sbatte le mani sui fianchi, mi guarda come se fossi un totale idiota ('azzo, se c'ha ragione), e inizia a fare ma nooooo non è possibile non ci credo, proprio stamattina che ero di fretta e dovevo correre in negozio. Io, mortificato, arrossisco ed esterno un papiro di scuse, offrendomi di svuotare subito il serbatoio prima che vada su tutte le furie. Vado nel magazzino a vedere se c'è in giro quell'idrovora che nessuno usa da anni, intanto la accompagno dentro a telefonare sul lavoro o dove le serve. Le indico dove c'è il cordless e vedo che lei si schifa parecchio, quando vede in mostra, nei pressi dell'apparecchio, le pneumatiche rotondità di miss giugno della termoidraulica Gibellini.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;(Guido, òrcaputtana, quante volte ti ho detto che quel calendario non era il massimo da appendere lì proprio sopra il telefono, cazzarola.)&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Adesso lì lei è lì tutta rigida con le braccia conserte, provo a scusarmi ma lei è perentoria, stai zitto che hai già fatto abbastanza casino! Ma io lo so, sotto sotto, che te la sei presa tanto anche per quel cazzo di calendario. Oh, vorrei spiegartelo che è solo un paravento, che è una stronzata che abbiamo messo lì solo per ridere e che comunque non doveva esserci. Pirla io che ho rovinato tutto. Pirla io e la maledetta benzina al posto del diesel!&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mezz'ora e svuoto il serbatoio. Meno male che non ha acceso la macchina così non è andato in circolo nulla. Lei si siede impaziente al volante, intanto rifaccio i venti euro di diesel giusti, offerti dalla casa, cioè da quel coglione del sottoscritto ovviamente, e le regalo pure 50 punti in più, un paio di dadi deofrèsh e le spazzole del tergicristallo nuove rammaricandomi con capo incinerato per l'inconveniente. Provo a incrociare lo sguardo ma più che salvezza è una mezza condanna - lei mi   inquadra appena, dice vabbè siamo a posto così e poi riparte senza nemmeno salutare.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Mi sa tanto che me la son giocata, ma sono contento anche solo di averla vista. È tutto il giorno che continuo a pensarci, potrei recuperare i suoi dati da questo scontrino che ho in mano e provare a sentirla. Il numero della targa è simile a tanti altri della zona, perciò non deve abitare lontano da qui. Ma ho come l'impressione che per andarci bisognerà fare un giro bello lungo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Nel gabbiotto, da una radio a transistor impolverata: Elio e Le Storie Tese - Servi Della Gleba&lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-2915244222908489791?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/2915244222908489791/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=2915244222908489791' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2915244222908489791'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2915244222908489791'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/12/stazione-di-servizio-dante.html' title='Stazione di servizio Dante A.'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-2998400775602387493</id><published>2010-11-26T21:20:00.000+01:00</published><updated>2010-11-26T21:20:32.256+01:00</updated><title type='text'>Pugni</title><content type='html'>"La notte bianca" poteva anche essere una vaga reminescenza dostoevskiana, ma non so quanto "Belye no&lt;span style="font-family: Times New Roman,serif;"&gt;č&lt;/span&gt;i" fosse stato d'ispirazione per quel marchio che puntualmente, ad ogni inizio d'estate, compariva nelle varie cittadine del Nord. Più che "evento", era un'occasione di ritrovo, tanto per bere una (salatissima) birra insieme a gente dispersa da un sacco di tempo. Sulla qualità del programma, uhm, ce ne sarebbe da dire: pur essendo la la scelta pressoché infinita, non c'era nulla di veramente speciale (per le solite motivazioni più o meno farlocche: costa troppo, bisogna dare spazio alle attività locali, a chi di solito non ha visibilità, ecc.) o che facesse dire davvero "wow, non ne vedo l'ora". Perciò, si andava a più o meno a zonzo per la città sperando di vedere qualcosa di interessante. &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Fra un mediocre concerto blues sotto i portici dei grandi magazzini, una discreta pièce teatrale al parco e un'amatoriale lettura di poesie vicino ad un tunnel di bancarelle impregnate di fritto e zucchero, quell'anno nella piazza principale era stato allestito nientepopodimeno che un ring: una cosa quasi dal sapore anni cinquanta, a giudicare dai manifestini appesi lì intorno, che sotto gli enormi loghi di una palestra e di una concessionaria d'auto annunciavano l'"incontro internazionale di pugilato Italia - Ungheria". Quando arrivai c'era parecchia gente, e dovetti salire su alcuni gradoni per riuscire a vedere. C'erano già stati alcuni match, ma non c'era alcuna vera e propria classifica; anche perché non importava a nessuno, visto l'evidente intento dimostrativo\pubblicitario del tutto.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Un colpo di gong annunciò la sfida successiva. Sul ring salì quello che, a giudicare dagli applausi, doveva essere l'italiano, un tappetto calvo e nerboruto ricoperto da una specie di accappatoio color amianto che recava il suo nome, "Max Praticillo", stampato a caratteri cubitali sul retro sotto una vistosa corona dorata. Agitava i pugni e saltellava nervosamente, mentre il suo entourage (costituito da un massaggiatore basso e tozzo che sembrava un oste, e un brizzolato palestratissimo che doveva essere il suo allenatore) indossava fiero un'aderente maglietta bianca griffata "Max Praticillo". Insomma, una megastar del pugilato underground, anche se sui quotidiani sportivi, che leggo spesso e volentieri, non ne avevo mai sentito parlare.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Poi, mentre il Praticillo continuava ad agitarsi come se si stesse riscaldando per il mondiale WBO, dall'altro lato del ring, senza alcun clamore, salì lo sfidante ungherese (che non aveva marchi, e un nome incomprensibile - un misto di "sz" e "cz" di cui probabilmente veniva anche sbagliata la pronuncia): un ragazzone alto e dinoccolato, che per quanto avesse un aspetto atletico, dava proprio l'idea di essere stato messo lì a fare da avversario per chissà quanti euro. Non aveva l'aria molto convinta e non fece neanche finta di riscaldarsi. Piuttosto, andò dritto al centro del ring con lo stesso entusiasmo di un operaio che timbra il cartellino. Max Praticillo, intanto, era più carico di una molla, come se avesse sniffato chissà cosa. Un altro gong diede il via alla prima ripresa e, beh, fu subito chiaro che non c'era storia. Un po' perché la differenza (tecnica, di altezza, di intenzioni) fra i due era quasi grottesca, un po' perché l'ungherese si limitava a una strenua difesa abbozzando ogni tanto qualche timido allungo, mentre Max Praticillo gli girava tutt'intorno colpendolo da qualsiasi possibile angolazione. Non occorreva essere espertoni di boxe per capire come sarebbe andata a finire - tre o quattro riprese di pantomima così e poi l'arbitro avrebbe o interrotto l'incontro, o atteso lo scadere del tempo per proclamare la netta vittoria ai punti dell'esaltatissimo Max.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Ovviamente facevo il tifo per lo sconosciuto pugile magiaro, pur sapendo che le sue chances di vittoria erano meno di zero: ogni tanto qualche colpo gli andava a segno, ma sembrava tutto frutto di una certa casualità piuttosto che di un preciso gesto tecnico. Mancavano pochi secondi alla fine della quarta e ultima ripresa, e il punteggio, anche senza un conteggio preciso, aveva assunto una proporzione del tipo tantissimo - pochissimo. Max Praticillo pensava soltanto a sferrare pugni su pugni, mentre l'ungherese pensava a chissà cosa (alla sua ragazza? al prossimo incontro? a se l'avrebbero pagato? a dove sarebbe andato a dormire?).&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Meno quattro, tre, due, uno alla fine e l'ungherese arretrò di un passo aprendo la guardia, convinto di aver svolto con sufficiente dovizia il suo compitino. Al che, proprio sul suono del gong, Max Praticillo si buttò in avanti e gli sferrò un colpo in piena faccia a metà strada fra il diretto e il montante. Un gesto completamente inutile e sportivamente indecente. Il povero magiaro finì a terra k.o., ma talmente tanto k.o. che dovettero far salire il medico per constatare che non si fosse fatto troppo male. Nel frattempo la folla bue, dopo un brevissimo "oooh" di stupore, applaudì a scena aperta l'italico pugile, che zampettava per il ring agitando le braccia in segno di vittoria. Nel frattempo, l'anonimo ungherese venne rimesso in piedi giusto per poter annunciare la sua sconfitta a centro ring, con tanto di ipocrita stretta di mano, e poi portato giù in fretta e furia. Solo un vecchietto stempiato delle prime file, che aveva l'aria di saperla lunga, saltò in piedi tutto agitato per protestare, ma nessuno se lo filò.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Il vincitore, intanto, veniva portato in trionfo, coccolato e rifocillato dal suo staff come se avesse conquistato il mondiale, mentre l'ungherese se ne stava mortificato dietro il ring, sotto una tettoia, con la schiena appoggiata ad una colonna a sputar sangue giù dal volto confuso e tumefatto. Di fianco aveva solo il suo manager, o il suo responsabile, o quello che era - un tizio dai riccioli, baffi e giubbotto di pelle che non poteva non far almeno vagamente pensare al tipico losco figuro del settore - che armeggiava col cellulare, probabilmente per chiamare un medico o qualche sorta di assistenza (anche se l'ambulanza era lì ferma, vuota e pulita in un angolo della piazza).&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Io non sapevo neanche cosa pensare. Riuscivo solo a constatare che la maggior parte della gente, concluso l'incontro, s'era dispersa per le vie lì intorno, e tutto quanto era andato in scena sembrava essersi già disciolto nell'odore di fritto e zucchero delle bancarelle.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Sottofondo sonoro: Survivor - Eye Of The Tiger &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-2998400775602387493?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/2998400775602387493/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=2998400775602387493' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2998400775602387493'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2998400775602387493'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/11/pugni.html' title='Pugni'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-5238149660546574531</id><published>2010-11-18T19:11:00.001+01:00</published><updated>2010-11-18T19:14:47.220+01:00</updated><title type='text'>Pullman, cicca e C-90</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Giugno 1996, terza media. Quell'anno si era ripetuto il solito copione: con la scusa che eravamo troppo "polemici e indisciplinati", nessuno aveva osato assumersi la responsabilità di portarci in gita per uno o più giorni. Perciò, avevamo dovuto accontentarci della proposta della prof di scienze - una giornata formato Regional Geographic negli acquitrini della bassa lodigiana, alla ricerca di gamberi di fiume e notevoli dissesti idrogeologici. Certamente non un gran che, ma sempre meglio di niente.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Per cui, quel tre di giugno lo passammo effettivamente fra boschi e boschetti, campi e paludi alla ricerca dei "piccoli misteri selvatici del territorio". Ovviamente quasi nessuno vi prestava  attenzione: molti trovavano più interessante far battutacce e arrostire insetti molesti a colpi di accendino e repellente. La giornata si concluse con una lunga scarpinata tardopomeridiana attraverso i campi biscottati dal sole per raggiungere il pullman che ci attendeva al piazzale, insieme alla collezione di pomfi e incrostazioni di fango che avevamo ricevuto come souvenir.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Appena partiti, fu come cambiare canale da NatùrChannel +1 a TabbozTV, dato che un paio di truzzi avevano consegnato all'autista una C-90 farcita delle peggiori hit del momento, con preghiera di affidare tutto all'auto-reverse.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Io dov'ero? In penultima fila, a leggere un lieto fumetto di Diabolik che mi ero portato dietro, dal garbato titolo "Violenza Carnale". Di fianco a me c'era D., carissimo amico dell'epoca, che prima di salire aveva fatto un pit-stop al baretto del piazzale. Aveva preso un'enorme cisterna portatile di Cokakòla, da almeno un litro, o forse anche più. Lo guardai perplesso, e gli chiesi quanto avesse pagato quel coso. Non mi disse il prezzo esatto, ma assicurò che era stato un vero affare, visto che gliel'avevano riempito fino all'orlo. "Sì, per quelli della Cokakòla!" risposi, e tornai a leggere.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Era già una storia scritta che il retro del pullman si dovesse trasformare in un baccanale da frat movie di serie B. La prof si era sistemata in prima fila con un paio di occhiali scuri, vigilando (più o meno) a debita distanza senza volersi immischiare.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Il centro nevralgico del ludibrio erano i sedili in fondo; con l'atmosfera galvanizzata dalle magiche note di Ambra e Alexia e l'ausilio di due mazzi di carte s'era escogitata una specie di variante del gioco della bottiglia (la versione classica era ormai preistoria della preistoria). Funzionava così: tutti noi maschi pescavamo una carta dal primo mazzo, mentre una ragazza ne pescava una dal secondo. Poi, via al confronto. Se la carta da lei pescata non combaciava con nessuna delle nostre, passava il secondo mazzo a un'altra tipa, e si ripeteva tutto. Quando uscivano due carte uguali, la coppia formata aveva il diritto\dovere di due minuti di effusioni sul sedile più laterale dell'ultima fila. Il tutto senza alcuna privacy, sotto gli occhi degli altri, che potevano liberamente commentare come in una radiocronaca di tutto il calcio.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Per quanto l'idea fosse un pozzo nero di stupidità, fui praticamente obbligato a partecipare, pena l'ostracismo a tempo indeterminato. Ricevetti la mia carta, la donna di picche. Avrei preferito il due, che secondo le regole fatte al momento, eliminava automaticamente dal gioco con bonus di insulti, un inconveniente tutto sommato tollerabile.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;La cosa era si rivelò subito abbastanza trash, dato che la totale casualità delle combinazioni non dava garanzie sull'identità, e soprattutto, sull'aspetto fisico dell'improvvisato partner. Iniziai a calcolare mentalmente quante fossero le possibilità di arrivare indenne al termine del gioco (praticamente nulle), ma venni interrotto quasi subito dal grido "donna di picche!" Oh, cazzo.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;La sorte mi attribuì V., che in fondo non era neanche così malvagia: peccato per qualche brufolo di troppo e l'orribile apparecchio ortodontico dalle vistose legature blu, che c'entrava con l'insieme della faccia come una quercia in un campo di fragole.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Non era la primissima volta che baciavo una, ma non potevo certo definirmi un esperto, vista l'approssimazione della mia tecnica di base. Bel problema, dato che di sentimento ce n'era ben poco, in quel concorso di ginnastica orale, e qualsiasi piacere sarei riuscito a trarne dipendeva esclusivamente da quanta perizia avessi profuso.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;A ripensarci, V. aveva un odore che forse a risentirlo adesso, con un filtro di nostalgia, troverei in qualche modo sensuale, ma che all'epoca non mi piaceva per niente - un dozzinale misto di shampoo dolciastro e cicca masticata. Anche il sapore delle sue labbra non era molto diverso, e appena entrarono in contatto notai con ribrezzo che non si era nemmeno premurata di sputarla, la cicca. In quell'imprecisato lasso di tempo (venti secondi? un minuto? due?) di incollamento facciale quel pezzo di gomma passò avanti e indietro un numero esagerato di volte. Era abbastanza disgustoso, ma cercai di non pensarci troppo - in fin dei conti era come essere in un videogame, dovevo stare in partita fino al game over. Il suo apparecchio mi sembrava enorme, tanto che a un certo punto credetti di stare baciando gli ingranaggi interni della cugina di Mazinga. Ad ogni modo, cercai di copiare un po' quello che faceva, credendo fosse sufficiente, ma lei andò oltre. Mi si schiacciò addosso, facendomi sbattere la nuca sul duro stipite fra il finestrino e il rivestimento interno. La botta fu un po' dolorosa, ma il mio "mmmf", cioè un "ahio" otturato, non fu sufficiente a farle mollare la presa. La cosa stava andando un po' oltre il buon senso (sempre che ce ne fosse) e il pubblico sullo sfondo continuava a produrre qualificati giudizi a base di risatine e commenti idioti. Mi sentivo quasi soffocare, con quella specie di polipo incollato al viso. Il centro di controllo cerebrale mi illuminava il campo visivo con lampeggianti rossi e cubitali scritte di allarme, così mi liberai con un colpo di genio - morsicandole leggermente la lingua. Fu un sollievo incredibile sentirla staccarsi, con uno schiocco che probabilmente fu piccolissimo ma mi sembrò deciso come quello di uno sturalavandini.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Concluso il tutto, V. mi guardò con un sorriso a 72 denti che metteva in bella mostra tutto l'apparato ortodontico. Quando pensai che pochi secondi prima ce l'avevo praticamente in bocca, ripensai anche a Mazinga ed ebbi un accesso di nausea.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dato il mio contributo al sollazzo collettivo, me ne andai senza che nessuno ebbe (quasi) nulla da ridire. Sentivo la necessità di bere qualcosa per ripulirmi la bocca dal disgustoso sapore dolciastro della cicca, e chiesi a D. un sorso dalla sua borraccia.  Rispose scuotendo il capo, senza nemmeno staccare le labbra dalla cannuccia. Che fosse una forma di autoisolamento per non essere coinvolto nel gioco, o un modo per evitare di parlare con chiunque, non importava: continuava a idrovorare Cocacòla senza prendere mai fiato. Andava avanti, avanti e avanti come se la scorta di bevanda non finisse mai.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Sondaggiai il pullman fila per fila senza risultato, finché non giunsi al cospetto della prof., composta, muta e impassibile, con lo sguardo schermato dagli occhiali scuri. La squadrai da vicino ma non fece un baffo. Sembrava morta, o forse stava solo facendo un pisolino, ma chi poteva dirlo? Non avevo né il coraggio di sfiorarla né di spostare gli occhiali e tantomeno di interpellarla; ad ogni modo, non avrebbe certo estinto la mia sete.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;L'autista, anch'esso con gli occhiali scuri d'ordinanza, continuava a guidare come se nulla fosse. Ogni tanto si portava la sigaretta alla bocca, anche se fumare al volante oggettivamente non era una cosa molto professionale. Tentai di chiedergli se in qualche anfratto del pullman - un modello dal chilometraggio ultraventennale che lasciava ben poco spazio al comfort - non ci fosse per caso ubicato un frigobar. Per tutta risposta, scrollò le spalle e biascicò con voce roca e bassa "non si parla col conducente" "ma..." "non si parla."  Che stronzo. Era evidente che non gliene fregava niente e non intendeva avere nulla a che fare con noi, o con ciò che accadeva dietro di lui in quella sottospecie di Misery Machine.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;La gola mi pizzicava in un modo insopportabile, ed ero stufo e nauseato dalla situazione. Poi mi venne in mente che forse qualcosa di trangugiabile a bordo c'era - figuriamoci se qualcuno dei truzzi non s'era contrabbandato una mezzo litro di aranciata piena di birra ignorante, giusto per raccontare ai posteri che aveva limonato e sbevazzato alla faccia dei prof. Tutti gli zaini si trovavano nei compartimenti sopra i sedili, per cui ravanarci dentro con la scusa di cercare qualcosa fu un giochetto da ragazzi. E così, al terzo tentativo, bingo! Scovai una bottiglia la cui quantità di schiuma non lasciava dubbi. Mi trasferii con armi e bagagli in un doppio sedile vuoto a metà bus, in  una terra di nessuno popolata da gente che sonnecchiava o ascoltava musica. Mi gustai con calma quella bottiglietta tiepida dal sapore di limatura di ferro e formaldeide - ottenendo, per l'età che avevo e la stanchezza della giornata, l'effetto anestetizzante che volevo. Appoggiai la testa al vetro e chiusi gli occhi.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Qualcuno mi risvegliò a pullman fermo. Non so quanto tempo fosse passato ma eravamo arrivati. Avevo un aspetto orribile, la lingua felpata come uno zerbino e un alito mostruoso ma ebbi la prontezza di spirito di infilarmi in bocca tre o quattro mentine per eliminare ogni sospetto. Intanto, mi dissero che il viaggio era durato un po' più del previsto, complici un paio di soste per consentire a D. (ma dai???) di espletare alcuni inconvenienti fisiologici.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Giù dal pullman, tutte le facce mi sembravano così normali, placide e sorridenti da farmi chiedere se per caso tutti i ricordi pre-birra non fossero stati solo una specie di sogno. Poi mi tornò in mente l'apparecchio di Mazinga e feci due più due. Comunque, anche se c'era qualcosa che non mi quadrava del tutto, smisi di farmi domande: andai a casa e dopo aver mangiato qualcosa mi schiantai a letto per un'altra decina di ore filate.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Nonostante tutto, quella gita non è mai stata un aneddoto particolarmente citato nelle varie occasioni amarcordifere. Però, ci ha pensato il destino a ritirare fuori tutto nel modo più bizzarro. Una decina abbondante di anni dopo, durante un sonnacchioso pomeriggio nell'agenzia di assicurazioni in cui lavoravo, qualcuno mi toccò sulla spalla per salutarmi. Era proprio V., la stessa del pullman, che, guarda un po', era venuta lì a rinnovare la polizza della macchina. &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;I brufoli erano spariti e l'apparecchio aveva lasciato il posto a una serie di denti ragionevolmente ordinati. Chissà se si ricordava di quel pomeriggio, pensai. Non glielo chiesi, ma quando ci scambiammo recapiti e numeri di telefono, non riuscii a fare a meno di salvare il suo numero sotto il nome "Mazinga".&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Volete ricreare l'atmosfera? Fatevi una C-90 con un loop di: Ambra - Aspettavo Te \ Alexia - Summer Is Crazy \ Elio - Tapparella &lt;/b&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-5238149660546574531?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/5238149660546574531/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=5238149660546574531' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5238149660546574531'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5238149660546574531'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/11/pullman-cicca-e-c-90.html' title='Pullman, cicca e C-90'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1786063018708534912</id><published>2010-11-17T11:28:00.000+01:00</published><updated>2010-11-17T11:28:40.089+01:00</updated><title type='text'>Ultimo salto a Helsinki</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Helsinki, 6 agosto 2005&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Le qualificazioni del salto in alto femminile stavano ormai per terminare. Sul cemento delle tribune iniziavano a vedersi le prime macchie di pioggia, man mano che il giorno scivolava via nel cielo grigio di Helsinki. Irina era ancora là, sulle panchine non lontano dai ritti del salto in alto. Aveva rannicchiato la testa fra le ginocchia, per isolarsi da tutto e da tutti. Doveva assolutamente trovare la concentrazione giusta per quell’ultimo tentativo a 1.91 che, se fosse andato bene, le avrebbe spalancato le porte della finale.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;a href="" name="search"&gt;&lt;/a&gt;&lt;a href="" name="main"&gt;&lt;/a&gt; Io ero dietro il bordo della tribuna, ricoperto da un drappo di cellophane azzurro, mentre cercavo di regolare al meglio la mia Nikon (1/1000s - f/4 - ISO 400) per immortalare il momento preciso nel quale avrebbe spiccato il volo verso chissà, una possibile medaglia. Nonostante la gigantesca patacca di accredito dicesse l'esatto contrario, mai stato un fotografo professionista, a differenza dei “colleghi” che avevo vicino. Ufficialmente, ero lì in veste di fotoreporter freelance per un sito web di atletica. In realtà si trattava di un espediente al quale ero ricorso per stare il più possibile vicino a lei, senza interferire in quello che facesse. Volevo essere una presenza significativa ma discreta.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Dire che la nostra fosse una vera e propria storia sarebbe stato eccessivo. Forse lo era, forse non lo era ancora diventata, insomma nessuno di noi due lo aveva capito ancora bene. Irina l’avevo conosciuta un paio di anni prima a San Pietroburgo, quando ero là come studente. Lei era una brava studentessa di economia con l’hobby dell’atletica. Almeno, questo era quanto avevo capito all’inizio. Ci rimasi abbastanza di sasso, quando dopo un po’ venni a sapere che faceva parte addirittura della nazionale. Anche dopo il mio rientro in Italia, continuai a sentirla spessissimo. Ricevevo con regolarità le sue mail dove mi parlava degli allenamenti, delle difficoltà con l’allenatore, dei piccoli infortuni… e mi chiedeva sempre quando sarei tornato da lei. E lo feci, un po’ di volte.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Adesso mancavano solo due atlete, una svedese alta e filiforme ed una brunetta svizzera, anche loro al momento decisivo. O saltavano, o erano fuori. La svedese cozzò malamente contro l’asticella, mentre la svizzera passò senza problemi. Ora toccava ad Irina.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Era già pronta in mezzo alla pista. Aveva raccolto i capelli biondi e lunghetti in una fluente coda di cavallo, il blu elettrico delle scarpette scintillava sotto i riflettori, mentre le splendide gambe -  lunghe, toniche, affusolate - non vedevano l’ora di andarsi a prendere quella finale. Sapevo benissimo quanto l'aveva sognata, l'impegno e la passione che c'erano dietro.  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Era bella come una dea. Ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. Il mio dito era pronto sul pulsante per immortalare il tutto. Lei prese la rincorsa e partì. Io scattai, scattai, e scattai ancora.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Non andò. L’asticella cadde, e lei rimase per un attimo sdraiata sul materasso, immobile. Poi si alzò, e nonostante l’applauso di incoraggiamento del pubblico, la comparsa della terza, fatale X sul tabellone luminoso accanto al suo nome sancì l'eliminazione. Potevo percepire benissimo, anche da tanti metri di distanza, tutta l'intensità della smorfia di delusione sul suo volto. Continuai a scattare ancora per un po', come per inerzia, poi mi fermai. Irina si diresse verso la panchina; si sedette un attimo per terra, a&amp;nbsp; fissare il suolo. Dopo qualche istante tornò in piedi, e iniziò a mettere via. L’allenatore le fece un cenno come per dire “non ti preoccupare, sei stata brava lo stesso”, ma si vedeva che ora era più concentrato sulla gara della sua compagna di squadra, lei sì che poteva davvero ambire ad una medaglia. Tutto quello che mi rimaneva era una sequenza di scatti che, per quanto intensa, non so se nessuno di noi due sarebbe più andato a riguardare.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Poi – non me l’aspettavo – corse da me. Mi abbracciò forte. Aveva gli occhi rossi, e disse solo:&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;“Andiamo…via, per favore.”&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Smontai tutto in quattro e quattr’otto, e nel giro di pochi minuti eravamo in giro per le vie di Helsinki come una coppia qualunque, sotto la pioggia leggera del crepuscolo finnico.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Soundtrack: Portishead - Glory Box &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1786063018708534912?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1786063018708534912/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1786063018708534912' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1786063018708534912'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1786063018708534912'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/11/ultimo-salto-helsinki.html' title='Ultimo salto a Helsinki'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-4124428402549444590</id><published>2010-11-08T17:37:00.005+01:00</published><updated>2010-11-08T20:45:47.315+01:00</updated><title type='text'>Fra un cono d'ombra e una zona di sole</title><content type='html'>&lt;style type="text/css"&gt;p { margin-bottom: 0.21cm; }&lt;/style&gt;  &lt;br /&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Quel giorno che più merdoso non si poteva, il progetto che seguivo da un bel po' era andato giù per lo sciacquone grazie a misteriose incomprensioni fra il mio capo e il cliente - un cinotaiwanese di nome Ling qualcosa, un ipotetico stressato brufoloso dedito a compensare l'assenza di una donna con 116 ore di lavoro settimanali. Io invece la donna ce l'avevo (o meglio, quasi: L., una tipa molto carina con la quale flirtavo da un po') ma di mezzo c'era appena stato uno sclero gigantesco, ovviamente su basi pressoché nulle (io che sembravo spento, lei diceva che non me ne fregava niente, e blablablavaffancùlostronzoquistronzalàciaoclick). Ora c'era un silenzio radio che non lasciava presagire nulla di buono, ma prima di chiarire occorreva fare decantare un po' tutto. Per giunta, era il giorno del mio compleanno. Ma ciò non migliorava il fatto che fosse una giornata schifosissima nella quale mi trovavo a) da solo b) non al lavoro, perché non avevo nulla da fare, e c) con zero voglia di tornare a casa (causa lavori, mi ero momentaneamente trasferito in un appartamentino che era tutto fuorché entusiasmante - piccolo, senza internet, e con vicini appassionati di fritture).&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Avrei potuto che so, andare a mangiare fuori, fare una lunga passeggiata, andare a comprarmi qualcosa, glorificare un sacchetto di prugne, e invece andai in chiesa, sì, proprio in quella chiesa là, una delle tre parrocchie del paese di V***ate, che conoscevo bene da sempre. Non era certo una chiesa che si distingueva per bellezza: anzi, per la verità era piuttosto banale, vecchiotta e bruttina, piena di chicche che avevano sempre benzinato la nostra ilarità adolescenziale (per esempio, ci chiedevamo perché di fianco a "S.Matteus" non ci fosse anche "S.Brehme" o "S.Klinsmann", oppure se fosse&amp;nbsp; un caso che proprio sopra le panche di noi giovani e cresimandi si trovasse la vetrata che, fra vari mestieri, raffigurava un... falegname dallo sguardo severo intento a segare un tronco, oppure fantasticavamo possibili interpretazioni della genesi della Vergine Maria Dalle Occhiaie, il cui Gesù bambino assomigliava in modo impressionante ad Alain Prost).  &lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Non c'era nessuno; solo un cartello con scritto "il giovedì non si effettuano confessioni", e guarda caso, era proprio giovedì. Meno male, pensai (l'ultima confessione lì era stata un surreale colloquio con don Pietro, il parroco, cui avevo spiegato i (grossi) casini con la mia ex di turno. Per risposta, ricevetti un "ma lei prega abbastanza?" e "avete pensato a sposarvi?"). Di solito, quella chiesa era davvero davvero buia: durante la messa, soprattutto in certe mattine invernali, la debole illuminazione elettrica rendeva molto difficile la lettura, facendo imbeccare agli sventurati narratori clamorose sviste (memorabile il "chiedete e vi sarà dato, GUSTATE e vi sarà aperto"). Era un posto che, messo così, sembrava riservato a una cupa, ombrosa meditazione su questa-valle-di-lacrime-che-è-la-vita. Tutto ciò finché, verso le due del pomeriggio, dai pacchiani vetri colorati iniziava a filtrare una luce piacevole che accendeva un po' tutti i dettagli, le panche, l'altare, il pavimento, specialmente nelle giornate di fine inverno, quando il sole era basso. Quella luce cambiava tutto. Illuminava qualcosa che faceva trascendere tutte le brutture - le occhiaie della Vergine Maria diventavano lievi sfumature, il volto di Gesù bambino\Alain Prost un po' meno emaciato, e persino il cinico falegname con sega sembrava abbozzare un sorriso. Pochi minuti lì e anch'io sentivo dentro qualcosa di diverso. Era meglio di un tonico mentale: mi si aprivano tanti ricordi, arrivavano riflessioni positive, la serenità si infondeva da sola. Incredibile. E anche in quella giornata meno che mediocre, seduto su quella panca supergraffiata che stava a metà fra un cono d'ombra e una zona di sole, l'effetto fu lo stesso - mi bastarono pochi minuti per sentirmi molto più sereno, ristorato, migliore.&amp;nbsp;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Come sempre, non mi ci raccapezzavo - eppure la chiesa era sempre quella, stesso posto, stesse panche, stesso tutto. Da un lato, mi sentivo anche un po' in colpa a pensare che fosse "solo" merito di un po' di luce. Infatti, quando avevo spiegato tutto a don Pietro: "sciocchezze, la casa del Signore è sempre la casa del Signore." Allora ero andato a chiedere ad altre persone, preti teologi o professori, ricevendo risposte arzigogolate con complesse, ineccepibili teorie sull' "&lt;i&gt;effetto-madeleines&lt;/i&gt; di origine proustiana", oppure beccandomi &lt;i&gt;j'accuse&lt;/i&gt; del tipo "edonista", "superficiale", "sei ingenuo", "gran patetico" e addirittura uno strepitoso "tu da piccolo ti sei fatto un'overdose di Pollyanna". Ma io che ci posso fare se ancora oggi, penso che là dentro ci sia qualcosa di spiritualmente superiore che nonsòcome si accende grazie a quella meravigliosa luce? Sarà poco ortoteologico, ma mi piacerebbe chiederlo alla Vergine Maria Dalle Occhiaie. Sono convinto che anche lei direbbe che, caspita, funziona davvero.&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;Suitable sort-of-sacred hymn: Nirvana - Jesus Don't Want Me For A Sunbeam &lt;/b&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-4124428402549444590?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/4124428402549444590/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=4124428402549444590' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4124428402549444590'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4124428402549444590'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/11/fra-un-cono-dombra-e-una-zona-di-sole.html' title='Fra un cono d&apos;ombra e una zona di sole'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1439270975856833446</id><published>2010-10-31T15:36:00.000+01:00</published><updated>2010-10-31T15:36:19.893+01:00</updated><title type='text'>Proposte per una scuola alternativa: un nuovo ed efficace sistema di valutazione</title><content type='html'>Nella quotidiana Babilonia di idee offerta dai mass media quando si parla di istruzione, è triste constatare come venga spesso ignorato uno degli aspetti cruciali per la qualità di vita degli utenti finali del sistema scuola: il metro di valutazione degli studenti, costituito nella fattispecie operativa da aride cifre, giudizi e lettere che troppo spesso non descrivono adeguatamente i fatti e lasciano più di un dubbio. A questo proposito, nel lontano 1998 il Comitato Esecutivo per gli Studi Sociali Organizzati, un think-tank senza scopo di lucro del quale facevo parte, aveva elaborato una innovativa proposta di riforma dei sistemi di valutazione. Desidero renderla nuovamente disponibile a tutti, in un momento dove s'impone una seria riflessione per cercare di reinterpretare in modo più adeguato e funzionale il mondo dell'istruzione, bene fondamentale della nostra società.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Carletto Mazzolegna - Comitato Esecutivo per gli Studi Sociali Organizzati&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;b&gt;Premessa&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come è universalmente risaputo, il tradizionale sistema impiegato nella stragrande maggioranza delle scuole per quantificare il profitto, ovvero la notazione in numeri (o la sua subdola controparte, ovvero la conversione in lettere spacciata per "giudizio"), è:&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;antiquato&lt;/li&gt;&lt;li&gt;parziale&lt;/li&gt;&lt;li&gt;suscettibile di manipolazione da parte di loschi figuri&lt;/li&gt;&lt;li&gt;poco internazionale: rende necessario l'impiego di astrusi fattori di conversione per convertire nella notazione italiana il voto di un coetaneo tedesco.&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;Introducendo quanto spiegherò ora, questi problemi saranno un ricordo del passato: numeri e lettere assumeranno solo un valore relativo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;u&gt;&lt;span style="font-size: small;"&gt;&lt;b&gt;Il metodo denominato "campionato"&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;/u&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Elaborato prendendo spunto dai vari tornei sportivi nazionali, il nuovo sistema di valutazione elimina cavillosità e dubbi relativi ad accumuli di voti, medie ponderate, compensazioni opinabili e arrotondamenti sospetti, compreso il celebre "lodo del quarto di voto" (noto come anche "dilemma del 5,75"). Il tutto avviene mantenendo come riferimento, per quanto riguarda il singolo test\compito\lavoro, la classica notazione decimale in numeri (volendo, è possibile eseguire una conversione per adottare la notazione in lettere, senza che ciò influisca sul risultato).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giudizio ricevuto viene così convertito:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10\9\8 -----&amp;gt;   3 punti (scritto); 2 punti (orale)    &lt;br /&gt;7\6 ----&amp;gt;     1 punto (scritto); 0,5 punti (orale)&lt;br /&gt;5\&amp;lt;5 ----&amp;gt;   0 punti   &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stabilendo ad inizio anno il numero di test\compiti\lavori da valutare è possibile stilare un calendario degli eventi e redigere una classifica che indica in modo limpido ed efficace l'andamento globale della classe in tempo reale. Ciò consente di ridimensionare l'importanza delle obsolete riunioni-fiume in aule-bunker necessarie per stilare quadri e giudizi (cagione di grande stress negli operatori della formazione) e fornendo tutte le garanzie di trasparenza del caso.&lt;br /&gt;Inoltre, uniforma il giudizio di tutti i lavori non soddisfacenti ad un asettico e riservato "0 punti", evitando inutili umiliazioni, specialmente nel caso di eventuali giudizi troppo caustici per lavori molto al di sotto degli standard di sufficienza.&lt;br /&gt;Per calcolare il profitto di ogni alunno è sufficiente sommare i punti ottenuti, ottenendo così classifiche parziali (per singola materia) o globali (complessive). L'allievo avrà inoltre la possibilità di indicare come "trasferte" le due materie in cui ha totalizzato meno punti nell'anno precedente. Ciò permette di introdurre il concetto di "media inglese" che, oltre a fornire un dato indicativo in più sul profitto, può rivelarsi decisivo ai fini del giudizio - complessivo o per singola materia - di promozione/relegazione (denominazioni mutuate dalla terminologia elvetica), i cui requisiti possono essere stabiliti utilizzando criteri simili ai seguenti:&lt;br /&gt;&lt;ul&gt;&lt;li&gt;conquista la promozione chi totalizza più di "n" punti&lt;/li&gt;&lt;li&gt;vengono relegati gli ultimi "n" classificati &lt;/li&gt;&lt;li&gt;in caso di parità, la media inglese è da considerarsi parametro decisivo&lt;/li&gt;&lt;/ul&gt;Un aspetto didattico non secondario di questo metodo è la possibilità di stimolare la competitività dello studente introducendo premi, bonus o agevolazioni per chi supera un determinato numero di punti o conquista le posizioni di vertice della classifica finale dell'anno. Sono anche possibili play-off o play-out di premiazione/promozione/relegazione per risolvere le situazioni non ancora del tutto chiare, o l'introduzione di premi/coppe intermedie per offrire una seconda chance o un altro obiettivo a tutti coloro che non stanno attraversando una stagione entusiasmante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il metodo è di facile implementazione e non comporta oneri economici aggiuntivi né allo studente, né alle famiglie, né alle istituzioni.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1439270975856833446?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1439270975856833446/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1439270975856833446' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1439270975856833446'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1439270975856833446'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/10/proposte-per-una-scuola-alternativa-un.html' title='Proposte per una scuola alternativa: un nuovo ed efficace sistema di valutazione'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-8474985224720286839</id><published>2010-08-31T20:17:00.002+02:00</published><updated>2010-08-31T20:33:00.549+02:00</updated><title type='text'>Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 5</title><content type='html'>L'ultimo posto che mi sento in dovere di recensire, anche se non è un vero e proprio negozio di musica, è un supermercato. Anzi, più che supermercato, è un discount di una grande catena dove si vende un po' di tutto. Fra i congelatori a pozzo e gli scaffali del pane c'è una sorta di slargo pensato per ospitare le cosiddette temporary exhibition: un mese il giardinaggio, quello dopo lo sport, poi il fai da te, la scuola, ecc... Verso febbraio-marzo, e a volte anche ad ottobre-novembre, prima che l'esercito dei Babbi Natale e dei San Giuseppe invada la piazza, è la musica a fare da padrona. I prodotti in vendita sono rigorosamente quanto di più banale e commerciabile ci possa essere: oneste chitarre entry level confezionate in mastodontici starter pack che comprendono chitarramplettracollaecavo, tastierazze MIDI pluriessenziali, batterie non troppo dissimili agli omonimi set di pentole, microfoni a forma di microfono, e insegnanti liofilizzati (scherzo: c'è però una pila di metodi del tipo "come diventare un dio del rock in 8 comode lezioni"). A fare "dimostrazioni" e "assistenza alla clientela" di solito c'è lì qualche commesso del negozio, che delizia i clienti strimpellando cose tipo lebiondetreccegliocchiazzurriepoi oppure sistabenequisedutinrivalfosso a ciclo continuo. &lt;br /&gt;Ma ogni tanto c'è qualcuno che ha il colpo di genio e riesce a dare un senso musicale anche alle offerte dei discount. Un gruppo di pazzi (gente che se lo può permettere, credo!) che conosco un giorno è andato lì e si è comprato tutto quello che gli serviva per suonare, ma proprio tutto quello che c'era disponibile, riempiendo una flotta di carrelli e documentando il tutto con dozzine di foto scattate sotto gli occhi sbigottiti del direttore del super che, davanti a clienti sì munifici, aveva preferito sospendere momentaneamente qualsiasi politica aziendale sul divieto di fotografare. Questi pazzi, poi, sono andati direttamente al locale dove dovevano suonare, hanno spacchettato tutto sotto gli occhi del pubblico e fatto il concerto "fresco, strumenti compresi".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi piacciono, i clienti che danno il giusto senso ai negozi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Offerta speciale di giornata: Plasmon - Viva La Vida &lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-8474985224720286839?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/8474985224720286839/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=8474985224720286839' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8474985224720286839'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8474985224720286839'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/08/guida-ragionata-ai-negozi-di-strumenti_31.html' title='Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 5'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-6718598941678587180</id><published>2010-08-30T20:05:00.003+02:00</published><updated>2010-08-30T20:11:09.139+02:00</updated><title type='text'>Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 4</title><content type='html'>E se uno non trova nulla né da Essegiemme né da Backbeat né da Marelli, c'è MusicLab. Nel bene o nel male, tutti gli altri posti hanno un loro perché, ma di MusicLab fatico ancora a trovare un senso vero e proprio. Fra tutti i negozi è il più recente, e la notizia della sua apertura era stata accolta con sommo gaudio dalla community urbana di musicisti. Evvai, un posto nuovo dove andare a rifornirsi. Poi lo si è iniziato a frequentare e l'entusiasmo ha lasciato il posto a una serie di vacue sensazioni come dubbio, perplessità, vuoto mentale, insoddisfazione, frustrazione, confusione e inquietudine. Da dove cominciare? Beh, innanzitutto da MusicLab tutto è cervellotico e complicato (gli strumenti sono disposti in un modo assurdo e bloccati in stranissime rastrelliere antitiaccheggio, per le consulenze c'è un "esperto" di ogni reparto che però, non è mai in giro, e per capire prezzi e offerte ci sono bollini colorati con tabelle di riferimento, come in certi odiosissimi negozi di dischi). I prezzi, appunto, rientrano ampiamente nella media; volendo, basta girarsi un po' intorno per trovare  alternative più vantaggiose, per cui non è che si distingua partcolarmente per appeal commerciale. Se non altro, bisogna dare atto a MusicLab di essere un esercizio un po' fuori dai soliti schemi. Non a caso, si è coltivato un ristretto club di estimatori die-hard: un misto di trafficoni, pazzoidi e bastiancontrari che sono ben lieti di crogiolarsi nell'overclocking di seghe mentali del signor Anacrusi, proprietario e gestore (ho controllato su internet; in tutta Italia c'è solo UNA famiglia che di nome fa Anacrusi - che per intenderci, vuol dire "una o un gruppo di note poste sul tempo debole di una battuta (o in levare) che precedono quelle d'inizio della battuta successiva") - evidentemente, nomen omen.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tipica conversazione pre-acquisto da MusicLab ha un sapore vagamente surreale, da teatro dell'assurdo. Se a uno piace il genere, volendo, può anche trarne del divertimento. Eccone un esempio:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Buongiorno, sarei interessato a un nuovo ampli per il basso, pensavo a uno della marca X, ha qualche modello da mostrarmi?"&lt;br /&gt;"Ah no, la marca X non la teniamo. Zero."&lt;br /&gt;"Ah... e perché? Cos'ha che non va?"&lt;br /&gt;"Ci disgusta la politica dei suoi fornitori, che puntano a imporre determinati prodotti."&lt;br /&gt;"Uhm. Capisco... neanche a comandarlo, eventualmente?"&lt;br /&gt;"No, no. Con loro proprio non trattiamo, è una questione di principio."&lt;br /&gt;"Ah. Ooook.... e allora, avrebbe qualcos'altro da propormi?"&lt;br /&gt;"Ci sarebbe questo della marca Y, in offerta a 6*3√8 Euro"&lt;br /&gt;"Mah, dall'aspetto sembra un po' datato... è sicuro che sia in ordine?"&lt;br /&gt;"Sì, vede, preferiamo proporre gli articoli che recuperiamo di questa serie fuori catalogo perché per noi tecnicamente sono più validi, l'ultima versione non ci è piaciuta assolutamente."&lt;br /&gt;"E.... quella manopola che manca?"&lt;br /&gt;"Scusi, perché crede che l'abbiamo messo in offerta, allora?"&lt;br /&gt;"Non fa una grinza..."&lt;br /&gt;"Desidera forse provarlo?"&lt;br /&gt;"No, no la ringrazio, un'idea me la sono fatta, tutt'al più ripasso."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è anche da dire, che, per quanto ne so, non ho memoria di particolari lamentele, reclami o problemi colossali post-acquisto: quindi, qualcosa di valido nelle strampalate idee gestionali del signor Anacrusi, c'è. Il problema è arrivarci, all'acquisto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;While you think about it: Anacrusis - Sound The Alarm&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-6718598941678587180?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/6718598941678587180/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=6718598941678587180' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6718598941678587180'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6718598941678587180'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/08/guida-ragionata-ai-negozi-di-strumenti_30.html' title='Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 4'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-3139902599909184279</id><published>2010-08-28T20:13:00.000+02:00</published><updated>2010-08-28T20:13:08.046+02:00</updated><title type='text'>Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 3</title><content type='html'>Non ci sono soldi? Meglio stare alla larga da Backbeat, Marelli e affini. Per limare sul budget è obbligatorio puntare dritti verso i prezzi migliori, e la scelta è una sola: Essegiemme. Non è la sigla di un grossista di carni o una ditta di manufatti, piuttosto l'acronimo di "Società Generi Musicali". Questo nome escogitato da un tizio con la fantasia in evidente corto circuito sovrasta il portone di un grosso capannone alla periferia della città: per arrivarci occorre infilarsi nel labirinto di toponomastica socialista della zona industriale, e raggiungere precisamente il 15 di via del Progresso.&lt;br /&gt;Più che un negozio, Essegiemme è uno spazio vendite ricavato all'interno di un enorme magazzino merci: ci sono rastrelliere di strumenti, torri di ampli, praterie di tastiere e agglomerati di batterie, tutto sparso qua e là come ad una svendita di tappeti persiani. Al di là dell'enorme parete scorrevole si apre un ulteriore mondo di enormi scaffali che ospitano tonnellate di cartoni, scatoloni, bancali, pacchi: una quantità impressionante di materiale, potenzialmente in grado di far suonare mezzo mondo. Tutto quell'esubero si spiega con il fatto che Essegiemme (s)vende principalmente su Internet, facendo prezzi, diciamo così, "concorrenziali". Per tanti versi vuol dire trovarsi agli antipodi di Backbeat o Marelli, visto che di consiglieri fraudolenti, noblesse commerciale o aura di storia del rock non ce n'è nemmeno l'ombra. Qui l'assistenza alla clientela è un concetto completamente sconosciuto. La fotocellula che fa scattare il dlin-dlon all'ingresso è un falso presagio dell'imminente arrivo di qualcuno: entri, giri, ammiri, e passa sempre un bel po' prima di incrociare lo sguardo del capo - un 45enne con occhialazzi spessi come fondi di bottiglia e il senso dello humor di un rottweiler. Il capo (non so nemmeno come si chiami) è sempre seduto dietro a un computer sul soppalco, dal quale gestisce tutti gli ordini a colpi di clic mentre vigila con la coda dell'occhio il negozio sottostante. Fornisce assistenza solo quando il cliente si premura di interpellarlo e schiodarlo di là per vedere se lui o uno dei due garzoni riescono a reperire ciò che si desidera provare. A volte ci si sente dire cose strane, tipo "oggi il muletto non va, se vuole proprio provare quell'ampli deve aiutarmi a tirarlo giù dal bancale là in alto" e lì poi sta al cliente vedere se starci oppure no.&lt;br /&gt;L'assortimento di Essegiemme, se vogliamo, è il meno banale di tutti. Ora della fine, gli articoli le solite grandi marche - i cui prezzi di listino sono più o meno quelli ovunque - non sono il vero motivo per cui si va lì: ovvero, gli articoli di marche improbabili a prezzi stracciati. Per esempio, c'è stato un periodo nel quale tutti i teenager più gonzi della città usavano le stesse chitarre, le "Tekman"(disponibili in due colori: rosso e rosso che si scrosta). Erano imitazioni filofenderiane     meìd in cìaina in offerta a un prezzo talmente ridicolo che se uno fosse andato al faidatè a prendersi un pezzo di truciolato, sega e raspa per fabbricarsene una probabilmente avrebbe speso di più. La particolarità di queste chitarre non stava tanto nel suono orribile, che per la cifra spesa ci poteva anche stare, ma nell'oscura tecnica di fabbricazione dei pickup, che per qualche strano motivo assorbivano talmente tante interferenze dall'esterno che un paio di chitarristi seri si procurarono una Tekman giusto per mettere il volume dell'ampli a manetta e fare a meno del fuzz. L'inconveniente principale, tuttavia, era la consistenza strutturale, simile a quella delle fette biscottate, con cui probabilmente condividevano anche la data di scadenza: tempo un annetto o poco più e iniziavano letteralmente a sbriciolarsi, se non peggio (un ragazzo che conoscevo ebbe la scriteriata idea di lasciarla sei mesi in cantina - anche se ben chiusa nella custodia - per ritrovarsi un obbrobrio tutto gonfio e deformato, proprio come fanno i cadaveri in putrefazione).&lt;br /&gt;Ovviamente, nessun musicista della zona ammette mai volentieri di andare\essere andato da Essegiemme, che è diventato epiteto di "negozio-musicale-molto-fuffa-di-quelli-che-diòccenescampi". Effettivamente, è difficile incontrarci mai qualcuno quando si va lì di persona. Però, se avessi la possibilità di armeggiare con i computer della maggior parte dei musicòmani dei dintorni, sono convinto che troverei un bel po' di ricevute interessanti nella cartella dei file temporanei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cheap music to go: The Chalets - No Style&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-3139902599909184279?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/3139902599909184279/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=3139902599909184279' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3139902599909184279'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3139902599909184279'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/08/guida-ragionata-ai-negozi-di-strumenti_28.html' title='Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 3'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-2253778670427584156</id><published>2010-08-27T07:34:00.004+02:00</published><updated>2010-08-27T09:37:10.438+02:00</updated><title type='text'>Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 2</title><content type='html'>Backbeat è il negozio, diciamo così, trendy della città, e attira la maggior parte dei musicisti ggiòvani dei dintorni. Non mi piace granché: lo assimilo a una di quelle lugubri paninoteche o birrerie che, a prescindere da cosa servono, si ritrovano sempre strapiene di gente giusto perché sono lì da quarant'anni. Ci andavo abbastanza spesso perché, pfui, avevo una tessera ggiòvani che mi dava un 10% di sconto sulla maggior parte degli articoli, e dato che consumavo plettri e corde in quantità industriale, conveniva. In più, la sua "fama" me lo faceva sembrare una delle porte d'ingresso del mondo underground-musical-cittadino di cui morivo dalla voglia di far parte.&lt;br /&gt;All'interno c'è un'enorme bacheca che raccoglie inserzioni musicali di ogni tipo, soprattutto per gruppi, audizioni, jam session. Il fresco teenager che c'era in me leggeva e sognava: un giorno, magari, passando di lì, avrei addocchiato la band della mia vita, oppure avrei incontrato il batterista definitivo nel bel mezzo di una jam session improvvisata mentre ero lì a provare le ultime novità chitarrose. Ovviamente, nulla di tutto questo è mai successo: anzi, la bacheca è sempre piena zeppa di annunci, ma non ne ho mai visto uscire gruppi da Demo di Platino. Al massimo, sodalizi che fanno una buona stagione di concerti da pub e poi si sciolgono perché, toh, il batterista scippa la tipa al cantante. &lt;br /&gt;A capo del negozio c'è tal Martino, il figlio di Eugenio, il proprietario, un tizio che si sente in diritto di smenazzarsela a oltranza perché tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti anni fa ha venduto i primi pezzi di strumentazione a quei personaggi-dinosauro del rock cittadino ("Johnny Blues", "Charlie Carletti", gli "Speranza"), e slurpandosi il proprio momento di gloria come main sponsor del "Pop Festival '74", ovvero la cosa più simile a Woodstock che la nostra provincia abbia mai visto. C'è un qualcosa di triste, in tutto questo vivere nel passato, ma è grazie a lui se Backbeat ha un'aura di autorevolezza rockettara che Marelli e gli altri si possono solo sognare.&lt;br /&gt;Ormai Martino, Eugenio e il loro negozio vivono sulla rendita di un robusto flusso di clienti, tanto da potersi permettere un paio di commessi, che cambiano suppergiù ogni annetto-annetto e mezzo. Questi tizi sono la cosa che mi piace meno in assoluto; se finissero in un inferno dantesco, andrebbero dritti dritti al girone dei consiglieri fraudolenti. Apparentemente, ti accolgono con fare amichevole, ma quando si entra nel merito, mirano sempre a rifilarti ciò che conviene a loro; oppure qualcosa di improbabile-ma-geniale per far vedere quanto sono bravi e quanto se ne intendono. &lt;br /&gt;Perché, allora, continuo ad andarci? Mah, di buono c'è che è piuttosto fornito, e a differenza di altri posti, non ci sono mai troppi problemi per provare una determinata chitarra, basso, kazoo o altro. Poi magari ci si ritrova lì contorti su uno sgabello pericolante incastrato fra due torri di casse 4 x 10 con un cavo annodato e il volume a 0.5, ma almeno ci si può fare un'idea concreta. I problemi di solito arrivano insieme ai consiglieri fraudolenti: durante la mia ricerca di quella famosa chitarra acustica, la maggior parte dei chitarròmani che conoscevo mi aveva consigliato una certa marca nippocoreancinese che a detta di tutti, nella fascia di prezzo medio-scrausa era imbattibile. Il fraudolentatore di quell'anno (pizzetto a punta e piercing, indossava t-shirt di gruppi indìrokk con non più di 50 fan su Feìsbuc) prima di farmene provare una se n'era uscito con un:&lt;br /&gt;"Sei sicuro?"&lt;br /&gt;"...Perché?"&lt;br /&gt;"No, guarda, noi le teniamo giusto perché si vendono bene, ma fan cagare."&lt;br /&gt;"Fan cagare? Strano, me ne hanno parlato così bene."&lt;br /&gt;"Ahh, vedi un po' te...", rispose facendo spallucce e mettendosi le mani in tasca in gesto di plateale distacco (ancora un po' e avrebbe tirato fuori un catino per lavarsele come Ponzio Pilato).&lt;br /&gt;Anche se non era certo un pregiato pezzo di liuteria piallato a mano dai nani della Foresta Nera, non era neanche nulla di così malvagio da giustificare l'espressione sarcastico-disgustata e l'occhio semichiuso che aveva assunto, mentre ascoltava i miei accordazzi e diceva che si era agli antipodi di certe sublimi 12 corde svedesi che avrebbero richiesto un mutuo... e di cui, guarda caso, aveva lì una sotto-sottomarca. Boh, provai anche quella, che per me suonava come una cassetta della frutta con le corde, ma era inutile mettersi a discutere.&lt;br /&gt;Comunque, una volta feci l'errore di comprare una chitarra da loro: ero giovincello, inespertissimo e assai poco quattrinato; le mie nozioni tecniche di chitarrismi erano più che altro estetiche (sapevo distinguere "quella con le corna" da "quella con la maniglia").&lt;br /&gt;Più o meno il discorso appioppatomi da Martino fu qualcosa del tipo: "guarda, se vuoi gustarti davvero il suono della chitarra e ti piace il rock tosto ma tosto davvero, allora c'è questa "Monster"; con humbucker al ponte, tastiera in pino satinato e meccaniche dorate di qualità superiore."&lt;br /&gt;Che poi dentro avesse la circuitazione saldata da qualcuno con l'abilità manuale di una scimmia me lo spiegò solo il liutaio, dal quale fui obbligato a portarla sei-sette mesi dopo, quando la "Monster" iniziò a gracchiare ad ogni plettrata, conferendole un sound degno del proprio nome.&lt;br /&gt;Morale della favola, rifilai la "Monster" per pochi soldi a un altro chitarrista ancora più inesperto di me, e 'ffanculo Backbeat quando si tratta di comprar chitarre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;With the help of: Nirvana - Serve The Servants&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-2253778670427584156?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/2253778670427584156/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=2253778670427584156' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2253778670427584156'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2253778670427584156'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/08/guida-ragionata-ai-negozi-di-strumenti_27.html' title='Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 2'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-531291240844454253</id><published>2010-08-14T11:34:00.006+02:00</published><updated>2010-08-14T12:01:18.941+02:00</updated><title type='text'>Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 1</title><content type='html'>Ho pensato di scrivere una guida ragionata ai negozi di strumenti musicali della mia città proprio perché, in generale, NON amo i negozi di strumenti musicali. So di essere un musicante talmente scrauso da non avere alcuna autorevolezza per poterne sproloquiare, ma lasciatemi sfogare: certo, esistono le botteghe in cui sei sempre trattato bene, ti trovi a tuo agio, conosci il proprietario e passi ogni tanto solo anche per parlare un po' di musica, provare l'ultima chitarra o improvvisare qualcosa con altri strimpellatori presenti. Ma sono decisamente bei sogni, luoghi mitologici che esistono in qualche vicolo impossibile da scovare o nei romanzi rock dal linguaggio ficheggiante: insomma, un Eden appannaggio di pochissimi fortunati. Quasi tutti i negozi di strumenti sono posti dove si fa commercio: uno ci va una volta ogni tanto, soffre nel valutare ciò che gli serve sperando di spuntarlo ad un prezzo decente, e tante volte esce pure con le balle girate perché si è speso comunque troppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque, non mi interessa filosofeggiare in generale, voglio andare nello specifico, visto che il mio pensiero è anche frutto della realtà circostante: quindi, cominciamo.&lt;br /&gt;I negozi di strumenti a ********** non sono tantissimi: quattro o cinque posti che conoscono tutti e profondamente diversi l'uno dall'altro. Il capostipite, l'istituzione, il più celebre, certificato dal marchio "bottega storica" in vetrina e dall'ubicazione in un lussuoso palazzone del centro, è senza ombra di dubbio Marelli. È un porto sicuro, il paradiso del classicista: ordinato, elegante, silenzioso e, se vogliamo, un po' noioso. Gli strumenti sono sempre perfettamente in ordine, non c'è mai un filo di polvere e gli spartiti sono suddivisi per autore in un'enorme cassettiera d'epoca accanto al bancone. Il fatturato di Marelli è principalmente costituito da pianoforti, strumenti classici per allievi e membri di bande e orchestre, nonché stock di flauti venduti alle scuole "bene" della città. Ci sono anche articoli più pop come chitarre, bassi, amplificatori: pochi pezzi pregiati, di liuteria o di alta industria dalla grande qualità e dal costo esorbitante. Insieme ci hanno messo anche un paio di chitarre più economiche tanto per, ma sembrano due Pande in un autosilo di Ferrari - lì giusto per appassire al confronto. Il negozio è ad esclusiva gestione della famiglia Marelli da sempre: al bancone c'è sempre lui, l'impeccabile, cortese signor Tarcisio. Al massimo, lo sostituisce la moglie o uno dei figli - tutta gente che non so quanti diplomi di conservatorio potrebbe mettere insieme. Marelli non è il posto più sano per il proprio portafoglio, però "un acquisto fatto da Marelli è un acquisto fatto da Marelli" e in città, fra musicisti, questo detto più che una tautologia è un certificato di garanzia, come quelli che Marelli rilascia vidimandoli personalmente. C'è un problema? A meno che non sia fisicamente impossibile, uno porta lì e il signor Tarcisio gira tutto al suo artigiano di fiducia, che ripara a tempo di record. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma io ho un ricordo particolare: posso dire di essere uno dei pochi fortunati ad aver visto vacillare l'aplomb quasi sacrale di Marelli. Quando ero alla ricerca di una chitarra acustica, pensai di fare un salto anche lì, giusto perché quel giorno avevo parcheggiato in zona. Mentre strimpellavo su una meravigliosa dreadnought in mogano che non avrei mai potuto permettermi, entrò una signora con cagnolino al seguito, uno di quei barboncini-soprammobile sempre freschi di pedicure canina. La signora desiderava qualche informazione generica sul noleggio di un pianoforte, dando palesemente l'idea di non capirci un tubo. Nel frattempo, il cagnolino, che seguivo con la coda dell'occhio, si era spostato accanto ad un costosissimo amplificatore California vintage, poco oltre il raggio visivo degli interlocutori. Dopo averlo annusato per bene, oplà, alzò una zampetta posteriore ed, ehm, "autografò" personalmente il cono dell'ampli. Non ebbi il tempo di sgranare gli occhi e decidere se ridere o piangere che la signora concluse la conversazione, salutò e uscì insieme al cagnolino. Trascorso qualche lungo, imbarazzante istante nel quale meditavo se fosse il caso di avvisare o continuare a strimpellare facendomi gli affari miei, il signor Tarcisio passò di lì e notò la drammatica pozzetta acquosa sul pavimento. Dopo aver rimesso in sede la mascella che gli si era slogata per la sorpresa, si limitò a un "ma no! ma dai! ma come...!" prima di schizzare fuori della porta, ma la signora era ormai sparita.&lt;br /&gt;Non ho mai avuto il coraggio di entrare e chiedere se quel California poi l'avessero venduto oppure no. Ma lo farò, prima o poi, sono troppo curioso di saperlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Garbato sottofondo musicale: Fiocco - Allegro (suonato con qualche imperfezione)&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-531291240844454253?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/531291240844454253/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=531291240844454253' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/531291240844454253'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/531291240844454253'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/08/guida-ragionata-ai-negozi-di-strumenti.html' title='Guida ragionata ai negozi di strumenti musicali - 1'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-6989346764713743325</id><published>2010-08-08T15:36:00.002+02:00</published><updated>2010-08-08T15:38:25.205+02:00</updated><title type='text'>Ufficio reclami stelle cadenti</title><content type='html'>Vediamo, ordine numero 14, meteora "classic"...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;birobiròbirò birobiròbirò birobiròbirò&lt;br /&gt;birobiròbirò birobiròbirò birobiròbirò&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altra giornata di mmmèerda... 'ste ultime prima di San Lorenzo sono un delirio...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Buongiorno, assistenza clienti Meteorics esserrèlle, consegnamo sogni dove volete, quando volete.&lt;br /&gt;Come dice? Mi spieghi un po' meglio... sì....sì....ah-ah...eh....bé guardi, non so se ha letto le righe piccole...sì, posso vedere che si può fare, ma essendo una tariffa "economy", senza assicurazione, c'è poco spazio per i ricorsi... no, non ho detto rimborsi, tutt'al più le possiamo fare un buono... comunque vada sul sito, vùvùvùmeteoricstrattinosserrèllepuntoit, sezione Assistenza Clienti, c'è da compilare il modulo...come? No guardi, mi dispiace, è scritto chiaramente nei termini d'uso e condizioni, non possiamo assumerci responsabilità per eventi non dipendenti da noi... in sostanza, signora, se era nuvoloso e lei non ha visto un tubo mica è colpa nostra. C'è' scritto chiaramente al paragrafo 4, "la Società garantisce l'invio del Servizio, ma declina qualsiasi responsabilità per qualsiasi tipo di evento atmosferico, fisiologico, oggetto volante non identificato, perturbazione elettromagnetica o derivata dalla trasformazione dell'atomo che impedisca la fruizione visiva del medesimo", ok?... mi sa che l'unica è fare un altro ordine, io comunque le apro la pratica... ci sentiamo più tardi casomai... prego signora, arrivederci."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;birobiròbirò birobiròbirò birobiròbirò&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Buongiorno, assistenza clienti Meteorics èsserrelle, consegnamo sogni dove volete, quando volete.&lt;br /&gt;Sì.....ah-ah....mancata consegna? Mi dica il suo codice utente che controllo nel database....sììì... lei si trova in... Polinesia Centrale.... bene.... prodotto scelto? Pacchetto premium serata con pioggia continua modello "champagne"?, ok... che problemi ha? Ah, è lì da due ore e non si vede niente? Cielo com'è? Limpido e terso? Vento? Cose strane? Niente? Un attimo, prego, la metto in attesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, ecco, mi sente? Guardi, purtroppo c'è stato un problema sul radiante, ci vorrà un po' di tempo, anche altri clienti in zona lo hanno segnalato, purtroppo dipende dal sovraccarico di questi giorni....&lt;br /&gt;Come dice? Mandare su un tecnico? Beh no, guardi, purtroppo non è così semplice. Se preferisce per il prossimo ordine può stilare una polizza assicurativa supplementare sui suoi desideri. Non possiamo garantirle che realizzano, ma se non altro si tutela, le dà la possibilità di optare per una soluzione alternativa....&lt;br /&gt;Non le interessa? Vaaaa bene, annullo tutto, il pacchetto premium lo consente... le prenoto un nuovo servizio? No? Come desidera. Arrivederla, arrivederla."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uff, cliente perso...dù balle, che smarronamento, vabbè, torniamo a inserire ordini, và...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;...numero 14, meteora "classic", lunga e con scia verso sudest, da associare: pace del mondo, ahèccolo, il solito hippy di turno. Vabbè, Reparto 1, ffffàtto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;...numero 15, che vuole questo? Sposarsi la fidanzata, pacchetto "superbudget" senza riscatto né assicurazione... anvedi che marcione. Reparto 3, e via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;...numero 16, che ha chiesto... lo scudetto all'Udinese? Questo è peggio del tizio che continuava a chiedere della Champions dell'Inter, menomale che mo' ha smesso di rompere.... èlllapeppa, ordine triplo con assicurazione, riscatto e copertura "global".... ommmamma, per 'sto fanatico altro che stella, ci vuole una cometa, una palla di fuoco... Pronto, Irene? per cortesia, mi giri la richiesta al reparto grandi dimensioni, meglio gestiscano loro... sì... sì... numero 4046...segna "scudetto Udinese"...dai, su, piantala di ridere, eh? Ciao.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Via, passiamo al 17...&lt;br /&gt;&lt;i&gt;&lt;br /&gt;birobiròbirò birobiròbirò birobiròbirò&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Buongiorno, assistenza clienti Meteorics èsserrelle, consegnamo sogni dove volete, quando volete... ancora lei, emmòbbasta, signò... con tutto il rispetto, le ho detto un sacco di volte: i nostri prodotti non possono MAI arrivare a terra, si estinguono nella volta celeste e hanno uno scopo puramente visivo e ornamentale.... no, la questione dei desideri è un'altra faccenda, tra l'altro non me ne occupo nemmeno io, c'è l'altro numero.... comunque le ripeto per l'ennesima e ultima volta che non siamo un'agenzia di bombardamento cosmico, si rivolga altrove, guardi che non le rispondo più e blocco il numero, intesi, eh? Arrivederci."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Miiii, che gente c'è in giro, quando si parla di sogni e desideri, vaglieli a toccare e si scatena l'inferno...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, eravamo al 17...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;birobiròbirò birobiròbirò birobiròbirò&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ammmò??? Eeeeh, che palle.....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buongiorno, assistenza clienti Meteorics esserrèlle, consegnamo sogni dove volete, quando volete...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;La preghiamo di non riagganciare per non perdere la priorità acquisita, intanto ascoltate: qualsiasi cosa degli Air&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-6989346764713743325?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/6989346764713743325/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=6989346764713743325' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6989346764713743325'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6989346764713743325'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/08/ufficio-reclami-stelle-cadenti.html' title='Ufficio reclami stelle cadenti'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-3442064355437338179</id><published>2010-06-25T21:53:00.004+02:00</published><updated>2010-06-25T23:19:27.367+02:00</updated><title type='text'>Elisabetta X.</title><content type='html'>Mai innamorarsi di una scrittrice: non ricordo con precisione chi cavolo me l'avesse detto o dove l'avessi sentito, ma ne ho capito davvero il significato solo dopo aver preso una storta incredibile per Elisabetta X. (non è uno pseudonimo, si firmava proprio così).&lt;br /&gt;Pubblicava, su una rivista tuttologica piuttosto tamarra che leggevo qualche anno fa, degli arguti raccontini secchi e pungenti: un po' decadenti e pessimisti, per dirla tutta, ma credevo dipendesse più che altro dalla linea editoriale della rivista, che faceva del pessimismo&amp;fastidio uno dei suoi capisaldi di stile. Ogni tanto firmava anche qualche originale recensione di musica alternativa: si occupava di gruppi che facevano musica con materiali di recupero (utensili, vecchi computer, ex-chitarre), tutta roba lontana anni luce dal pop-rock da cestone delle offerte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In cima ai racconti, di fianco al titolo, c'era sempre una sua piccola foto: uno scatto dov'era ripresa di tre quarti, mentre indossava un cappellino di lana, una maglietta viola con delle righine nere e rivolgeva all'ingiù uno sguardo dolcissimo e un po' triste.&lt;br /&gt;Così, mese dopo mese, consumavo con gli occhi ogni minuscola foto accanto al titolo, e un giorno, quando avevano aggiunto una mini biografia, mi era quasi venuto un colpo, perché c'era scritto che Elisabetta X. era nata a G****, il 16 gennaio del 19**, "un nevoso giovedì pomeriggio". Guarda caso, anche sui miei documenti c'erano segnati una certa città e una certa data: papà mi aveva sempre raccontato che quel giovedì c'era un tempo da lupi, e aveva fatto un rally dei mille laghi con su le catene per portare mamma (e me) all'ospedale con la vecchia 127. Non ci potevo credere, praticamente eravamo compagni di nursery che non si rivedevano da chissà quanto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così mi ero messo a cercarla su Feìsbuc, e sulla sua pagina, che "visualizzava solo alcune informazioni", l'unica cosa accessibile era la lista di 517 amici, di cui 4 in comune (tòh, guarda). Non mi andava di chiederle l'amicizia senza conoscerla davvero (mi sapeva di voyeurismo malsano, secondo la mia etica-à-la-carte da social network). &lt;br /&gt;Però c'era anche una pagina dei fan a lei dedicata, con 146 iscritti che diventarono subito 147. Probabilmente l'aveva creata la rivista: Insieme alla stessa foto c'erano i link agli articoli, la solita biografia e, in più, la lista degli eventi ai quali avrebbe preso parte.&lt;br /&gt;Combinazione delle combinazioni, al prossimo mancavano poco meno di due settimane: l'occasione era la "fiera della cultura" del comune di R*****, una specie di mega-evento culturale che riproponevano da qualche anno a questa parte. Ci ero andato una volta e non mi era piaciuto granché: mi era sembrato un grosso baccanale piuttosto confusionario, ma questa volta era tutta un'altra storia, c'era una motivazione differente. La presentazione della sua ultima raccolta di raccontini, "Anime perse", era prevista per la tarda serata nel seminterrato della biblioteca comunale, con la proiezione di un cortometraggio liberamente tratto da.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ovviamente, i giorni prima li trascorsi in una sorta di estatico countdown nel quale mi visualizzai in testa 861 volte il film del nostro incontro, studiando ogni possibile entrata ad effetto, conversazione ed uscita. Il film più verosimile prevedeva che avrei preso una copia della raccolta, sarei andato da lei chiedendole se poteva firmarla, e in un modo o nell'altro avrei colto l'occasione per chiederle in che giorno era nata e far saltare fuori la curiosa coincidenza che ci accomunava, e poi chissà....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giunse quindi la fatidica sera. Andai là con un certo anticipo, giusto per essere sicuro di trovare posto, ma non si rivelò necessario, non c'era moltissima gente. L'attenzione del popolo era tutta rivolta al clou della serata, un concerto misto di gruppi pop-punk-jazz in piazza, di cui, sinceramente, me ne fregava ben poco.&lt;br /&gt;Il seminterrato della biblioteca ospitava la biblioteca dei ragazzi, un posto molto colorato e divertente, arredato con seggioline e tavolini e fornito di una sterminata collezione di appositi libri. &lt;br /&gt;Quando arrivai, erano in corso delle prove tecniche di proiezione: c'era qualche problema, visto che erano lì in tre a trafficare da un bel po' e ancora non si vedeva nulla. Il tutto prese una via lunga, e un bel po' dei presenti abbandonarono, presumibilmente in favore del concerto.&lt;br /&gt;Quindi, all'alba dell'una e mezza, scomodamente seduti su delle seggioline per nani da giardino (ma che ci voleva a recuperare delle cadréghe normali?) non eravamo più di una ventina.&lt;br /&gt;Ma pazienza, anzi, meglio, pensavo: meno gente c'era, più con calma le avrei parlato, e al solo pensiero di poterlo fare, tutta l'attesa non mi pesava più.&lt;br /&gt;Si spensero le luci, finalmente tutto era pronto per la proiezione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quanto avevo capito, il corto era l'adattamento di uno dei raccontini del libro: girava intorno alle vicissitudini di una certa Sarah, protagonista di una contorta storia di disagio mentale, degrado urbano e sfighe assortite nella profonda periferia milanese. La colonna sonora era a cura di un gruppo chiamato Dismembrement, Dismembré, Dismemmé qualcosa, che facevano continue apparizioni sullo sfondo mentre suonavano i loro pezzi. Facevano un... boh, qualcosa che si poteva  definire come "post-grunge impastato", farcito di testi überkitsch ("and our love slips away as we die in the embrace of the setting sun" - eh?) Insomma, badilate di tristezza circondate da libretti pelùsciosi, fumetti di supereroi, tavolini colorati fra soli di cartone giallo e nuvole sorridenti appese: che fine avevano fatto la pungente ironia dei raccontini, l'arguzia delle recensioni, i ragionamenti piacevolmente spregiudicati?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il prosieguo del cortometraggio ingarbugliava sempre più la storia di Sarah in un rovo di &lt;strike&gt;ortich&lt;/strike&gt;frasi criptico-grottesche ("e il mio dolore si obnubilava nella dolce coperta stesa di benzodiazepine". Ma che c....?)&lt;br /&gt;Non credo che avrei perso ulteriore tempo a seguire una roba del genere se non fosse stato per lei, la voglia di incontrarla, e  di vedere se c'era modo di far scattare quella benedetta scintilla in cui credevo ciecamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I 35 minuti non certo più esaltanti della mia vita si conclusero con il rispettabile suicidio di Sarah a base di un'overdose di tranquillanti, cosa che sinceramente salutai con un certo sollievo, visto che la quantità di empatia che ero riuscito a provare per le sue vicissitudini era finita da un pezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riaccesero le luci. Della ventina di persone iniziali almeno cinque si erano già dileguate, altrettante lo fecero subito dopo e pochi altri rimasero lì a bazzicare in giro. Per cui, avevo praticamente campo libero: che potevo chiedere di meglio? Come presi una copia del libro dall'espositore, un indefinibile, talposo vecchietto dalla erre moscia (suo nonno? zio d'oltralpe? guardiano della cripta?) mi fece, in stampatello: "SE VUOLE FAVSELO FIVMAVE DALL'AUTVICE, MI SA CHE E'  QUELLA LI' , PVOPVIO DIETVO DI LEI".&lt;br /&gt;Mi girai, ed era lì. Finalmente, Elisabetta X. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uhm. Nella foto era, come dire, un po' più bellina. Non aveva un aspetto molto fresco, ma forse dipendeva anche dall'ora e dalla serata. Aveva anche un taglio di capelli diverso: quelli meravigliosi, lisci e scuri che nella foto cascavano deliziosamente sulla maglietta, face to face erano diventati un caschetto crespo semi-lungo che mah, non lasciava molto spazio all'immaginazione. Neanche la maglietta a righe viola e nere c'era più, sostituita da una verde oliva, molto meno entusiasmante. &lt;br /&gt;"Ciao."&lt;br /&gt;"Ciao!"&lt;br /&gt;"Bel libro. Anche il cortometraggio, uhm, non era male. Interessante, particolare!" (l'allarme ipocrisia mi strideva nelle orecchie mentre lo dicevo, ma feci finta di non sentirlo)&lt;br /&gt;"Grazie."&lt;br /&gt;"Ne ho preso una copia." &lt;br /&gt;"Uh, grazie."&lt;br /&gt;"Dai, scrivici qualcosa."&lt;br /&gt;"Uh, sì, Come ti chiami?"&lt;br /&gt;Glielo dissi, lei aprì il libro, iniziò a scrivere, cancellò qualcosa, scrisse di nuovo.&lt;br /&gt;"Una cosa, volevo chiederti: che giorno sei nata a G****? Sul retro della copertina parli di un nevoso giovedì di gennaio..."&lt;br /&gt;"Uh? Sì, il 16."&lt;br /&gt;"Ma dai, anch'io proprio il 16 a G****! Uguale uguale, incredibile, eh?"&lt;br /&gt;"Meh, ah, sì, carino." &lt;br /&gt;"Meh"? In un attimo, giorni e giorni di sogni erano gorgogliati giù per un "meh", e di colpo tutto non mi sembrava più così... carino.&lt;br /&gt;Nei miei sogni avevo in mente di chiederle per cosa stava quella benedetta X, di dirle che anch'io ogni tanto scribacchio qualcosa, o lasciarle la mia mail e parlarle di quel sito di ìndirokk per il quale avevo fatto anch'io qualche recensione, ma non ne avevo più molta voglia, e in ogni caso non credo che mi sarebbe stata molto a sentire. Provai comunque un ultimo rilancio, con un:&lt;br /&gt;"Dov'è che avete girato il corto? Mi è sembrato di riconoscere un paio di posti."&lt;br /&gt;"Ah, qui intorno, niente di speciale."&lt;br /&gt;"Oh, wow."&lt;br /&gt;"Già."&lt;br /&gt;"Già."&lt;br /&gt;....&lt;br /&gt;"Ok, ciao, allora, io vado a... fumarmi una sigaretta."&lt;br /&gt;"Ok, ciao, grazie mille."&lt;br /&gt;"Prego, ciao."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E così si liquefece tutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tornai a casa, e anche se ormai era più mattina che notte, mi fermai a leggere due-tre racconti di "Anime perse"  prima di prendere sonno. Complessivamente, era uno scartafaccio deprimente: la  storia della Sarah del cortometraggio era forse l'avventura meno peggiore di un campionario di gente squallida che non aveva né capo né coda. A riguardarlo, fatico quasi a capire da che lato va preso in mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Certe storie d'amore di carta non funzionano mai.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Put down that book &amp; listen to: Dire Straits - Lady Writer&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-3442064355437338179?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/3442064355437338179/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=3442064355437338179' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3442064355437338179'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3442064355437338179'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/06/elisabetta-x.html' title='Elisabetta X.'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-5802959749551374707</id><published>2010-06-12T21:16:00.003+02:00</published><updated>2010-06-13T04:20:21.218+02:00</updated><title type='text'>El ei</title><content type='html'>Mi accusano sempre di essere il solito criticone quando ne parlo, ma non cambio di una virgola la mia opinione al riguardo: l'L.A.,"El ei" per tutti, era davvero un cesso di posto. Quando aveva aperto, eravamo dei diciannoventenni che avrebbero suonato anche per una media di "Gran Becera" chiara e un calcio nel sedere, pur di avere uno spazio nel quale metterci in mostra e fare un po' di casino. Come gruppo eravamo acerbi quanto mele verdi e ben lontani da qualsiasi idea di professionalità musicale, ma non ce ne importava una mazza. &lt;br /&gt;Caricavamo tutto sulle nostre Panda, arrivavamo sempre troppo tardi e ovviamente non c'era mai il tempo di fare un soundcheck decente.&lt;br /&gt;Il gestore del locale era un certo Giancarlo, "Jimmy" per gli amici, un... puah, affarista? Scafatone? Smanettone? Pezzo di m.....? Altri aggettivi non me ne vengono in mente. Ci dava sempre la data di giovedì o venerdì sera, giusto perché in quelle sere gli faceva comodo che ci fosse qualcuno a rimpolpare il locale di gente, non importa quale: basta che avesse l'età legale per potergli rifilare ogni sorta di alcolico. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nome voleva essere un richiamo a quell'àrdrokk anni '80 il cui revival tanto andava in quel periodo, e di cui Jimmy millantava di essere un grande fan: "nell'86 ho visto gli Sgommatori e ho pure stretto la mano a Bakko dopo il concerto!" (sticazzi.) I muri erano tappezzati di pseudo-memorabilia: una "Tender" rossa senza una corda, posterazzi da rivista e qualche vinile raccattato chissà dove, appeso ben in alto per rendere meno visibili i titoli (assai poco rock: "Voci dallo spazio profondo", "Coro alpino del Tapùm", "Supermegamix '85"). Era un posto pensato per fare qualsiasi cosa... meno che suonarci della musica, evidentemente. Il palco era un rialzo di tre gradini all'estremità del locale, semichiuso da una balaustra. Più che palco sembrava un vecchio altare, lo spazio era pochissimo. Anzi, ancora meno, da quando Jimmy aveva avuto la brillante idea di ricoprire la parete con uno spesso doppiofondo, per conservare a imperitura memoria le firme di tutti i calcatori di quel surrogato di palco. "Tutti" almeno teoricamente: venne fuori che era un privilegio concesso a "solo quelli che suonavano il sabato sera", cioè ai musicisti "seri", mica agli stronzi cui veniva gentilmente concesso uno slot nelle altre serate. Fra i fortunati firmatari, c'era chi, con notevole buon gusto, s'era permesso di occupare subito spazi enormi disegnando un po' di stronzate in aggiunta alla firma, trasformando tutto in un groviglio di umlaut metallare, graffiti e cazzate. &lt;br /&gt;L'impianto audio era grottesco: c'erano due enormi casse dal wattaggio spropositato, collegate però a un vetusto mixer otto piste ormai più ossido che circuiti, per giunta privo di alcune manopole. Ovviamente i gruppi seri si portavano il loro - ma noi eravamo forse un gruppo serio? Che domande.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Salivo i tre gradini, imbracciavo la chitarra e finivo per trovarmi in un posto a metà strada fra la metropolitana nell'ora di punta e una capsula spaziale: affollato e con un groviglio pazzesco di cavi. L'acustica era terribile; quando il locale era vuoto tutto rimbombava, e una volta pieno si impastava. Le mega casse, per qualche mistero fisico-acustico, uscivano anche sul palco con un volume spaventoso che rendeva molto difficile sentirsi l'un l'altro. Facevamo cover dei Gemelli Tossici, dei Corrente Alternata e altri classici di fritto misto rocchettàro. Niente di stellare, ma per il nostro contesto poteva anche andare più che bene. &lt;br /&gt;Ricordo bene la seconda, o la terza data là: finite le due orette di show posiamo gli strumenti, e Jimmy arriva subito:&lt;br /&gt;"Bé, già finito?"&lt;br /&gt;Ci guardiamo.&lt;br /&gt;"....Sì?"&lt;br /&gt;"No, no, ancora, ancora, dovete andare avanti ancora. Il locale è ancora pieno, non si può far finire tutto così. Su, su, sul palco, via!"&lt;br /&gt;Eravamo un po' cotti: io avevo delle gran belle fiacche alle dita, il nostro bassista era diventato praticamente sordo per via delle casse e il batterista aveva bisogno di una flebo di integratore, da quanto aveva sudato (faceva sempre caldissimo). L'unico in forma era il cantante, ma in quelle condizioni come potevamo andare avanti? Finimmo per riproporre un'orrendo bis della prima parte della scaletta, mai suonato peggio in vita mia (Paganini faceva bene: risuonare alla fine ciò che si è suonato all'inizio mi ha sempre fatto un po' schifo, come se uno, dopo il caffè, volesse un'altra forchettata di pasta con le cozze per spegnere il languorino rimasto).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ovviamente Jimmy, da bravo smanettone del settore, si era parato il culo mettendosi in regola con la burocrazia il minimo indispensabile per non avere grossi problemi. La nostra ignoranza al riguardo era abissale, e la scafataggine in materia di auto-promozione nulla. Perciò, per Jimmy non era mai un grosso problema trovare qualche scusa, tipo "è che stasera non ha reso molto" "cinquanta in più la prossima volta (seeee, come no.)" per giustificare cifre d'ingaggio al limite dell'offensivo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma a noi ce ne fregava ben poco, eravamo persi nel nostro romanticismo rocchettàro giùvenile: Io pensavo che fosse solo una fase; in fondo anche gruppi universalmente stimati come i Ramarri avevano cominciato dall'ABCD: non certo il locale più signorile del mondo, e senza prendere chissà che cifre. Alessandro R., il leader delle Pistole Rosa, amava ribadire nelle interviste che al suo primo concerto erano venute TRE persone. Allora poi te lo immaginavi davanti a una marea di gente nel video di Bussando Sulla Porta del Cielo e ti chiedevi: "caaaaavolo, se ce l'ha fatta lui, perché non ce la devo fare io?"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il perché ho iniziato a capirlo tempo dopo, quando una sera siamo tornati là così, "in borghese", giusto perché non avevamo di meglio da fare. Sul palco c'erano i "Revolver Rosa", una cover band il cui repertorio era facilmente intuibile dal nome. Erano tutti over 30-35 dall'aspetto perito e consumato nel settore: se non altro era gente che quella roba se l'era ascoltata e vissuta al momento, mica grazie ai riflessi post-catodici del Tubo internettiano, come si usa fare adesso. Tecnicamente erano bravi e avevano un sound infinitamente più compatto e professionale di noi, complice un'ottimo impianto audio di proprietà. Però... c'era qualcosa, non da poco, che mancava: era uno spettacolo un po' troppo scontato. Insomma, se volevo sentirmi Pioggia di Novembre, Non Piangere e InterCityNotte per la 679ma volta, me ne sarei stato a casa, avrei messo su il disco e me lo sarei gustato pure meglio, magari anche con una birra migliore.&lt;br /&gt;Ripeto, proporre un pensiero così non era il massimo: appena lo facevo notare, mi saltavano tutti addosso: "ecco l'invidioso", "ecco quello che non capisce come funzionano le cose, che non sa apprezzare", "un altro criticone". Magari, per certi versi, può anche essere vero: in fin dei conti, chi sono io per impedire alla ggènte di pensarlo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Però, qualche anno fa, l'L.A. ha chiuso. Non si è mai capito cosa sia successo davvero: tutto è iniziato quando abbiamo smesso di suonarci, ufficialmente perché Jimmy voleva "alzare il target" del locale e allora "solo band serie, basta studenti e amatoriali vari". Dopo un periodo di grandi pienoni, tutto è andato per aria all'improvviso. La vox populi diceva che fosse andato sotto, ma sotto di brutto, e che gli avessero pignorato tutto nel giro di tre giorni. Altre voci dicevano che tutto fosse finito in mezzo a qualche giro locale un po' losco, e che Jimmy avesse tagliato la corda prima di finire male (in effetti, non s'è visto più in giro). Sembra incredibile a dirsi, ma dentro quel posto ci hanno aperto un negozio di idraulica e sanitari. Un po' di tempo fa a casa abbiamo dovuto rinnovare il bagno, e ho preteso con decisione che almeno la tazza la comprassimo proprio lì: ero disposto persino a pagare la differenza, se fosse costata qualcosa in più. Quando mio papà ci ripensa, dice di non avere ancora capito perché ci tenessi così tanto. Provo a spiegarglielo sempre, ma non penso che capirà mai il grande piacere di utilizzare qualcosa in grado di ricordarmi concretamente che per una volta, avevo ragione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Consiglio una media di Gran Becera e: Pistole Rosa - Piccolo bambino mio&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-5802959749551374707?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/5802959749551374707/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=5802959749551374707' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5802959749551374707'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5802959749551374707'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/06/el-ei.html' title='El ei'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-8514388744808241875</id><published>2010-06-01T21:37:00.001+02:00</published><updated>2010-06-01T21:41:01.107+02:00</updated><title type='text'>Martedì pomeriggio, 1991/92</title><content type='html'>Era la quarta elementare, anno 1991/92, e l’ultima ora del martedì pomeriggio non era un 15:25 – 16:10 qualsiasi. Era l’ora di Italia – Francia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo che iniziò quasi tutto per caso, il 15 settembre del 1991: l'accoppiata delle ultime due ore prevedeva religione-sport a sezioni riunite, un abbinamento architettato da chissà quale didatta senza rendersi conto delle conseguenze. L'ora di religione trascorreva fra parabole, storia e insegnamenti morali con un occhio permanentemente sintonizzato fuori dalla finestra, nell'ansia che quella fantozziana nuvoletta all'orizzonte non si mettesse a fare cavolate nei venti-diciotto-sedici-quindici-dodici-otto-cinque-quattro-due-uno minuti rimanenti. E poi, via! Nessuno &lt;i&gt;decise&lt;/i&gt; di iniziare a fare Italia – Francia &lt;i&gt;di calcio&lt;/i&gt;, risultò essere una convenzione scontata e automatica che si instaurò da sola: c’era un pallone? Sì. Era in qualche modo previsto che l'ora si facesse fuori? Sì. C’era bel tempo (non diluviava)? Sì. Basta, tutto a posto. Schizzavamo fuori e la partita iniziava  senza neanche il bisogno di mettersi d’accordo, si aspettava solo il rapido arrivo di tutti, tanto le squadre erano già fatte. Il campo era assurdo, una porta da pallamano da una parte e il portone di un garage dall’altro per ottenere una curiosa forma a gomito su una crosta di asfalto granuloso, ma per noi era enorme, meraviglioso, meglio di San Siro. Alla faccia del calcetto degli adulti, un affare dannatamente serio: bisogna contattarsi, trovarsi tutti, prenotare il campo - quello dove si spende poco, il gestore non rompe e il fondo è buono - fare la borsa, ricordarsi di portare il pallone e due magliette di colori contrastanti, sperando che nessuno pacchi all’ultimo momento, etcetcetc…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di quel quindicisettembrenovantuno ho un bel ricordo preciso, sul due a uno per noi a pochi minuti dalla fine. Ero in mezzo all’area, il pallone arriva dalla destra rasoterra: mi butto in avanti per prenderlo, ci arrivo col sinistro e segno finendo tutto quanto in porta col pallone. Sento un urlo e  tutti mi si buttano addosso, tirandomi fuori dal groviglio di rete, terra e foglie secche. Non era la prima volta che segnavo, ma che emozione, qui era diverso. Avevo fatto gol in Nazionale! Magari non nella Nazionale vera, ma era la nostra Nazionale! E per noi, contava sicuramente di più di un qualsiasi gol di Vialli o di Mancini o di Baggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una quindicina d’anni dopo, mi è capitato di ripensare alla questione dall'altra parte della barricata, e ripensandoci mi sembra tutta una cronaca marziana fuori dal tempo. Italia – Francia? Ragazzini &lt;i&gt;da soli&lt;/i&gt;, che vanno nel cortile &lt;i&gt;senza fare catastrofi&lt;/i&gt; per qualche minuto, &lt;i&gt;prima che arrivi l'insegnante&lt;/i&gt;? Il supervisore e arbitro delle sfide, monsieur Girondin dai capelli riccioli e occhiali tondi dalla montatura spessa, si sforzava di arrivare in fretta ma veniva sempre anticipato dall'inizio del match. Lo apprezzavamo perché si limitava a interferire il giusto (provò solo una volta, a febbraio, a proporre dei giochi diversi che sembravano sdoganati da un manuale di sport infantile, ma lo sbigottimento misto a delusione sulle nostre facce fu sufficiente a fargli notare la cazzata, che non osò mai più replicare): si preoccupava che le squadre fossero equilibrate – lo erano comunque, in automatico, per una questione di numeri – e arbitrava piuttosto bene, anche se dal punto di vista anagrafico-formale, beh, non si poteva certo definire neutrale. Tuttavia, non c'era molta possibilità di scelta...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le sfide furono tante, e se guardo l'album delle figurine di quell'anno c'è ancora appiccicato un foglietto con risultati e marcatori. Ma non è fondamentale, i ricordi sono di qualità superiore. Tatticamente era tutto molto semplice: palla al centro e pedalare, una vaga idea di chi stava "attacco" e "difesa" e nulla di più complicato. Dopo quel meraviglioso 3-1 iniziale, le partite seguenti confermarono la nostra netta superiorità complessiva. 2-0, 3-0, un 6-5 abbastanza confuso. Ricordo un mio ottimo rasoterra infilarsi nell'angolino da fuori area, in un clamoroso 6-1 (1-0, 1-1 loro in contropiede, e poi i nostri cinque gol di fila). Ma c’erano anche partite più sofferte, come un’intenso 1-1 sotto il cielo nuvoloso, e un incubo nebbioso di fine inverno nel quale finimmo per  perdere 5-2, dopo aver litigato fra di noi, essermi visto annullare DUE gol nella stessa partita e conclusa alla disperata con una serie di disperati tiri (storti) da fuori area per cercare il gol della giornata. Indimenticabile anche l' infinita discussione scatenata dal clamoroso "scisma" di A., che un giorno, ebbe molto da dire nel pre-gara e protestò schierandosi tra le file dei transalpini. Finì 2-0 comodamente per noi, ma la polemica andò avanti a lungo: tuttavia, dopo essere stato reintegrato con qualche riserva (leggasi: per evitare di coinvolgere Autorità Superiori, una grana decisamente da evitare), A. mise a tacere tutto raddrizzando con un bellissimo pareggio di testa che una partita che si stava mettendo male.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Delle estemporanee combinazioni di supplenze incrociate ci procurarono anche qualche sfida con la Germania e soprattutto l’epica, eccezionale sfida con l’Inghilterra vinta 2-1 grazie a un gol convalidato da monsieur Girondin dopo una discussione da storia della giurisprudenza (che verteva tutta su una questione di prospettive: il pallone aveva davvero picchiato il portone del garage o l’aveva solo sfiorato?). Ricordo anche una mia azione sul lato destro conclusa con un tiro che poi fuori andò fuori. Se avessi segnato, non me lo sarei dimenticato mai più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Combinazione, la cosa accadde qualche anno dopo, in una simil-sfida anche più importante, se vogliamo, ma non fu la stessa cosa, non ebbi la stessa sensazione; come in tutte le valanghe di altre partite giocate, più o meno importanti e spettacolari, con bravi giocatori, spettatori, premi e altro in palio. Infatti, medie-liceo-musica-feste-sesso-avventure-esami-lauree-sbronze-concerti-viaggi-pestilenze-storie-stage-erasmus-stress-lavoro-adultismi dopo, ci penso ancora: non mi è mai capitato di parlarne con qualcuno dei protagonisti, e dubito che ci sia qualcun altro a serbare  qualcosa più dei soliti, vaghi flash mentali per i momenti amarcordosi. Forse ormai è tutto un film che esiste solo nella mia testa, un bel film di fantascienza sportiva da un passato prossimo distante centimetri e anni luce allo stesso tempo. “Magia”? Puah, sarebbe come etichettare malamente il tutto, come si fa coi cibi di certe mense scolastiche e nella melensa terminologia delle favolette didattiche – tutta roba fatta e pensata per i &lt;i&gt;bambini&lt;/i&gt;. L’ultima ora del martedì era più grande. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Stand up for the anthem: Frankie Goes To Hollywood - Two Tribes&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-8514388744808241875?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/8514388744808241875/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=8514388744808241875' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8514388744808241875'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8514388744808241875'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/06/martedi-pomeriggio-199192.html' title='Martedì pomeriggio, 1991/92'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-4766761579410578122</id><published>2010-05-28T23:28:00.006+02:00</published><updated>2010-12-27T02:24:55.278+01:00</updated><title type='text'>Alla stazione</title><content type='html'>Hanno aggiunto un pannello che segna ora, minuti e destinazione del prossimo treno. Solo che il pannello indica: AAAAAAAAAA - 01/01/1990 - 05:47. Sto aspettando un treno lento e poco importante che mi deve portare in un posto dove dovrò prendere un treno più veloce e importante  che mi porterà in un altro posto dove prenderò un aereo che mi porterà molto, molto lontano. Difficilmente lo potrò fare, se salgo sul treno che porta ad "AAAAAAAAAA". E per quanto riguarda la data, beh, non sono proprio le 05:47 del capodanno del 1990. Piuttosto, è un giorno di fine agosto del duemila e rotti, verso mezzogiorno. Ma come vorrei lo fosse di nuovo, quel 01/01/1990. Io c'ero: anche se ero abbastanza piccolo, me lo ricordo bene, com'era qui. Ci venivo con la mamma, o il nonno, in auto, a prendere il papà che tornava a casa dal lavoro. Non era un posto che faceva rimanere a bocca aperta dallo splendore, solo una normalissima, simpatica stazione ben tenuta. C'era il signor Giuseppe, il capostazione, che conosceva bene il nonno e un giorno mi aveva concesso l'onore di schiacciare il pulsante che faceva abbassare le sbarre. Io lo avevo schiacciato, le sbarre si erano abbassate e mi era sembrato incredibile che con un bottone piccolo piccolo si potesse mettere in funzione un meccanismo così grosso. C'era la sala d'aspetto col pavimento a scacchi e i grandi sedili di plastica neri, i manifesti degli orari e lo sportello della biglietteria, sulla cui mensola, con un po' di fortuna, trovavo qualche biglietto usato che mi raccontava qualcosa, un'orario, il nome di una città, di un abbonamento, e che collezionavo in una scatola dividendoli per destinazione. Fuori c'erano le panchine fatte con una specie di sasso, dove mi sedevo a leggere Topolino o Braccio di Ferro aspettando il treno di papà (non c'era nessun pannello indicatore, solo un grande orologio con le lancette) che era sempre fatto di quattro carrozze marroni oppure metà bianche e metà gialle. E dalla finestrella più in alto, vicino al tetto si vedeva spuntare una bandiera dell'Inter, perché il signor Giuseppe era interista e il 28 di maggio dell'anno prima l'Inter aveva vinto il suo campionato numero tredici, perciò il signor Giuseppe aveva appeso la bandiera che era rimasta lì finché lo scudetto non era passato sulle maglie di un'altra squadra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche quest'anno l'Inter ha vinto lo scudetto. Ma non c'è nessuna bandiera che spunta dalla finestrella all'ultimo piano. Dubito che qualcuno vada lassù da anni: il signor Giuseppe è in pensione da un pezzo, e dopo non c'è stato più nessun capostazione (e tantomeno interista). Ma anche volendo, sarebbe stato impossibile esporre una bandiera da quella finestra, visto che sono state tutte chiuse con delle inferriate: lo hanno fatto dopo che qualcuno, anni fa, una notte ha spaccato tutto quanto, così, tanto per. Con le inferriate i vetri non li hanno più rotti, solo che tutta la costruzione è diventata simile a una prigione. Dentro la sala d'aspetto ci sono ancora gli stessi sedili neri, solo che sono molto più scassati di una volta; uno balla sul supporto, uno ha lo schienale bruciacchiato, un altro ha delle cicche appiccicate dappertutto e degli omini che scopano disegnati sopra. I manifesti con gli orari sono gli stessi dal 2001, e lo sportello della biglietteria è chiuso: adesso per fare i biglietti c'è una grande DAB (Distributrice-Automatica-di-Biglietti) tutta gibollata sul fianco (presumibilmente per i calci tirati da qualche utente spazientito, visto che è lentissima a dare il resto) e davanti alla quale ogni tanto qualcuno s'incazza perché il treno sta arrivando e non si riesce a selezionare la stazione giusta dal menu multifunzione. Ci sono un sacco di scritte sui muri e il pavimento a scacchi reca i segni di una spazzata sommaria fatta in fretta e furia. Può capitare di trovare ancora qualche biglietto, ma non consiglierei a nessuno di portarseli a casa, anche perché non indicano più nomi, classe, destinazioni: sono solo anonimi pezzi di cartoncino con una fascia di chilometraggio e i numeri timbrati dall'obliteratrice. Le panchine di sasso ci sono ancora: volendo uno potrebbe ancora sedersi a leggere (se ha l'accortezza di portarsi il materiale da casa, perché l'edicola di fronte alla stazione è stata sbaraccata). L'orologio con le lancette è fermo, sulle 3:44, chissà perché. Campanella e sbarre funzionano automaticamente e dagli altoparlanti esce una lenta voce femminile impostata, che con dizione ortofonetica fa: "&lt;i&gt;Il tréno in arrìvo è dirètto a....&lt;/i&gt;" "&lt;i&gt;Il tréno per... viàggia con 16 minuti di ritardo....18 minuti di ritardo... è stato sopprèsso.&lt;/i&gt;" Oggi il mio treno non è in ritardo. E'(quasi) puntuale. Non è più un quattro carrozze marroni o bianche e gialle ma un siluro biancoverdazzurro che sembra sprecato, a vederlo avanzare fra i binari pieni di erbacce. Si ferma, salgo, mi siedo. Il sedile è comodo, la temperatura è fresca (anche troppo), i finestrini sigillati. Il siluro parte, quel che resta della stazione si allontana, e penso che a dispetto di comfort, tecnologia e record di velocità che potrebbe teoricamente battere, a portarmi dove deve ci mette esattamente lo stesso tempo del vecchio treno che prendeva il papà. Non penso che sia un caso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;On the platform, instead of that obnoxious voice, try: Bruce Springsteen - Bobby Jean&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-4766761579410578122?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/4766761579410578122/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=4766761579410578122' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4766761579410578122'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4766761579410578122'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/05/alla-stazione.html' title='Alla stazione'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1590251305662241302</id><published>2010-05-15T19:24:00.001+02:00</published><updated>2010-05-15T19:26:03.567+02:00</updated><title type='text'>Job #6 - Meno di zero</title><content type='html'>Questa è la storia di un povero stronzetto che come massimo sogno professionale, in un'età dove sognare non è solo un diritto ma anche un dovere, aveva quello di entrare a far parte della redazione di "Lagranderivistafica", che vendeva millllllllllioni di copie e aspirava a diventare un punto di riferimento su musica, tendenze, cultura, cinema, sport e tutte le cose sulle quali è possibile sproloquiare ma che nei quotidiani non c'è mai abbastanza spazio per. I paladini del "ggggergo ggggiovanile" avevano pertanto indotto un concorso: "inviaci 'o racconto, uè: il più tosto, tamarro, fico, rock, esagerato che conosci. 'O autore d'o miglior racconto vincerà come premio uno STAGGGGE presso la nostra redazione!" "WOW" aveva pensato il povero stronzetto, che opportunità unica e irripetibile! E già si immaginava mentre sventolava l'accredito per entrare nell'ambito backstage degli Infernal Putrefaction e realizzare un clamoroso reportàsggg sulla decadenza del metallo che al confronto Hunteressetòmpson e Bucovschi gli facevano una pippa.&lt;br /&gt;Così il povero stronzetto era andato a scandagliare i bassifondi del suo portatile dove si trovavano ancora i rimasugli dei suoi diari\appunti di viaggio dell'anno di erasmus trascorso nella ridente cittadina di GøblŸn, dove in mezzo ai tanti dolori del ggiòvane Vèrter c'era anche la cronaca di qualche epica sbronza colossale tipo quelle che ti risvegli la mattina dopo e non capisci dove sei e perché. E allora aveva fatto CTRL+C e CTRL+V in nuovo file e s'era messo a cercare di limare, colorire e infiocchettare il tutto, aggiungendo un finale che faceva pressappoco "massìccomunquelavvitaètutta'nammerda", poi aveva preso e spedito tutto a ilgrandeconcorso@lagranderivistafica.it incrociando le dita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando il povero stronzetto se n'era dimenticato e pensava già a tutt'altro, un giorno gli arrivò una mail da redazione@lagranderivistafica.it che faceva più o meno "Congratulèscions, te ghét vinciù ti!". Il suo racconto venne pùbblicato nell'apposita colonna a pagina 16 della rivista e del sito uèbb, dove ricevette 162 commenti nel giro di due ore da parte di altri 162 poveri stronzetti che si lamentavano adducendo che loro durante l'erasmus a Narnia avevano fatto di peggio se non meglio.&lt;br /&gt;Ma al povero stronzetto 'un gliene poteva sbattere di meno, tanto aveva vinto lui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per cui s'era presentato, tutto gasato, un lunedì mattina nel megapalazzonesupercostoso dove c'era la la redazione. E già pensava che nel giro diddueore sarebbe già stato lì a mitragliare parole su quel gruppo indie dimmerda che secondo lui faceva dischi già vecchi ancora prima di essere registrati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'aveva accolto questa pulzella cinguettante che l'aveva fatto accomodare e l'aveva presentato a tutto il resto della kompagnia di lavoratori: tutta ggente suppergiù sui trentanni o tardotwentysomething dalla faccia furbastra che ancora prima di avergli finito di stringere la mano stavano già guardando da un'altra parte. Poi lo presentò al Guru in persona, che non è che avesse tanti anni in più di loro, ma un qualcosa di non meglio specificato del suo passato gli aveva attribuito un diritto divino di starsene beato nel suo ufficio, davanti allo schermo del suo scintillante Èppol da 92 pollici a dire cosa andava bene e cosa no.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma ci credeva, il povero stronzetto: diceva "si, kazzo! Fatemi kominciare, datemi da scrivere che mmò vi faccio vedere io!" Così la pulzella lo fece accomodare a un porzione di scrivania che guardava contro il muro, in uno spazio ricavato fra fècchie stampanti a petrolio e monitor a tubo dismessi che non voleva più nessuno, uno di cui era collegato a un fècchio PC diesel 1.2 Euro 0. Dopodiché, dopo averlo fatto aspettare un'ora\un'ora e un quarto, giusto perché la pulzella aveva altro da fare, finché non ci aveva detto "guarda, per cominciare ci sono tutti 'sti venti giga di immagini da riordinare per argomento, eppoi c'è da scaricare la posta e dare una lettura a questo articolo del Bravo Articolista Esterno che ha fatto un gran pezzo ma con tutti i verbi e le maiuscole al posto sbagliato che sono da mettere a posto."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il povero stronzetto era rimasto un po' deluso ma aveva pensato vabbè è solo l'inizio, due giorni kosì, massimo 'na settimana di rodaggio e poi c'ho faccio vedere io eh! A metà mattina se n'era andato a bere un sintocaffé alla macchinetta con il resto dei people dell'ufficio, l'occasione che il povero stronzetto aspettava tutto bramoso di sfoggiare le sue forbite competenze musicali alternativvv, nonché la maglietta degli Gnarfzo, i re indiscussi dell'indiròkk di GøblŸn che teneva sotto la felpa per tirarla fuori a sorpresa nonostante nell'office ci fossero già ventidue gradi.&lt;br /&gt;Poi i wild boys dell'ufficio avevano finalmente finito di ammiccare ai loro &lt;i&gt;ekstrimm uichènd&lt;/i&gt; a base di &lt;i&gt;bangigiàmpin&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;ràftinghe&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;càitsörfin&lt;/i&gt;, perché dopo una settimana di lavoro mica puoi ricaricarti le pile al campo di calcetto, no? e il discorso s'era finalmente spostato sulla musica il povero stronzetto aveva provato a chiedere se qualcuno aveva già fatto qualche articolo sugli Gnarfzo e in mezzo all'imbarazzo generale un tipo col pizzetto appuntito s'era messo a ridere dicendo "emacomesifa,tippregointervienitù" come se ascoltare gli Gnarfzo fosse peggio di andare in giro con i pantaloni a zampa, il nido di quaglie in testa e lo stereo 8 nella OpelKàdett. Così il povero stronzetto se l'era dovuta tenere sotto la felpa, la maglietta degli Gnarfzo, e al sudore per i ventidue gradi s'era aggiunto il sudore della figurademmèrda e la prima giornata s'era conclusa in un bagno totale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passata 'na settimana il povero stronzetto era convinto di aver passato il rodaggio: mo' SI che ci avrebbero dato qualcosa di serio da scrivere, crìbio! Invece il lunedì dopo al povero stronzetto ci diedero venti euro in mano e ci dissero che c'era da andare a comprare un pòster di FrencZappa perchè dall'altra parte della city stavano facendo un servizio fotografico in un kàmpo nomadi barakkoso dove c'era un gruppo che faceva le prove nella rùlott e per qualche motivo ci voleva il poster di FrencZappa per dare la giusta atmosfera intellectual. Così il povero stronzetto girò otto negozi rocchettàri per trovare il poster che non si trovava e una volta trovato s'era fiondato in metro e in periferia ed era arrivato trafelato al campo fangoso, dove tutti gli avevano detto bravograzie-seiungrande ma pensa un po', non s'erano nemmeno ricordati di pubblicare le sue iniziali da qualche parte nel numero successivo della rivista. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Guru non s'era mai sbilanciato riguardo a future prospettive di assunzione @lagranderivistafica, sull'argomento glissava spesso e volentieri con ampio uso di eufemismi e terminologie sibilline come "collaborazioni","progetti","multitasking" e il povero stronzetto si trovava sempre lì ad annuire facendo finta di capire i discorsi che non capiva perché gli avevano fatto capire che contraddire il Guru non era cosa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così fu che la pulzella cinguettante continuò a passargli per tutti i tre mesi allo stesso tavolino e allo stesso PC diesel 1.2 Euro 0 articolazzi del Bravo Articolista Esterno, del Blogger Bastardo e del Critico Cavilloso che doveva semplicemente leggere, correggere e spedire via mail a due piccì di distanza. Il povero stronzetto ci metteva anche tutto il suo impegno, per carità, solo che per i suoi colleghi &lt;i&gt;ekstrimm uichènd&lt;/i&gt; non era degno di particolare considerazione, troppo l'ultima ruota del carro: non abbastanza fico per avere il sacro diritto di scrivere @lagranderivistafica, e come potevano pensare loro di cagare anche di striscio uno che non pubblica, che non fa sentire la sua possente opinione in fatto di tendenze musicali? Il Gran Paradosso sarebbe stato risolvibile solo da un deciso intervento del Guru, ma era troppo impegnato a guardare il suo Èppol da 92 pollici e a far buon uso di tutti gli inviti gratis a eventi concerti e vita del bèlmondo che gli capitavano fra le mani come per diritto divino, lasciando l'amaro in bocca al povero stronzetto, che nei suoi sogni era convinto che qualche fettina della torta sarebbe arrivata pure a lui. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così i tre mesi finirono producendo risultati meno di zero e una non specificata quantità di esperienza, che comeddìcono tutti "fàccurriculumm"; e il povero stronzetto se ne tornò alla sua booooring vita pseudouniversitaria di sempre. Se non altro, evitò accuratamente di spendere altri soldi in una certa rivista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cose che @lagranderivistafica non ascoltano, ma fate pure: Ramones - Cretin Hop&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1590251305662241302?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1590251305662241302/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1590251305662241302' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1590251305662241302'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1590251305662241302'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/05/job-6-meno-di-zero.html' title='Job #6 - Meno di zero'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-245694335596171716</id><published>2010-05-09T20:55:00.005+02:00</published><updated>2010-05-09T21:16:17.518+02:00</updated><title type='text'>Sguardi all'insù</title><content type='html'>Fine luglio del 1966. Era una giornata soleggiata, e faceva già caldissimo benché non fosse ancora arrivato mezzogiorno. La vita nella cittadina di V. trascorreva, seppur in modo blando e rallentato, come al solito. Come tutti i mercoledì, la piazza del mercato, ricavata in una spianata non molto distante dalla chiesa parrocchiale, ospitava le solite tre file di bancarelle. Per la verità, data la calura e il periodo, non c'era molta gente in giro: in tutto, una ventina di clienti sparpagliati per il piazzale.&lt;br /&gt;Quando la giornata di vendite si avviava al termine Galletti, il fruttivendolo, smise di spostare una pila di cassette vuote e si fermò nel bel mezzo della piazza con gli occhi all'insù.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Cosa c'è da guardare, Tonino? Fece Tomazzi, il ferramenta.&lt;br /&gt;- &lt;i&gt;Mah, lassù g'he quaicoss ca sa moeuvv, ma el capisi minga sa l'è.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Eh, sarà il solito aereo.&lt;br /&gt;- &lt;i&gt;No,no, a l'è minga, a l'è minga, vegn chi a dagh un'ugiada, và!&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Effettivamente ad un'altezza che a occhio e croce si poteva stimare fra quattro e cinquemila metri, poco al di sotto delle nuvolette che spezzavano l'azzurro lattiginoso del cielo, c'era una specie di pallina che a tratti sembrava ferma e ogni tanto si spostava lentamente verso sud. Si trovava ad una distanza tale da non lasciar capire con precisione di che cosa si trattasse. Non aveva certo la forma di un aereo, e non si udiva, nemmeno in lontananza, alcun rombo o sibilo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Oh, hai ragione - fece Tomazzi, che memore dei suoi trascorsi da riservista nell'aeronautica, abbozzò una spiegazione: - mah, sarà uno di quei palloni per le previsioni del tempo, adesso si usano così... - &lt;br /&gt;- &lt;i&gt;Te sét sigùr? &lt;/i&gt;- rispose Galletti -&lt;i&gt; a mi ma par minga un balùn, par mi l'è quaicoss d'altar...&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Eh, &lt;i&gt;quaicoss d'altar&lt;/i&gt;, cosa vuoi che sia? Và che la guerra è finita da vent'anni ormai, eh!&lt;br /&gt;- &lt;i&gt;Ahh, el su ben, el su ben, ma mi parli minga di robb de guèra, adess ga sun i rùssi! L'hu legiù l'altar dì sul Corriere... hinn sempar drèe a lancià sù i lo razi, ma sa sa minga induva el finisun e quai ropp ga metun dentar!!&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;- Vabè, dai, ma chi ti dice che siano per forza i russi...&lt;br /&gt;- &lt;i&gt;Ehhh, el vedaremm, el vedaremmm...t'el disi mi... và, và ch'el turna indrèe.. varda, varda!&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pallino semovente aveva iniziato a prendere una traiettoria alquanto inaspettata, e invece di proseguire l'allontanamento verso sud, dopo aver compiuto una larga virata nel cielo di Lombardia era entrato in una specie di ampio loop circolare quasi esattamente sulla verticale dei presenti.&lt;br /&gt;Mentre il fruttivendolo e il ferramenta se ne stavano col naso all'insù due signore, che avevano ascoltato quanto bastava, si erano messe a fissare il cielo anche loro con sguardi preoccupati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una di loro vide il pallino, si coprì la bocca con la mano, si fece il segno della croce e andò via con passo spedito. Nel frattempo iniziò a radunarsi un po' di gente; tutti se ne stavano lì a fissare il pallino mentre compiva i suoi giri.&lt;br /&gt;Col passare dei minuti dal capannello di gente che iniziarono a emergere le teorie più disparate: Ghiozzi, il meccanico, che passava di lì in bicicletta, propendeva per la possibilità che si trattasse di qualche velivolo sperimentale, magari un prototipo di una delle varie fabbriche aeronautiche in giro per la regione. La moglie del geometra Sabatini disse che era "sicuramente un disco volante" di cui aveva letto dal parrucchiere, su un rotocalco che aveva pubblicato sei pagine di storia con tanto di foto sgranate, identikit di uomini verdi dai grandi occhi e il racconto di una casalinga di Portogruaro che sosteneva di essere stata rapita dal raggio sparato da un "ordigno volante" mentre si recava a fare la spesa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto, il pallino continuava a fare larghi cerchi nel cielo, catalizzando l'attenzione di buona parte della gente del paese, che si era come risvegliato dal torpore estivo.&lt;br /&gt;Fu chiamato il fotografo Pecinetti, che accorse con macchina e treppiede per fotografare l'oggetto volante: ma dopo un quarto d'ora passato a trafficare disse che più di una foto del cielo con un minuscolo pallino bianco non ne sarebbe venuto fuori; per scattare delle foto ingrandite a dovere ci sarebbero voluti dei potenti teleobiettivi che non aveva a portata di mano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arrivò anche don Carlo, il parroco, attirato da tutto il clamore che si poteva perfettamente udire dalla canonica, poco distante. Giunse con il breviario in mano e il basco nero in testa. Pur non avendo una gran vista, inforcando degli occhiali un po' spessi riuscì chiaramente - a detta sua - a distinguere il puntino misterioso. Gli dovettero spiegare un po' tutte le teorie che erano saltate fuori nel frattempo. A dire la verità la gente si aspettava da lui qualche perla di saggezza, qualche spiegazione fuori dagli schemi, ma si limitò ad annuire e ad allargare le braccia scuotendo lentamente il capo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tarcisio Giacometti, studente universitario di ingegneria, andò a prendere una cinepresa per riprendere il tutto. Forse ne valeva la pena, dato che la folla si era allargata, e s'erano radunate circa sessanta-settanta persone, più altra gente di passaggio attirata lì dal vociare. &lt;br /&gt;Il pallino là in alto continuava a girare, ma nel frattempo, a livello terrestre, gli argomenti delle conversazioni andavano confondendosi. Una cosa aveva tirato l'altra, e la gente che arrivava alla spicciolata faticava a comprendere le ragioni dell'assembramento. C'era chi, con la scusa dei russi e dei loro razzi, aveva iniziato a parlare di politica, e un certo numero di donne s'era lasciato tirar dentro dai racconti della signora Sabatini, finendo per commentare tutte le notizie che erano state lette dal parrucchiere in settimana.&lt;br /&gt;C'era persino qualcuno che parlava di calcio, e le bancarelle avevano ripreso a fare affari, benché in teoria l'ora di chiusura del mercato fosse già passata da un po'.&lt;br /&gt;Qualcuno continuava a tenere il naso all'insù, ma senza capire bene cosa ci fosse da guardare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad un certo punto, una discussione di politica locale andò un po' troppo sopra le righe, e si accese un parapiglia. Volarono un paio di cazzotti fra due che stavano discutendo animatamente. Una questione tirava l'altra, si prendevano le parti di uno o dell'altro, e fu così che una ventina di persone si trovarono coinvolte in un embrione di rissa. Arrivarono così i vigili urbani, allertati da qualcuno, per mettere fine all'alterco e calmare la situazione. Vollero capire quale fosse stata la causa scatenante di tutto quel parapiglia, e saltarono fuori Tomazzi e Galletti a spiegare la storia del pallino volante. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così si misero tutti di nuovo a scrutare il cielo, ma il pallino non si trovava più, nemmeno con l'aiuto di binocoli, lenti e cineprese. Così il vigile Lo Monaco disse:&lt;br /&gt;"Io penso che sarebbe il caso che andaste a casa, tutti! L'orario di mercato è finito da un pezzo! Via!"&lt;br /&gt;Ciascuno andò per la sua strada, e nel giro di cinque minuti nella piazza c'erano rimasti solo i venditori a smontare le loro bancarelle.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giorno dopo le edicole della zona titolavano tutte: MISTERIOSO OGGETTO VOLANTE SOLCA PER MEZZ'ORA I CIELI DI V. &lt;br /&gt;Il titolo rimandava a un articoletto poco consistente, con la nota firma locale del giornalista Corradini, nel quale si spiegava del pallino, si spacciavano come "autorevoli fonti" un po' di dicerie sentite in quella mezz'ora, e si promettevano ulteriori aggiornamenti dopo "la visione del filmato realizzato da un esperto".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le foto di Pecinetti si rivelarono essere esattamente quello che ci si aspettava: dei riquadri azzurri con un minuscolo pallino, e il filmato del Giacometti fu visto e rivisto centinaia di volte, ottenendo sempre la medesima impressione: era solo la ripresa di un pallino zigzagante che poteva essere qualsiasi cosa. Foto e video vennero persino inviati a un presunto ufologo che millantava di aver lavorato con la NASA, ma ottenne solo una cortese risposta, per altro pregna di buonsenso, che un filmato e delle foto così, privi di riscontri e altri dettagli, offrivano ben poco spazio all'analisi.&lt;br /&gt;In paese ormai si discuteva quasi esclusivamente delle ragioni che avevano scatenato l'accenno di rissa, e nessuno si ricordò più dello strano pallino e dei suoi volteggi.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;In-flight music: Rockets - One More Mission&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-245694335596171716?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/245694335596171716/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=245694335596171716' title='6 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/245694335596171716'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/245694335596171716'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/05/sguardi-allinsu.html' title='Sguardi all&apos;insù'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>6</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-9150287972867101252</id><published>2010-05-08T15:46:00.007+02:00</published><updated>2010-05-08T17:36:00.892+02:00</updated><title type='text'>Goliardia</title><content type='html'>La serata aveva rischiato di iniziare in modo tragicomico, dopo che L. aveva parcheggiato la macchina in una fottuta viuzza del centro storico, perché altro posto non ce n'era. Trovato finalmente un angolino e spento il motore, due secondi prima di scendere l'auto aveva iniziato a sollevarsi con tutti e cinque ancora dentro, una sensazione stranissima. Il culo dell'auto era andato su di un mezzo metro abbondante, facendo grattare a terra il paraurti anteriore, mentre dei led rossi brillavano beffardi tutto intorno. Ci siamo guardati in faccia pensando a uno scherzo, poi nel giro di venti secondi, prima che capissimo bene cos'era successo, l'auto è tornata lentamente per terra. Praticamente L. aveva parcheggiato sopra un dissuasore mobile che, chissà per quale motivo, si era alzato. Ovviamente siamo schizzati via da lì, e dopo aver speso altri venti minuti a girare, abbiamo trovato posto nel parcheggio deserto di un discount. Piantata lì l'auto, ci siamo avviati a piedi per andare alla festa di laurea di D. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ero contento di andarci: dopo qualche tempo da semi-recluso per via di un grigio mix a base di lavoro, stanchezza e mal di gola avevo accettato con molto piacere l'invito, anche se era un lunedì sera. &lt;br /&gt;Arrivando tardi, mi\ci era stato impossibile presenziare alla discussione e alla parte formale dei festeggiamenti - con toghe, proclami, foto di rito e tutto il resto. Ma eravamo ancora in tempo per la parte più divertente, che stando ai programmi di D. sarebbe dovuta cominciare all'ora dell'aperitivo.&lt;br /&gt;Il locale, a quanto ci aveva detto, era un Posto Spettacolare con Tanta Roba Da Mangiare, solo che non fu facile trovarlo: ci toccò girare per un'altra mezz'ora, chiedendo informazioni a ogni capannello di studenti sbronzi di fronte ai vari bar. La récherche fu resa più interessante da una serie di curiosi quiproquo sul nome del locale (che nessuno aveva inteso bene: io ero convinto si chiamasse Giava, altri due propendevano per Guado e c'era anche chi scherzava con Guano).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Morale della favola, ottenute le indicazioni giuste arrivammo davanti al "Guava", il famigerato Posto Spettacolare, verso le sette e mezza. Il Posto Spettacolare cominciava con una porticina stretta e poco appariscente, spalancata la quale si entrava nel regno fatato del peggior kitsch: le sfavillanti luci al neon rosa sembravano aver dato una passata di evidenziatore ai bordi delle pareti, ai banconi, e agli orribili quadri d'avanguardia appesi alle pareti. Il Posto Spettacolare appariva anche labirintico e parecchio affollato, ma a noi interessava relativamente: il party di D. era al piano di sopra, nell'apposito salone riservato, dove ci accompagnò una cameriera in camicetta bianca dallo sguardo cerbiattoso e pesantemente mascarato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Probabilmente lungo la rampa di scale dovevamo aver attraversato senza accorgerci qualche porta interdimensionale: Il salone, rispetto al locale, sembrava in un'altra galassia: brutto design e neon evidenzianti erano spariti per lasciare il posto a un'illuminazione molto più cimiteriale e ad un arredamento abbastanza scarno. Iniziai ad avere qualche perplessità, un po' come quando si morde un cracker posso, sulle speranze riguardanti la serata osservando la disposizione tattico-geografica dei presenti: tutta la nostra compagnia aveva colonizzato tre tavoli compattati all’estremità della sala, come se si fosse mandata al confino da sola in un settore ospiti. Intanto, la fauna umana autoctona scorrazzava qua e là per la sala, dimostrando familiarità con l’occasione e il luogo a suon di frizzi, lazzi e schiamazzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fra la fauna locale avevo notato subito la presenza di E., una tipa che conoscevo bene: nonostante non fossimo stati mai davvero “amici”, potevo benissimo attribuirle una parte da comprimario nel film dei miei anni di liceo. E. mi passò di fianco quando, guarda caso, stavo chiacchierando proprio con due amici del suo paese. La salutai così, senza pensarci, ma il gesto e le relative parole la trapassarono e volarono fuori dalla finestra, dato che li ignorò completamente. Rimasi di sasso: che c....?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vabbè, mi dissi, che stronza: ma la festa va avanti lo stesso. Andai alla ricerca della famosa Tanta Roba Da Mangiare, che era già stata sbranata quasi tutta dai voracissimi replicanti locali: c’erano rimasti, ironia della sorte, dei cracker secchi, qualche rimasuglio di salsa rosa, un po’ di pasta fredda e un punch piuttosto scadente. Raccattai comunque qualcosa, riempii un bicchierone col punch e tornai ad accomodarmi nel settore ospiti. Dove, per la verità, non c'erano molte facce allegre, tutti sembravano stanchi e poco loquaci. Forse anche per via della musica ad alto volume (dato che ci si era andati furbescamente a sedere proprio sotto le casse), che faceva risuonare, anche se si rimaneva a pochi centimetri di distanza dall'interlocutore, ogni conversazione pressappoco così:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"***** **** ** scussione oggi TUMCHA TUMCHA ***** ** *****, ***** TUMCHA TUMCHA, **** ****** * **** **?"&lt;br /&gt;"TUMCHA TUMCHA ****issimo**** ****anda* ****TUMCHA TUMCHA**** dere che scena!!! Ahahah!!!"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dato che ogni forma di comunicazione verbale era impossibile, mi alzai e cercai di dedicare un po' di attenzione al panorama umano locale, visto che a occhio e croce la situazione mi pareva abbastanza blindata. Nessun esemplare della fauna del posto sembrava molto interessato a fare conoscenza; anche perché così, a pelle, non avevo la sensazione che gli piacessimo molto. Le ragazze sembravano distanti anni luce: le due o tre facce un po' carine presenti restavano a portata di guinzaglio dai loro tipi, e c'era anche un gruppo di ectoplasmiche fighette che quasi sicuramente non avevano nulla a che fare con la festa: s'erano imbucate solo per scroccare un po' di alcool. A giudicare da quanto riuscivano a intercettare le mie orecchie, la qualità media delle conversazioni non era granché, si trattava per la maggior parte di pettegolezzi e sberleffi con continui riferimenti a gente che non conoscevo minimamente. La sensazione era che chi avesse voluto tentare un qualsiasi approccio, beh, avrebbe dovuto ben dotarsi di attrezzi da falegname.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto il non-duello a colpi di ignoranza con E. proseguiva: alla fine non riuscivo a fregarmene, la cosa mi infastidiva peggio di un brufolo sottopelle. Decisi di farlo scoppiare quando per qualche motivo si piazzò a poche sedie di distanza, senza cagarmi di striscio per l'ennesima volta. Andai lì e le interruppi la conversazione con la scusa di salutarla. “Oh, ciaooooo!” fece, con finto-sguardo-di-sorpresa, prima di partire con una raffica di convenevoli. Quattro per la recitazione e altrettanto per l’efficacia: forse sono solo io, stupido romanticone, a cui piace ricordare le persone in modo un po’ diverso dalle comparse di un film. Andando avanti così, a quarant’anni ci incontreremo all’aeroporto con le famiglie, o a qualche brunch di lavoro in giacca e cravatta, e non ci riconosceremo neppure.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, la cameriera cerbiattosa fece un giro al tavolo per servire un po' di birre. Fu un'altra grande scena: fra un boccale e l'altro, chiese: "da dove venite?"&lt;br /&gt;"Dal varesotto!" fece qualcuno. Lei rispose:&lt;br /&gt;"Varesotto? Ugh, che posto di merda!" E prese e se ne andò. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E il clou della serata, la consegna del regalo a D., doveva ancora arrivare. Eravamo completamente all'oscuro di usi e tradizioni locali, che prevedevano una sorta di cerimoniale da Gran Premio. D. era già più spugna che uomo quando la pasta non era ancora finita, per cui le sue condizioni al fatidico momento non erano certo migliorate. C'era un clima da stadio - in tutti i sensi. A destra un'immaginaria curva sud con i collegiali di casa, e a sinistra noi, tifosi ospiti della stessa squadra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D. venne fatto salire in piedi sul tavolo e, dopo la consegna del regalo - un ciondolo abbastanza insignificante - gli passarono in mano una specie di papiro da declamare: fra musica e biascicamenti non se ne capì molto, ma fu meglio così. Ebbi modo di dargli un'occhiata dopo e ci trovai tutta una litania a base di cazzi&amp;fighe che boh, non mi faceva nemmeno tanto ridere. Poi D. scese dal tavolo, e tutta la combriccola lo stese per terra saltandogli addosso: gli sfilarono di dosso giacca e camicia e lo obbligarono a scolarsi quasi un’intera bottiglia di spumante gelato. C'era un che di eccessivo e preoccupante in tutto ciò, ma nessuno aveva il coraggio di andare lì a dire qualcosa: l'unica cosa da fare era stare a vedere dove arrivava il tutto. &lt;br /&gt;Come saluto finale, gli rovesciarono in testa il vassoio di rimasugli crackerosi: non so perché, ebbi la stessa sensazione di pena che mi viene al discount, quando guardo quei wurstel scadenti che non compra mai nessuno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quel gesto segnava la fine della commedia: i tifosi locali iniziarono a sparpagliarsi e nel giro di cinque minuti non c'era più nessuno: tutti fuori, in giro a fumare, a (s)parlare o fare altro. Restavamo lì solo noi "ospiti", e... D., del quale non s'era preso cura nessuno: era lì seduto, cosparso di schifezze dalla testa ai piedi e in stato semi-confusionale a causa di tutto l'alcol che s'era tracannato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comparve all'improvviso un fighetto strizzato in un completo gessato, dall'espressione memorabilmente sorpresa: era in palese ritardo, tutto era ormai finito e anche il suo tentativo di salutare D. non andò a buon fine, visto che ormai era fuori combattimento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, la serata andava concludendosi, tanto per fare un paragone calcistico, come una di quelle brutte partite invernali, rozze e piene di falli, che finiscono 0-0 e danno un punto a ciascuno senza lasciare alcuna memoria in quanto a spettacolo.&lt;br /&gt;Uno degli ultimi sprazzi di gioco venne offerto da D. stesso, che riuscimmo a malapena a salutare: l'unica sua risposta fu restituire l'abuso pilotato di alcool, con interesse di succhi gastrici, nel cestello dello spumante, che ci premurammo di consegnare alla cameriera cerbiattosa: “mettilo dritto in lavastoviglie, và”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma non avevamo ancora visto tutto: poco fuori dal locale, mentre cercavamo di dirigere i nostri sguardi poco lucidi alla ricerca dell'auto (sentivo il punch navigarmi nello stomaco, insieme allo spumante e ai rimasugli di pasta e crackers), ci fermammo a dire ciao al gruppetto degli autoctoni, giusto per non essere sgarbati con un paio di persone che conoscevamo. Fra di loro c'era un tizio che sembrava comportarsi da completo deficiente: ogni volta che qualcuno dei suoi compagni di bevuta pronunciava una certa parola all'interno di un discorso, lui doveva subito pronunciarne una corrispondente. Se non lo faceva, veniva assalito verbalmente dagli altri. Incuriosito, provai a chiedergli qualche spiegazione. Fra reticenze, prese per il culo e ammiccamenti, riuscii a strappargli qualche parola: mi disse che per lui era "tempo di mazza", ovvero un periodo di insulti e umiliazioni gratuite (che non sto qui a raccontare) che gli dava il diritto di partecipare al grande circo dei giochi goliardici.&lt;br /&gt;"Ma scusa, e se uno non ci sta?"&lt;br /&gt;"Ehm, niente... praticamente nessuno ti presta più attenzione, vieni ignorato e te ne stai da solo tutto il tempo, nessuno ti considera, nessuno ti dà una mano, nessuno ti presta niente."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Di solito un lieve obnubilamento alcolico mi dispone bene verso l’ironia, ma in questo caso non riuscivo proprio a trovarla. Forse, provai a pensare, dovrei prendere tutto più alla leggera. Ma il vuoto, specialmente quando alberga nelle teste degli altri, è difficile da prendere, in qualsiasi modo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi allontanai insieme agli altri, e la cosa buffa è che prese piede un discorso degno del peggior Egidio Ipocritor, su come quella città fosse un grande ambiente pieno di vita, bella gente, divertimenti. In realtà pensavo tutto l'opposto di quello che dicevo, ma ero troppo stufo per controbattere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In auto avevo già sonno, e del viaggio di ritorno ricordo poco o niente. Mi salta subito tutto alla mattina dopo, mentre facevo colazione prima di andare al lavoro, e su una tivù locale davano uno dei vecchi cartoni animati di Snoopy. Verso la fine c'era Linus che chiedeva a Charlie Brown: "Che cosa abbiamo imparato oggi, Charlie Brown?"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ripensai a tutta la sera prima: se fossi stato Charlie Brown, gli avrei risposto: "Niente, Linus. Proprio niente."&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Lounge Loudspeakers: Foo Fighters - Everlong&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-9150287972867101252?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/9150287972867101252/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=9150287972867101252' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/9150287972867101252'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/9150287972867101252'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/05/goliardia.html' title='Goliardia'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-6068559008045775878</id><published>2010-04-30T23:16:00.001+02:00</published><updated>2010-04-30T23:19:16.338+02:00</updated><title type='text'>Il buco</title><content type='html'>La riunione con gli svedesi era stata un successo sotto tutti i punti di vista. Avevano stipulato fior di contratti e gettato le basi per almeno due anni di collaborazione.  Pietro G. aveva guidato la presentazione del suo team con acume e perizia, portando a casa uno strepitoso successo per l’azienda. Il lunedì mattina più bello degli ultimi mesi. Poteva esistere un modo migliore di iniziare la settimana? Pensò scendendo dalla sala riunioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Davanti all'ascensore, pacche sulle spalle, congratulazioni, sorrisi.&lt;br /&gt;Poi, tutti dentro e giù al primo piano. Intanto, sotto le luci al neon, il supervisore Giorgio F. canticchiava:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“veloce e distruttore come un lampo, non dà scampo...”&lt;br /&gt;- Che cos'è?&lt;br /&gt;- Ma dai, non dirmi che non te lo ricordi?&lt;br /&gt;Pietro G. ci pensò su. &lt;br /&gt;- No.&lt;br /&gt;- Dai, Mazinga Zeta! "altolà, falsità, fermati malvagità"... nulla?&lt;br /&gt;- No, proprio, mi spiace, ma da piccolo non lo guardavo.&lt;br /&gt;- Ah... peccato, peccato davvero! Eeeh, cosa ti sei perso...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un successo professionale del genere, poteva anche sembrare una cosa infinitamente trascurabile, ma Pietro G. non aveva mai avuto l'opportunità di guardarlo, Mazinga Zeta. I suoi genitori da piccolo non gliel'avevano mai permesso. Uno dei capisaldi della loro filosofia educativa era la convinzione che crescere senza l'influenza di tutta quella "robaccia" fosse un toccasana. Nei loro piani, ne sarebbe uscito un ragazzo dal pensiero genuinamente alternativo, sobrio, controcorrente. E in effetti, in qualche modo tutto ciò era successo. Pietro era diventato il ragazzo con la testa sulle spalle che si auspicavano. Voti stellari e studi d’avanguardia in università d’élite, coronati da una laurea con lode e bacio accademico. Mega master con borsa di studio e porte aperte in una grande multinazionale. &lt;br /&gt;“Un curriculum impressionante, impeccabile”, dicevano di lui i superiori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo che ora Pietro G. si era accorto di avere dentro un buco. Mazinga Zeta era la punta di qualcosa, anzi della mancanza di qualcosa, di cui solo lui conosceva le dimensioni. Anche se i razionali piatti della bilancia dei benefici dicevano che il peso dei successi poteva far inorridire qualsiasi eventuale mancanza, non bastava. P er quanto piccolo potesse sembrare, il buco era diventato d'improvviso una voragine. &lt;br /&gt;Si ricordava benissimo i suoi amici parlarne in continuazione, e tutti che giocavano nel cortile facendo finta di essere Goldrake o Daltanious o Mazinga, con lui costretto a rimanerne fuori,  perché non.... capiva nulla! Li vedeva collezionare figurine e modellini, lui aveva altri giochi, certo, ma non erano gli stessi, era come se vivesse sulle frequenze di una banda completamente diversa. A casa non se n'era mai discusso molto. Aveva accettato quel modello educativo senza discutere, da bravo bambino che si fidava, e che a modo suo si sentiva anche un po’ superiore, con l’approvazione di tutti i grandi intorno a lui. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Però ora, a trent'anni passati, la riscoperta di quella carie nell'animo impossibile da otturare, era muy muy muy dolorosa. Nessuno poteva ridargli indietro quello che non c'era stato. E' vero, continuava a dirsi, si perdono delle cose e se ne trovano altre, chiudi una porta si apre un portone e giù per tutta la sequela dei luoghi comuni, ma chi poteva dire dove stava la verità? Magari sarebbe stato più felice, con molti bei ricordi in più. O magari si sarebbe "inebetito" come tutti gli altri, proprio come temevano i suoi genitori e ora, altro che multinazionale, sarebbe alcolizzato sotto un ponte. Gira e rigira, le risposte possibili erano solo una serie di opinioni; ci si sarebbe potuti commuovere da quanta ragione aveva, o dargli dell'imbecille e ridergli in faccia. L'unica cosa concreta era quel buco - lì a testimoniare la mancanza di qualcosa che non si poteva recuperare più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così Pietro G., nel giro di un viaggio in ascensore, era diventato triste, indipendentemente dai suoi diplomi e dalle sue lauree, dal suo stipendio, dalla sua carriera. Successo aziendale con gli svedesi? Chissenefrega. &lt;br /&gt;Era stato sconfitto da Mazinga Zeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Fragore a mille decibel: I Cavalieri del Re – Mazinga Zeta&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-6068559008045775878?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/6068559008045775878/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=6068559008045775878' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6068559008045775878'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6068559008045775878'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/04/il-buco.html' title='Il buco'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-7325795970071002412</id><published>2010-04-25T16:14:00.004+02:00</published><updated>2010-04-25T18:38:30.794+02:00</updated><title type='text'>Piena crisi</title><content type='html'>Per Gionata G., studente di lettere profondamente fuori corso, era piena crisi da ultima sera pre-esame. Prese il libro e si sforzò di leggere per l'ennesima volta quel saggio di filosofia del linguaggio intitolato "strumenti fondamentali per un'analisi ermeneutica della classificazione ontologica" che come comprensibilità, per quanto gli riguardava, poteva essere costituito da una manciata di lettere prese a caso e schiaffate sulla carta. C'era ben poco da fare - l'appello era l'indomani, alle 9 di mattina (più che appello, un'esperienza: era il numero 32 degli iscritti - un pettorale critico, non abbastanza basso per sbrigare subito la pratica e non abbastanza alto per avere la certezza di un rinvio ai giorni successivi). Quindi, aveva poco più di dodici ore a disposizione per metabolizzare quel saggio che si era ostinato a mettere in coda a tutto il resto, ma che le ultim'ora di corridoio davano come uno degli argomenti di inquisizione più gettonati.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;l'interpretazione di alcuni dialoghi è difficile da collocare nel circolo esegetico generato dal sottile rapporto dialettico fra domanda e risposta. Si può parlare di dialogo se, scandagliando a fondo i costituenti di questo rapporto si evidenzia una profonda integrazione fra i costituenti del "medium" linguaggio in quanto tale. Ma attenzione! analizzando il rapporto in questione nell'ottica di una dimensione storica più ampia, affiora una dimensione interpretativa dell'universo testuale riconducibile agli elementi di base di quell'analisi interpretativa descritta in precedenza e che si attua nel medium del linguaggio stesso, ascrivibile a ciò che in un contesto più generico e superficiale di costruzione del testo è possibile definire dialogo. La linguisticità del comprendere è la prova del concretizzarsi della dimensione storica del costrutto testuale.&lt;/i&gt;"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'ultima frase, sottolineata in matita azzurrina dallo sconosciuto precedente proprietario del volume, gli aveva fatto arrestare, per momentaneo sovraccarico, la RAM cerebrale. In compenso, era salita una sensazione di sconforto che aveva di fatto spostato l'attenzione sulla realtà circostante. &lt;br /&gt;Nel salotto di quell'appartamento in condivisione studentesca era in pieno svolgimento un mini torneo calcistico di playstation, un Fabio-Marco\Inter-Chelsea più vivace di un vero quarto di coppa. Per quanto si sforzassero di limitare il volume di effetti sonori e commenti, dietro garbata richiesta dello stesso Gionata, era come tentare di mettere la sordina ad un martello pneumatico; un'operazione che può migliorare le cose, ma assai lontana da un vero e proprio sollievo. &lt;br /&gt;In cucina il teutonico Georg, dottorando in chimica, stava tentando di applicare i suoi studi alla creatività culinaria, sperimentando un improbabile crossover fra una mezza latta di crauti rimasta in frigo e una mezza scatoletta di pomodori sull'orlo di soccombere alla muffa. Dalla padella borbottante si spandeva un acre aroma acetoso impossibile da ignorare per le narici di Gionata, il quale purtroppo non aveva molte alternative - alle otto e mezza di sera non c'erano locali pubblici, biblioteche o affini dove andare per trovare un po' di tranquillità. L'unica, drastica soluzione sarebbe stata quella di traslocare in qualche bar poco frequentato, ma l'idea lo intristiva parecchio. L'unica altra persona non intenta ad attività rumorose o odorose era Elisa, che si trovava a letto, nella stanza accanto, in uno stato di semi-coma indotto da un fastidioso attacco febbrile. Ogni tanto si faceva sentire con qualche profondo colpo di tosse bronchiale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Linguaggio e comprensione sono strettamente interconnessi, soprattutto durante la disamina degli elementi costitutivi della trasmissione storica. L'esistenza stessa degli elementi si configura insieme ai costituenti del "medium" linguaggio: l'oggetto privilegiato si concretizza in una selezione di caratteri interpretativi di natura linguistica...&lt;/i&gt;"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si interruppe un'altra volta, giusto per accorgersi della comparsa nel corridoio della faccia pallida e congestionata di Elisa:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Zcusa se ti distuBBo, Ba DoD avresti uDa TachipiriDa? Zto moreddo di freddo....&lt;br /&gt;- Ah, oh.... ora guardo - fece Gionata, un po' impressionato dal pallore.&lt;br /&gt;- Dovrei chiaBare il dottore, zecoDDo te? &lt;br /&gt;- Mah, non saprei... quanta febbre hai?&lt;br /&gt;- TreDtotto e Dove.&lt;br /&gt;- Eh, caspita... è un po' altina... non so, ormai è sera, dormici su e poi domani lo chiami.&lt;br /&gt;- VabbeDe. *COFF* *CUGH*. Grazie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prese il blister di pillole dall'armadio e glielo passò con una certa riluttanza. Quando toccò il suo dito, freddo e sudato, ebbe una lieve sensazione di disgusto, un po' come se temesse di venire contagiato. Per un attimo gli balenò il pensiero che tutto sommato, forse non gli sarebbe dispiaciuto,  almeno avrebbe trovato una valida giustificazione mentale per allontanarsi da quel garbuglio di parole. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi Elisa sparò due altri cavernosi colpi di tosse, così scuri e profondi da fargli passare qualsiasi idea morbosa.&lt;br /&gt;Tornò sul libro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;1.2.4. la linguisticità determina la specificazione dell'atto ermeneutico &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La funzione conatoria del concretarsi della storicità dei contenuti linguistici di un enunciato ne caratterizza il piano linguistico esclusivamente da un punto di vista ermeneutico. La comprensione di quanto viene trasmesso nella dimensione storiografica si pone, ad un livello strettamente ontologico dell'interpretazione, in una peculiare situazione privilegiata...&lt;/i&gt;"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- GOOOOOOOOOOL!!!GOOOOOLLLL!!!!GOOOLLLLL!!SIIIIIIIIIIIII AL NOVANTATREESIMO!!!! TE L'AVEVO DETTO CHE TE LO METTEVO NEL CULO, TE L'AVEVO DETTO CHE TE LO METTEVO NEL CU...&lt;br /&gt;- Eeeeeeeh, scusate - interruppe Gionata, traslandosi all'istante in salotto alle spalle dei due giocatori e brandendo il libro con aria esasperata - potreste evitare di urlare? Già sta roba non è facile, per favore... &lt;br /&gt;- Oh sì sì, scusa scusa, è che ci siam fatti prendere, ma và che culo, all'ultima azione...&lt;br /&gt;- Va bene.... ma per piacere, dai, abbassate un pochino..! &lt;br /&gt;Se ne tornò di là abbastanza scocciato, mentre i due videogiocatori ripresero come se nulla fosse dopo aver simbolicamente abbassato l'audio di un paio di tacche.&lt;br /&gt;Riprese a leggere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;in realtà l'atto dello scrivere in sé è un principale costituente dell'atto ermeneutico nella sua integrità pragmatica, poiché in tale atto si trova la piena concretizzazione di un nesso esistenziale aprioristicamente indipendente dall'autore e dalla sua determinazione fàtica (narratario, lettore implicito, ecc.)...&lt;/i&gt;"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dalla cucina arrivò una zaffata di odore diversa dal solito basso continuo crautoso. Era un odore speziato, decisamente forte e anche un po' fastidioso, vagamente simile all'ascella sudata. Evidentemente Georg doveva aver aggiunto al composto in cottura un po' del cumino fossilizzato che giaceva nella dispensa in quel famoso barattolo scaduto nell '89. Comunque ormai non c'era molto da fare, la puzza s'era diffusa. Poteva solo aprire leggermente la finestra e sperare che il refolo d'aria fresca contrastasse efficacemente l'odore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- Georg!!!! Che cacchio hai messo nella salsa? Senti che tanfo!! Urlò Marco dalla sala.&lt;br /&gt;- Ach, scusa, profato a mettere Kumino, scusa per odore, ora è kotto tutto, faccio sparire...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;possiamo finalmente dire con ragionevole certezza che tale ragionamento è intellettualmente obsoleto e destinato a sparire.  Il futuro dell'ermeneutica passa attraverso una sapiente mediazione di tutti gli elementi analizzati.&lt;/i&gt;"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il saggio era terminato, e nella casella del totale del riepilogo mentale c'era solo una cifra - lo zero. Era come se avesse letto un insieme di parole senza senso: tutto quello che gli veniva in mente erano la Tachipirina, la televisione accesa sul rettangolo verde di gioco, e la padella borbottante ripiena di pomodoro, crauti e spezie.&lt;br /&gt;Iniziò a salirgli una specie di panico. Se non riusciva a filtrare nulla di quanto c'era scritto doveva concentrarsi di più. Erano ormai le dieci passate, all'esame mancavano poco meno di undici ore e al  di là di una preparazione un po' sommaria, senza quel saggio c'erano poche speranze di passarlo decentemente.&lt;br /&gt;La constatazione generò una vampata d'ansia. Pensò di piantare lì tutto e di non presentarsi, ma sarebbe stata la terza volta consecutiva: gli mancavano ancora tanti, troppi esami alla fine della laurea triennale, era già fuori corso e per quanto non si fosse mai affrontata la questione, sapeva che anche a casa la pazienza aveva un limite.&lt;br /&gt;Per cui si asciugò con il dorso della mano le goccioline comparse sulla fronte, accese la lampada da tavolo e ricominciò la lettura da capo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"&lt;i&gt;Il linguaggio determina in modo specifico l'atto ermeneutico...&lt;/i&gt;"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Terminò la lettura successiva quando l'orologio segnava mezzanotte e cinque. I colpi di tosse erano diventati molto più sporadici, aveva fatto abitudine all'odore di cumino e Inter-Chelsea, al meglio delle sette partite, si era conclusa 4-3 per i nerazzurri.&lt;br /&gt;Provò a fare un'altro riepilogo mentale, forse ora qualcosa era rimasto: aveva la sensazione di aver assimilato qualche concetto, ma sentiva che non era abbastanza per riuscire a sostenere una conversazione sensata sull'argomento. Per cui, poco da fare - altra lettura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'orologio segnava le due e cinquanta. L'ultimo quarto d'ora Gionata lo aveva passato a consumare il pavimento della sua stanzetta, camminando nervosamente a stretti circoli nei pochi metri quadrati a disposizione.&lt;br /&gt;Ormai era la sesta o settima volta che rileggeva quel saggio nell'arco della giornata, e parole e frasi gli apparivano nel cervello a blocchi visivi, come pezzi di un'installazione futurista, insieme all'odore di cumino, al sottofondo dello stadio virtuale e al timbro profondo dei colpi di tosse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"Ogni fenomeno linguistico va analizzato nel contesto ermeneutico di appartenenza!"&lt;br /&gt;"Ogni fenomeno linguistico va analizzato nel contesto ermeneutico di appartenenza!"&lt;br /&gt;"Ogni fenomeno linguistico va analizzato nel contesto ermeneutico di appartenenza!"&lt;br /&gt;continuava a ripetere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poche ore dopo, Gionata non si presentò all'appello.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Condimento sonoro: Dream Theater - Panic Attack&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-7325795970071002412?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/7325795970071002412/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=7325795970071002412' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7325795970071002412'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7325795970071002412'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/04/piena-crisi.html' title='Piena crisi'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-4923146626184929895</id><published>2010-04-18T18:03:00.002+02:00</published><updated>2010-04-18T18:11:55.037+02:00</updated><title type='text'>Job #5 - Bibliotecariato</title><content type='html'>Non era un impiego particolarmente gravoso: si trattava di catalogare libri, sistemare riviste e gestire i prestiti.  Il posto era pure bello, la sala e alcune stanze del palazzo comunale, una vecchia villa con tanto di giardino. Purtroppo, chi si era premurato di applicare alla questione fondamenti e chiose della legge di Murphy era il responsabile della biblioteca, il nostro capo: un uomo solo e triste, affetto da mille manie, disturbi ossessivi e pensieri contorti. A detta di molti rivestiva quel ruolo più per opera sociale che per le qualifiche attribuitegli da qualche leggendario anno speso a correggere bozze nella redazione di una piccola casa editrice. Si premurava di mettere a frutto l'esperienza maturata con tecnicismi da bar che trovavano principale sfogo nelle sue strampalate idee gestionali. Per esempio, noi tre assistenti dovevamo dividerci turni e compiti secondo un machiavellico piano che doveva aver partorito durante i disturbi gastrointestinali di qualche notte insonne. Ci teneva tantissimo che ciascuno di noi NON spendesse più di tot tempo su un determinato lavoro, perché “è scientificamente provato che il cervello si stanca quando si sta fissi su una cosa e io qui voglio gente con la mente sempre fresca”. E a proposito di freschezza, la minima apertura di una finestra, tanto per ossigenare l'ambiente, lo faceva sbraitare peggio di un mastino. Era letteralmente ossessionato da correnti d'aria e colpi di freddo e si ostinava a indossare cappotto e cappello nonostante fosse già primavera inoltrata. Quando entrava si guardava in giro in cerca della minima cosa fuori posto, per sbuffare e sbraitare come un feldmaresciallo austro-ungarico, riuscendo a stemperare anche il più tiepido e piacevole dei pomeriggi di primavera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, gestire quella biblioteca avrebbe potuto essere un compito lieve e piacevole... se tutto non avesse dovuto funzionare secondo i criteri che ci faceva pervenire sui mitici "ordini del giorno", che alla faccia di computer, email e SMS, erano algide liste di cose da fare stilate con una macchina da scrivere dal nastro sbiadito su decrepiti fogli ingialliti recuperati chissà dove. &lt;br /&gt;Dei tre computer a disposizione, due erano dinosauri vecchi una quindicina d'anni che usavamo solo per gestire il database dei prestiti, mentre il terzo era una macchina relativamente nuova a disposizione del pubblico per internet e qualsiasi altra esigenza. Esigenze che il pubblico faceva anche a meno di soddisfare: superati i cinque minuti di utilizzo continuo, lo sfortunato internauta doveva farsi carico di un certo sguardo fisso e inquisitore che restava piantato lì finché non venivano staccate le mani dalla tastiera.&lt;br /&gt;Il computer rimaneva quindi acceso e inutilizzato, ma evidentemente andava bene così.&lt;br /&gt;Non gli importava molto che la biblioteca fosse un posto pulito e accogliente: sospetto che gradisse vederla scura e polverosa perché gli permetteva di avere meno gente fra i piedi. &lt;br /&gt;Studenti, ragazzi e bibliofili facevano a meno di stare lì a lungo perché si sentivano troppo a disagio quando venivano accalappiati dal suo sguardo appiccicoso. Nei casi peggiori, rimanevano ingarbugliati in pedanti, banali disquisizioni sul disinteresse dei cittadini per la cultura o sul malfunzionamento dei pubblici servizi. Perciò la gente entrava giusto per i prestiti o per curiosare un po', ma nessuno si fermava per leggere, studiare o meditare - anche perché era difficile farlo serenamente visto che tutto doveva rimanere sempre chiuso e sigillato, a causa di certe paranoie riguardo vandalismi ed effrazioni, menzionate sempre in modo sibillino, come se qualcuno tramasse qualcosa di grave di cui solo lui era a conoscenza.&lt;br /&gt;Se non fosse stato per noi assistenti, che ci premuravamo di spolverare gli scaffali, spazzare i pavimenti e aerare i locali compatibilmente con le sue manie, quel posto si sarebbe trasformato nella succursale della cripta di un monastero in demolizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Me ne andai qualche settimana prima del previsto: la goccia che fece traboccare il vaso fu la questione del fondo Genon. La signora Antonietta Genon era un'ottuagenaria che aveva lasciato in eredità la sua collezione di libri. Non era niente di speciale, sei scatoloni nei quali c'era qualche bel volume ma anche tanta paccottiglia, chili di romanzi in edizione economica degli anni Sessanta e Settanta, robe da edicola un po' muffe che anche il più scrauso dei mercatini dell'usato avrebbe fatto fatica a sbolognare. Tuttavia LUI si era messo in testa che quella collezione fosse un “fondo di pregevole valore”, una “selezione non indifferente di editoria del Novecento” e aveva preteso che il "fondo Genon" trovasse "adeguata e urgente collocazione in uno scaffale dedicato", ovviamente già occupato dalle annate di varie riviste. Il suo diktat sbiadito imponeva di prendere le riviste e metterle al posto dei libri per ragazzi, i quali andavano mischiati insieme al resto delle opere, in ordine alfabetico. Gli feci notare, con fin troppo garbo, che mi sembrava un po' un'idiozia, ma lui mi apostrofò con severità millantando le sue “profonde conoscenze in ambito biblioteconomico, che un giovane come me, con la sua pigrizia mentale, poteva solo sognarsi”. Benissimo, gli dissi, che se le facesse fruttare da solo. Per quel che mi riguardava, avevo finito di lavorare là. Ci tornai a fare un giro solo qualche tempo dopo, in un momento nel quale ero ben sicuro di non incontrarlo. I sei scatoloni del fondo Genon, le riviste e i libri per ragazzi erano tutti ancora là al loro posto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Suggested audio companion: Pink Floyd - Money&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-4923146626184929895?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/4923146626184929895/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=4923146626184929895' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4923146626184929895'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4923146626184929895'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/04/job-5-bibliotecariato.html' title='Job #5 - Bibliotecariato'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-3458512941250822179</id><published>2010-03-28T15:32:00.002+02:00</published><updated>2010-03-28T15:44:30.228+02:00</updated><title type='text'>Job #4 - What?</title><content type='html'>Ci arrivo in auto, che idea di merda: non riesco a trovare parcheggio e perdo un quarto d'ora a girare in tondo attorno all'isolato. Ricavo un posto in modo un po' creativo fra un palo e una Smart, scendo e mi dirigo verso l'indirizzo stabilito. Il portone reca una targa in ottone con la scritta "Star Service srl". Un nome sufficientemente imperscrutabile da voler dire tutto e niente. Salgo le scale, vado al quinto piano ed entro nell'ufficio - un posto dall'aspetto moderno e tranquillo. Pareti rosse e gialle, un leggero sottofondo di jazz abbastanza generico. Mi presento alla segretaria, che controlla qualcosa sul computer e mi fa accomodare sugli osteopatici divanetti dell'atrio, dove mi siedo in compagnia di altri due tizi - un ragazzo sui vent'anni dall'aspetto decisamente truzzo - maglietta aderente, occhiali a specchio e pantaloni a vita bassa - e un 35-40enne dall'aspetto piuttosto scazzato. Dopo qualche minuto fa alla segretaria "oh, io mi vo a fumare una sigaretta, se mi volete sto qua fuori!" Finché son stato lì, non l'ho più visto rientrare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel giro di una decina di minuti vengo ricevuto dal responsabile del personale, un certo "Luciano Laverza" p qualcosa del genere, secondo il nome che andava per la maggiore sulle numerose carte lì in giro. Ad un primo sguardo, mi sembra il prototipo del perfetto maranza degli uffici del centro, un trent-quarantenne lampadato dal capello ingellato e la parlantina sciolta che non manca di tenere ben in vista sulla scrivania le chiavi della Lancia.&lt;br /&gt;"Diamoci subito del tu, tanto per evitare stupidi formalismi", mi fa. Inizia a parlare e a spiegarmi la "posizione" che avrei dovuto occupare. In breve, mi spiega che al momento la MISSION dell'azienda è di creare uno STARTUP di un'attività in un'altra LOCATION nel quadro di una strategia di valorizzazione del BRAND. "Stiamo cercando una figura dinamica e sagace che sappia fare diverse cose, amministrazione, contabilità, relazione coi clienti, insomma tutta una serie di cose."&lt;br /&gt;Ho ripensato all'annuncio - una ventina di righe nelle quali si ripetevano un sacco di volte le parole "human resources", "marketing" e anche, chissà perché, "Russia", e mi sono reso conto che probabilmente tutta la questione sarebbe finita in modo un po' diverso dalle trasferte in Russia a base di colbacchi, vodka e caviale che già mi immaginavo.&lt;br /&gt;Ad ogni modo, mi viene proposta una giornata di prova, cosa che accetto senza grossi problemi. Ci aggiorniamo per l'indomani, una stretta di mano e arrivederci. Esco dall'ufficio, non senza una strana sensazione, come se avessi bisogno di andare a lavarmela, quella mano appena stretta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riprendo la macchina, vado a casa e mi metto a dormire un po' - tutta la mattina, la levataccia e i giri del parcheggio sono stati abbastanza stressanti.&lt;br /&gt;Mi sveglio dopo qualche tempo e dò un'occhiata al cellulare, accorgendomi di aver lisciato due chiamate di Laverza\Lavezzi\Lavazza. Porc...&lt;br /&gt;Provo a richiamarlo ma non c'è verso, il cellulare è spento. Mi sale una certa ansia, non so perché. Lo richiamo diverse volte fino a sera e poi la pianto lì, ripromettendomi di sentirlo la mattina dopo sul presto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 7.15 del giorno dopo: se devo prendere un treno utile, è ora che mi muova, perciò richiamo Lamazza\Lacozza\La Tazza. Ehi, risponde! Mi dice che per "una riunione dell'ultimo momento, come capitano sempre" non può farmi fare la prova oggi, perciò mi chiede di rimandare tutto di due giorni. Accetto, non senza un pensierino a quel detto di filosofia aziendale che dice come le persone che non contano una fava siano sempre in riunione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ore 7.20 di due giorni dopo: prendo un treno antelucano per trovarmi davanti alla porta dell'ufficio alle 7.45, come stabilito. Aprono e mi accomodo nel salottino per aspettare fino alle 8.20, sfogliando vecchi rotocalchi appassiti per ingannare l'attesa. Di Lamozzarella\Lozza\Lavanga non c'è traccia. Piuttosto faccio conoscenza con la mia "selezionatrice", ovvero colei che mi seguirà lungo la giornata di prova e "si occuperà del processo di apprendimento". E' una tipa paffuta di 21 anni dal forte accento napoletano, con una codina di capelli neri e i denti un po' storti. Mi sciorina un nome che anche qui non capisco bene, credo Marinella, il quale si trasforma subito nella mia mente in Maruzzella e rimarrà tale per il resto della giornata.&lt;br /&gt;Maruzzella mi fa sedere e iniziamo un breve colloquio a mo' di intervista. Lei spulcia il mio curriculum e inizia a farmi una serie di domande dal tono velatamente inquisitorio "vedo che a 27 anni lei non ha mai lavorato, e perché mai?" "abita ancora con i suoi genitori?" Liquido le risposte  nel modo più secco e diretto possibile ("perchè ho fatto l'università con calma" e "beh, è casa mia"), prima che le venga in mente di passare a cose tipo "sente mai delle voci?" e "ogni quanto si fa la doccia?". Finita l'intervista Maruzzella mi presenta il capo dei responsabili, tale Carlo Carioletta, un over 50 stempiato in camicia e cravatta che, uhm, mi sarei immaginato di trovare impiegato, che so, al catasto, piuttosto che in un ufficio del genere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo una mezz'oretta arriva Larozza\L'avvinazza\L'avvizzito e con fare dinamico e intraprendente ci invita ad avviarci verso la metro per raggiungere la "LOCATION del JOB odierno". Nel corso dello sferragliante tragitto La Lenza\Lizzie\La Valletta e Carioletta improvvisano una pièce di linguaggio agitprop-motivazional-retorico, con perle tipo "noi diamo queste opportunità non a chi ha una laurea o un titolo, ma a chi vuol farcela nella vita" e "in questo lavoro devi essere determinato, puntare al risultato, dire cazzo faccio come dico io finché non arrivo all'obiettivo".&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il teatrino prosegue finché non arriviamo alla fermata Marana - non esattamente uno dei quartieri più eleganti della città. Usciamo. In giro non c'è molto - un vialone di scorrimento, un Bar Peso in versione urbana e tanti caseggiati. Andiamo al Bar Peso a far colazione. Neanche il tempo di sedersi e Maruzzella fa: "caffè per tutti!" Rispondo: "no, guarda, io veramente non bevo caffè." "Eh, ma lo dico io!" "Ma io non lo bevo!" "Eh, c'è sempre una prima volta!" Irritato, avrei voluto chiederle se anche quando il suo ragazzo le aveva chiesto di fare del sadomaso era andata così, ma mi limito a  patteggiare un decaffeinato, che è solo la scusa per capire come si svolgerà la giornata. Il diktat è quanto mai perentorio: "tu segui, guarda e impara".Ooooooooook.&lt;br /&gt;Ci alziamo per dirigerci verso la fermata del tram, con Maruzzella che si diverte a sbeffeggiare Carioletta a suon di battute del tipo "muoviti, nonno d'Italia!" oppure "Carioletta c'è la farmacia se ti servono le pillole blu". Giunti alla fermata, mi scappa un "caspita, a saperlo che dovevamo fare tutti sti spostamenti coi mezzi facevo il giornaliero". Carioletta, Maruzzella e Lafarchia\La Vigna\Larrizza mi guardano interdetti, e Carioletta fa: "perchè, ti fa problema prendere il tram senza biglietto?" Tralascio ogni superflua risposta in nome di un'inutile sfoggio di prudenza e self control e vado dignitosamente a timbrare il mio ordinario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad ogni modo scendiamo dopo cinque-sei fermate, "ecco, siamo arrivati". La LOCATION è una via qualsiasi del quartiere Marana, piuttosto grigia e desolante, dove non c'è praticamente nulla. Caseggiati, un paio di negozi di TV satellitari, una vecchia Seat parcheggiata sul marciapiede vicino a due motorini sventrati. Carioletta e Lagozza\Lagazza\La Garza salutano e si allontanano per andare chissà dove, rimango con Maruzzella che prima di cominciare si fuma una sigaretta. Si racconta un po', dicendo che "eh, lavoro qui da sei mesi eggià ffaccio selezzione","fra poco mi apro l'ufficio bella tranquilla e andrò io a ggéstire le operazziòni".&lt;br /&gt;Finisce la sigaretta e andiamo - finalmente capirò come funziona il tutto.&lt;br /&gt;Suoniamo al citofono di un caseggiato qualunque e la porta si apre. Pensavo che si trattasse di andare a parlare con un cliente privato, invece prendiamo l'ascensore e andiamo dritti all'ultimo piano. Usciamo. Maruzzella si guarda in giro, suona a una delle due porte. Non risponde nessuno. Prova a quella di fronte, neanche qui risponde nessuno. Al che, lei mi fa spallucce e scendiamo al piano di sotto. Suona a una delle porte, e dopo qualche secondo ci troviamo davanti una vecchietta con gli occhiali spessi e l'apparecchio acustico, che ci guarda come se fossimo appena sbarcati dall'Apollo 11.&lt;br /&gt;"Buongiorno signora, siamo di Italgaspetrolcementessile, AGGIORNAMENTI luce e gas, è interessata?"&lt;br /&gt;"Eh? No...no... non compro niente, arrivederci". Slam.&lt;br /&gt;Ho avvertito una sensazione stranissima, come se avessi attraversato uno di quei punti cruciali in cui, anche se non accade nulla di straoridinario, uno si accorge di aver capito tante tante cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passiamo in rassegna tutte le porte del palazzo: qualcuno ci apre, ma la risposta non è molto dissimile da quella offertaci dalla vecchietta. Morale della favola, più di quaranta porte bussate e cont(r)atti umani degni di nota, zero.&lt;br /&gt;"Eh, mi sa che è una zona un po' popolare", faccio a Maruzzella appena fuori. Lei mi risponde "ma gguarda che noi lavoramo meglio proprio nelle zone popolari, lì sì che la ggènte ci tiene al risparmio!" Sì - ho pensato - e infatti è lì pronta a firmare un contratto propostogli dal primo imbonitore sconosciuto che suona alla porta. A Maruzzè, ma famme 'o piascere...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Comunque, una volta constatata la perdita della giornata e presa un'ovvia decisione su come sarebbe andata a finire, decido di proseguire il giro, giusto per andare fino in fondo alla questione. Riprendiamo il tram (e consumo un altro biglietto) per scendere tre fermate dopo in "una zona un pochino più appetibile", praticamente un altro blocco di palazzoni in stile soviet, solo più grandi. Il portinaio del primo non ci apre, si rifiuta di farci entrare, per cui piantoniamo l'ingress finché non va in pausa pranzo piantonando l'ingresso e suoniamo a caso finché qualcuno non ci apre. Segue un'altra ora abbondante a suonare tutti i campanelli, esclusi un paio vicino a porte su cui erano stati apposti - e stracciati - i sigilli di sequestro. Tuttavia anche qui la musica non cambia. Ci aprono padri di famiglia, vecchietti, travestiti, immigrati, studenti, disoccupati, mancava solo una famiglia di marziani, ma per tutti la risposta è quasi sempre la stessa, un "nograzie" più o meno brusco e porta in faccia. Fai una giornata così e poi il prossimo che ti suona alla porta lo mandi 'ffanculo in modo diverso - non necessariamente meno intenso ma diverso, provare per credere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo un pit stop per pisciare e un altro fottutissimo caffè in una inguardabile bocciofila di quartiere, avevo la mente già impegnata nella creazione di una giustificazione sufficientemente barocca per svignarmela con un minimo di stile, quando Maruzzella mi avvisa che la giornata è conclusa: è ora di tornare alla base per "un test di valutazione e discutere l'offerta economica,  intanto mentre andiamo ti preparo un po' al test". Mi è venuto da sorridere, come se avesse detto che dovevo fare abluzioni e clistere prima di presentarmi. Mentre andiamo verso la metro (a piedi) millanta un po' di castronerie riguardo le quantità di denaro che sarebbe possibile guadagnare strappando contratti e mi fa un po' di domande, fra cui: "ti senti motivato dalle possibilità di crescita offerte da questo lavoro?" Al che rispondo "No", ma non con intento particolarmente polemico: era giusto un'onesta esternazione sullo stato delle cose. "Noooo? Come no???" Fa lei, inchiodandosi e crocefiggendomi con gli occhi spalancati. "Eh, sinceramente no", dico, "guarda, per dirtela tutta, potremmo anche evitare di fare il test." &lt;br /&gt;Maruzzella si ricompone con una rapidità sorprendente, e fa: "Vabbè, per me finisce qui, è stato un piacere. Lì c'è la metro per tornartene a casa, ciao."&lt;br /&gt;Dopodiché si gira, attraversa la strada e se ne va.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Così, rimango lì da solo, lungo uno stradone che attraversa i palazzoni grigi del quartiere Marana, passando nel giro da cinque minuti da fortunato possessore di un biglietto per il paradiso lavorativo a semplice spiantato fermo sul ciglio di un orrendo vialone di periferia.&lt;br /&gt;Se tutta la storia si fosse svolta all'interno di un mondo fantastico dove tutto è perfettamente sensato, a questo punto uno si sarebbe posto il dubbio: ho perso un'opportunità o l'ho scampata bella? Ma per una volta, la grigia realtà del vero mondo ha aiutato a fornire la risposta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Adequate music: Fountains of Wayne - Bright Future In Sales&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;Un doveroso e sincero ringraziamento all'amico F. per l'ispirazione.&lt;/i&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-3458512941250822179?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/3458512941250822179/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=3458512941250822179' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3458512941250822179'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3458512941250822179'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/03/job-4-what.html' title='Job #4 - What?'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-5495067160133498536</id><published>2010-03-21T18:16:00.003+01:00</published><updated>2010-03-21T18:23:49.605+01:00</updated><title type='text'>Superfamigliona</title><content type='html'>"Pronto."&lt;br /&gt;"Mamma?"&lt;br /&gt;"Oh, ciao."&lt;br /&gt;"Mamma, devo parlarti. Tu avevi un auricolare?"&lt;br /&gt;"Eh?"&lt;br /&gt;"Dai, sai benissimo cosa intendo!"&lt;br /&gt;"Eh? Ma..."&lt;br /&gt;"Dai...!"&lt;br /&gt;"Oh.. oh, cavolo, ancora quella storia. Oh, su, me n'ero dimenticata, sono passati un sacco di anni."&lt;br /&gt;"Si, ma non è questo il punto. Tu avevi un auricolare. C'era qualcuno che ti comandava, che ti diceva quello che ci dovevi dire."&lt;br /&gt;"Comandare.... mi dava suggerimenti."&lt;br /&gt;"Si, ma non me l'avevi detto, io non lo sapevo."&lt;br /&gt;"Ma perché, scusa, la puntata non l'hai mai riguardata, fra cassette e DVD che abbiamo qui a casa..."&lt;br /&gt;"No." &lt;br /&gt;"Come "no", non ci credo..."&lt;br /&gt;"Ma ti pare che dopo tutte le prese per il culo a scuola e tutto quello che era successo dopo, ti pare che sia mai andato a riguardarmi la puntata?"&lt;br /&gt;"Beh, io credevo... ecco, che fosse una cosa passata ormai."&lt;br /&gt;"Mamma, questo è assurdo, non so se ti rendi conto di cosa cazzo mi sia passato per la testa in tutti questi anni. Ho avuto un sacco di paura a sentirti parlare così, con la voce lenta, che c'era qualcosa di strano ma non capivo cosa. Per un po' ho pensato che qualcuno ti avesse fatto il lavaggio del cervello."&lt;br /&gt;"Ma perchè non me l'hai mai detto allora?"&lt;br /&gt;"Porca puttana, mamma, avevo dieci anni! DIECI fottutissimi anni!"&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;"Non ne abbiamo mai parlato forse perché non era un gran periodo... ti ricordi i problemi con tuo padre?".&lt;br /&gt;"Forse è cominciato tutto lì, e poi avete divorziato nel giro di tre anni."&lt;br /&gt;"Ma scusa, perché vieni a tirar fuori questa storia proprio adesso? Che cosa c'è?"&lt;br /&gt;"Accendi il computer e attacca internet. Vai su "kevideazzi.com"&lt;br /&gt;"Eh?"&lt;br /&gt;"ke-vi-de-az-zi punto com. E' un sito di video, me l'ha passato un collega."&lt;br /&gt;"Aspetta."&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;"Fatto."&lt;br /&gt;"Ecco, adesso cerca "superfamigliona", si chiamava così il programma, no? Il quarto o quinto video, dove si vede un pezzo della nostra cucina."&lt;br /&gt;"Aspetta aspetta... ecco, trovato."&lt;br /&gt;"Bene, clicca."&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;"Quindi lei se ne stava sul camper e ti diceva tutto quel cazzo che dovevi dirci. Me lo ricordo bene, infatti mi sembrava che parlassi un po' strano."&lt;br /&gt;"Guarda che dava solo delle indicazioni, mica mi dettava il discorso."&lt;br /&gt;"Ah bè, sai che differenza, è bello avere una madre che ti educa per interposta persona."&lt;br /&gt;"Ma come c'è finito su internet?"&lt;br /&gt;"Ah, boh. L'avrà messo su qualcuno, chissà quanti appassionati e collezionisti di 'sta roba c'è in giro."&lt;br /&gt;"Ossignùr."&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;"Ci sono anche i commenti sotto..."&lt;br /&gt;"Non me ne frega niente, non li ho nemmeno guardati. Sai com'è, già non mi fa molto piacere rivedermi mentre vengo trascinato in camera per un "time out", che eufemismo di merda per chiamare la punizione, giusto perché giocavo a basket..."&lt;br /&gt;"Beh, ma guardati un po': eri una cosa impossibile all'epoca, eh. Guarda come strillavi, ti contorcevi per terra, ti attaccavi alle gambe del tavolo, una volta mi hai persino morso, ho ancora il segno! Assurdo. Eri impossibile da gestire. Almeno i suoi consigli sono serviti un po', mi stravolgevi."&lt;br /&gt;"Sì, certo, cazzo, se avessi provato ad ascoltarmi davvero piuttosto che telefonare a superfamigliona, ma va beh, lasciamo perdere... certo che quell'auricolare....è terrificante, mioddio, sembra una roba da polizia segreta."&lt;br /&gt;"Guarda, ti assicuro..."&lt;br /&gt;"Com'è che si chiamava?"&lt;br /&gt;"Eh?"&lt;br /&gt;"La tata, o quel cazzo che era."&lt;br /&gt;"Ah, uh... cos'era? Gertrude, mi pare."&lt;br /&gt;"Gertrude, seee, adesso ricordo... che poi non era vero, era solo per il programma. Mi pare si chiamasse Giovanna o Giuseppina o qualcosa del genere. Porca miseria, quanto mi stava sulle palle, con quella voce finta, impostata... pure l'alito di sigaretta, ci aveva, ma tanto in televisione mica si sentiva."&lt;br /&gt;"Oh, su adesso non esagerare..."&lt;br /&gt;"Mamma, c'è poco da razionalizzare, era tutto uno schifo...ti ricordi che razza di puntata era venuta fuori? Che lei a tre quarti della settimana se n'era dovuta andare per quella misteriosa "infezione pelvica"? Ma per favore, per me si zompava quelli della troupe quando se ne andava via la sera... e poi veniva a fare l'educatrice con noi, cazzarola... per non parlare di quelle scene montate alla fine con quella musichetta sdolcinata di sottofondo, per far vedere che tutto si era risolto ed eravamo tornati a fare la famiglia felice..."&lt;br /&gt;"Senti, i soldi che ci sono arrivati però hanno fatto comodo anche a te, eh."&lt;br /&gt;"Sì, non che fossero una pioggia di milioni."&lt;br /&gt;"ASCOLTA, ne riparliamo quando avrai famiglia e due figli, eh!"&lt;br /&gt;...&lt;br /&gt;"Anche il cameraman, e il resto della troupe mica si vedono... c'era quello con l'ascella sudata, ti ricordi che puzza? E le impronte che lasciava dappertutto? E quella volta che papà doveva andare al cesso e c'era lui che continuava a seguirlo e gli aveva detto "se non la pianti di seguirmi ti tiro due ceffoni e ti scaravento in strada quella merda di cinepresa?"&lt;br /&gt;"Non erano molto dei gentiluomini, certo, ma è il loro mestiere..."&lt;br /&gt;"Mamma. Dai. Per. Piacere."&lt;br /&gt;"Vabè, mi sembra che non posso dire niente."&lt;br /&gt;"No mamma, capisco il tuo punto di vista, che puoi anche avere avuto le tue ragioni per farlo, ma sappi che rivedere tutto questo a distanza di anni mi fa orrore."&lt;br /&gt;"E allora non guardarlo, oppure chiedi che lo tolgano, c'è il pulsante sotto, puoi segnalare il video."&lt;br /&gt;"Si, ma non capisci, non me ne frega niente che la gente se lo riguardi, tanto manco sanno più chi sono! Il punto è che mamma, questa cosa non me la scordo più e poi, quella storia degli auricolari... è tremendo!"&lt;br /&gt;"Senti, ormai sei grande, eh, vedi di fartene una ragione."&lt;br /&gt;"Non so mamma, ci proverò."&lt;br /&gt;"Guarda che non è stato così male, in fin dei conti."&lt;br /&gt;"Non credo proprio mamma, è stata una porcata. Se esiste davvero quella storia del quarto d'ora di celebrità, noi l'abbiamo proprio buttato nel cesso. Anzi, tre quarti d'ora, nel nostro caso."&lt;br /&gt;"Ooooooh, penso che forse dovremmo riparlarne con calma, dai, ok? Adesso non pensarci e torna a lavorare, su, dai, che tanto non serve a niente."&lt;br /&gt;"....."&lt;br /&gt;"Ok?"&lt;br /&gt;"....."&lt;br /&gt;"Allora?"&lt;br /&gt;"Proverò, ma non son molto convinto."&lt;br /&gt;"Dai. Un bacione, ciao."&lt;br /&gt;"Ciao."&lt;br /&gt;Click.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Crunchy background tune: Ramones - We're a Happy Family&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-5495067160133498536?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/5495067160133498536/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=5495067160133498536' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5495067160133498536'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5495067160133498536'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/03/superfamigliona.html' title='Superfamigliona'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1982607439499701248</id><published>2010-03-13T18:48:00.000+01:00</published><updated>2010-03-13T18:48:32.269+01:00</updated><title type='text'>L'uomo delle figurine drogate</title><content type='html'>Siamo una generazione di complessati, è risaputo.&lt;br /&gt;E uno dei traumi che ci portiamo dietro dall'infanzia è ben diverso da qualche scoria impazzita di Chernobyl che veleggia ancora nel pulviscolo atmosferico.&lt;br /&gt;E' l'uomo delle figurine drogate.&lt;br /&gt;Alzi la mano chi da piccolo non ha avuto il terrore di incontrarlo almeno una volta. Uno sconosciuto dall'aspetto beffardo pronto ad offrirti figurine, o peggio, tatuaggi impregnati di misteriose sostanze dagli effetti indefinibili che nessuno si premurava mai di descrivere.&lt;br /&gt;Si sapeva solo che era pericoloso e che l'unica arma che avevamo per difenderci era una formula magica che faceva “nograzie”. Noi dicevamo “nograzie” e l'uomo delle figurine si bloccava come un Exogino surgelato e non ti poteva più fare nulla.&lt;br /&gt;Qualcuno di noi, però la faccenda non deve averla digerita del tutto, e una decina scarsa di anni dopo, le figurine drogate se l'è andate a comprare apposta, pagandole profumatamente nel cesso di qualche locale.&lt;br /&gt;Io avevo una maestra che la droga nelle figurine la vedeva dappertutto, specialmente in quelle di Batman. In quelle dei calciatori, chissà perché, un po' meno. Ma un amico di mio cugino che conoscevo anch'io era stato assente il giorno che avevano spiegato il “nograzie”, ed era rimasto fregato quando l'uomo delle figurine drogate l'aveva visto per davvero.&lt;br /&gt;Gli aveva regalato mezza squadra del Napoli.&lt;br /&gt;E dopo averla attaccata sull'album un terzino di cui si vedeva solo la metà se l'era preso e l'aveva trascinato dentro la figurina, dove aveva trovato l'altra metà ed era tornato tutto intero. &lt;br /&gt;Adesso quell'amico di mio cugino è diventato il terzino al posto del terzino, e si trova ancora a pagina 118 dell'album dei calciatori 1989/90. Direi che non gli è andata male, tutto sommato. Almeno lui uno scudetto l'ha vinto.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Theme song: Oscar Prudente - Stadium&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1982607439499701248?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1982607439499701248/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1982607439499701248' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1982607439499701248'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1982607439499701248'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/03/luomo-delle-figurine-drogate.html' title='L&apos;uomo delle figurine drogate'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-4701136504338814854</id><published>2010-02-11T00:57:00.000+01:00</published><updated>2010-02-11T00:57:22.855+01:00</updated><title type='text'>Il giardino del signor Q.</title><content type='html'>Il signor Q.; all'anagrafe Riccardo Q., aveva passato la gioventù da un pezzo, sempre che il concetto  si possa limitare entro determinati paletti cronologici. Diciamo allora, tanto per essere un po' cinemelodrammatici, che si avviava verso il secondo tempo del film della vita. Era l'unico erede di una facoltosa famiglia di industriali della plastica che anni addietro avevano liquidato tutto a una multinazionale, incassando una quantità mostruosa di denaro. Ora, che era rimasto di quel patrimonio, a parte i capitali investiti e sepolti in cassette di sicurezza, fondi, conti, titoli, immobili e attività sparse? Su tutto, una cosa: l'enorme tenuta che si estendeva per un paio di enormi radure fra i boschi delle prealpi. Comprendeva la villa dove Riccardo abitava insieme alla madre, contornata da centinaia di metri di prato, una piscina, una piccola scuderia, un laghetto, campi da tennis, un campo da calcetto, gazebi, una serra. Tanta, tantissima roba. Molta gente pensava che fosse uno dei posti più belli della zona, e che il proprietario dovesse essere assolutamente una persona felice e fortunata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invece, Riccardo Q. aveva pensieri diversi per la mente, soprattutto in quella domenica pomeriggio di fine inverno, mentre si era fermato a scrutare fuori dalla grande finestra della sala con le mani in tasca e lo sguardo un po' assorto. &lt;br /&gt;Guardava tutte quelle cose per l'ennesima volta - il campo da calcetto e da tennis, la piscina e un pezzo della scuderia, coperti da una sottile coltre di neve e ghiaccio che il tiepido sole pomeridiano tentava di sciogliere - con una strana sensazione, un groppo di profonda malinconia che per certi versi non riusciva a dissociare del tutto da una vaga idea di morte. Tutto quello che aveva davanti era là fermo da anni, quasi inutilizzato, con una manutenzione ridotta al minimo indispensabile per non farlo cadere a pezzi. Quando era stata l'ultima volta che aveva fatto una partita di calcetto con gli amici? Un'era geologica fa, dato che non riusciva a stabilire con certezza l'anno. Si ricordava che molti indossavano ancora le magliette di Italia '90, quindi doveva essere passato un bel po' di tempo. Una partita a tennis? Nella notte dei tempi, dato che non si ricordava nemmeno più se avesse ancora, e dove fosse finita, la sua racchetta. I cavalli - passione di papà - se n'erano andati una quindicina d'anni prima insieme a lui, e la scuderia era diventata un deposito per gli attrezzi dei giardinieri. L'unica cosa vagamente utilizzata era la piscina, nella quale aveva fatto un paio di bagni due-tre estati prima, ma adesso era quasi vuota, col fondo impastato da chili di fogliame autunnale e pochi centimetri di acqua sporca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D'accordo, rifletteva fra sé, le cose erano finite in quella situazione anche perché nella sua vita non c'era mai stato lo spazio per godersele bene. Da ragazzo, aveva studiato in un'ottima scuola lontano da lì. L'università se l'era fatta in una grande città all'estero. Il suo lavoro, purché non fosse indispensabile, lo portava a viaggiare parecchio. Vedeva un sacco di cose, girava una cifra infinita di posti, conosceva una miriade di gente. Non era sposato e al momento era single con un paio di intrallazzi da gestire, ma di avventure e storie ne aveva avute, eccome. &lt;br /&gt;A vedere le cose così, dato che dalla vita non si può avere tutti, come poteva dirsi scontento? Eppure il trovarsi lì davanti a quel panorama semispento, in costante attesa di un utilizzo che non sarebbe mai avvenuto, lo metteva molto a disagio, come se anche un pezzo di lui stesso fosse finito dentro quel disarmo senza essere stato mai usato. Non riusciva a togliersi di dosso la fastidiosa sensazione di spreco, di vuoto, di opportunità non sfruttata. I fiotti di tristezza peggiori sopraggiungevano specialmente quando vedeva i ragazzi del posto fermarsi a curiosare dall'altro lato della recinzione, lungo la stradina che costeggiava la proprietà. Capiva benissimo che sognavano quanto sarebbe stata meravigliosa la loro vita se fossero stati al di qua della rete, dove c'era un'enclave di quel mondo fiabesco che sfioravano consumando film, telefilm, romanzi e fumetti. Ma lui sapeva che la realtà era un posto ben diverso, molto più complicato di qualsiasi forma di fiction, e provvisto di una beffarda, amara ironia. In questo caso, si trovava là in mezzo, dove c'era un meraviglioso posto dove nessuno era mai stato davvero felice - né lui, né tutti i sognatori al di là della rete - e che ora era lì fermo a deteriorarsi, ossidarsi e coprirsi leggermente di muschio. &lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;The sun is setting, and the radio is playing: Oasis - Rockin' Chair&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-4701136504338814854?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/4701136504338814854/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=4701136504338814854' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4701136504338814854'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4701136504338814854'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2010/02/il-giardino-del-signor-q.html' title='Il giardino del signor Q.'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1014792559792170018</id><published>2009-11-01T14:12:00.002+01:00</published><updated>2009-11-01T20:48:36.982+01:00</updated><title type='text'>Vita da marziani</title><content type='html'>L’altra sera sono andato a trovare i miei amici marziani. Non fraintendetemi; non c’è nessun gioco di parole, nessuna metafora, vengono proprio da Marte. Abitano in un appartamento al quarto piano in centro a Milano, come tante altre famiglie, e si comportano come tutti. C’è solo una differenza: quando tornano a casa, atterrano sul tetto con la loro bigetto familiare Andromeda. E' poco  ingombrante e silenziosissima; ragion per cui l’amministratore del palazzo, superata la perplessità iniziale, non ha avuto nulla da obiettare. Solo l'anziano, pedante ragionier Stefanelli ha contestato qualcosa riguardo il “cambio della destinazione d’uso del tetto”, ma quando gli hanno comunicato che poteva benissimo prendersi il posto auto rimasto libero nel garage, chissà perché, non ha avuto più nulla da dire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quindi, che i miei amici siano verdi, alti sul metro e settanta, abbiano un enorme occhio solo, una specie di coda e la pelle spessa e bitorzoluta come un copertone usato, fa poca differenza. E nemmeno il fatto che di nome facciano, in marziano traslitterato terrestre, Qâmbaŗħ, ha rappresentato un grosso problema. A trovare la soluzione ci ha pensato involontariamente la portinaia, la signora Emma, che avendo capito dovesse arrivare la più comune famiglia Cambiaghi, aveva fatto preparare le targhette del citofono e della posta. Il signor Urdø Qâmbaŗħ, una volta appreso che rifare le targhette gli sarebbe costato circa cinquanta euro, s'era rifiutato. “Almeno così, eviteremo che qualche rompiscatole,  si sa mai, vede il nome marziano e gli vien voglia di fare scherzi”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per tutti, quindi, è diventata la famiglia Cambiaghi, proveniente dal distretto di Alba Patera, Marte. Almeno, quasi per tutti; c’è gente ancora convinta che vengano da quell’Alba piemontese molto meno distante, e finisce per chiedergli qualcosa sul tartufo. Le prime volte, senza sapere ancora cosa fosse, sentivano parlare di qualcosa “ufo” e si offendevano. Poi, col tempo, l'equivoco si è chiarito, e adesso ci ridono su anche loro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Com’è che li ho conosciuti? Beh, hanno un figlio, Běrō, che è mio compagno di corso in università. Uno dei primi giorni si era incasinato con uno dei terminali senza capire bene cosa dover fare, come capita a tutti. Solo che intorno c’era un po’ di sgomento a vedere questo tizio con la pelle verde, la coda e il monocchione; che parlava benissimo l’italiano (i marziani di Alba Patera hanno caratteristiche genetiche che gli permettono di imparare qualsiasi lingua in un' inezia) e – cosa che me lo aveva fatto stare subito simpatico – aveva il portachiavi dell’Inter appeso alla cintura. Risolti i problemi col terminale avevamo fatto amicizia. Běrō mi era sembrato fin da subito un tipo sereno, simpatico e affabile, come tante persone piacevoli che si incontrano all’università. Mi aveva raccontato il perché del suo trasferimento terrestre: suo padre è il consulente di una ditta aerospaziale per certi nuovi componenti antimateria – roba che sugli autobus marziani si trova di serie da decenni, mentre qui è ancora fantascienza. E si sono trasferiti qui con sua mamma, Tāfrā, medico, e sua sorella Priscilla, di quattro anni più piccola (in realtà si chiama Prokzā, nome diffusissimo fra le fanciulle marziane ma coperto da un veto terrestre “già per quelli di qui ho il monocchione e la pelle da rospo, con 'sto nome poi figuriamoci se trovo un ragazzo”). &lt;br /&gt;“Ma qui sulla Terra non ti sembra di essere nel medioevo?” è stata una delle prime domande che gli ho fatto, e mi ha risposto: “Per certi versi sì, però anche su da noi ci sono periferie orribili, la mattina c’è  traffico, la burocrazia fa schifo, e ci si lamenta sempre che in televisione fanno vedere solo tette e culi. Ecco, almeno in questo voi terrestri siete messi meglio, esteticamente.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giovedì sera viene a giocare a calcio con noi. Devo dire che è un ottimo portiere. Nonostante gli arti tozzi e grossi è molto agile, e la coda gli  dà quel tocco di imprevedibilità che non guasta, specie sulle parate in recupero. I piedi palmati non gli permettono un gran controllo di palla, ma per i rinvii basta e avanza. Certo, con lui in squadra ogni volta l’iscrizione ai tornei comporta qualche problema in più, ma la storia è sempre la stessa: non c’è mai una regola precisa dove si specifica che tutti i componenti della squadra devono essere “terrestri, umani”. Ad ogni modo, molti dubbi vengono risolti dal nome Cambiaghi, e se c'è ancora qualche problema basta chiamare Gigi, il cui papà è giornalista alla Gazzetta, e fargli dire: “sinceramente, questa faccenda mi sembra discriminatoria. Vediamo cosa scriverà mio padre sulla Gazzetta, di questa bella storia di sport…” e come per incanto, i problemi si volatilizzano.&lt;br /&gt;Per il suo compleanno gli abbiamo regalato la maglietta da portiere personalizzata – un'impresa, trovare la taglia giusta: procurarsi una XXXXL è molto meno facile di quello che sembra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altra sera una chiacchiera ha tirato l'altra e alla fine sono rimasto a cena da loro – un'impresa gastronomicamente impegnativa. Sono buone forchette, hanno stomaci di ferro e possono sbevazzare quanto vogliono senza correre il rischio di ubriacarsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è solo una cosa che li manda fuori di testa – il gorgonzola. Evidentemente per loro la saporita combinazione di muffe lombarde è un allucinogeno di prima qualità.  Un cracker spalmato e via, in botta per ore. C'è chi urla (nello specifico: emette un rantolo a metà strada fra un raglio e un cigolio di portone), chi cerca di stare in equilibrio sulla coda e non ci riesce, chi dice di potere saltare da una dimensione all'altra, e chi va in tristezza e si mette a raccontare per ore aneddoti (esagerati) delle medie marziane. Finito il trip sono sempre conciati da sbatter via: molli come amebe, con squame e bitorzoli pallidi e lo sguardo lesso, fino a quando non si fanno una doccia o una dormita. Se Běrō è già grande, e ha un fisico che gli permette di reggere meglio questo genere di cose, Priscilla\Prokzā, invece, è nella tipica età delle stronzate da liceo, per cui Tāfrā e Urdø non vedono di buon occhio che se ne vada al supermercato da sola, e prima di andare alle feste la raccomandazione di norma è: stattene lontana dal frigo e dal ripieno di certi salatini. Ogni tanto  scherzo con Běrō, promettendo di regalargliene una mezza forma bella piccante da portare su agli amici. Al che lui si fa serio e mi risponde dicendo che c'è poco da scherzare con i doganieri di Marte; se ti beccano con una cosa del genere, fai minimo sei mesi di carcere a Oxia Palus. Meglio godersi i trip da penicillum in pace finché si è qui. Infatti una volta, in pizzeria, Běrō è andato in overdose di zola e mele, e ci è toccato portarlo a casa in condizioni pietose sciolinando la solita scusa: "è che ha mangiato troppo e poi un colpo di freddo…" figuriamoci se sua mamma, che come ho già detto, è medico, ha abboccato. Infatti, dopo, apriti cielo. Ma sono cose che capitano a tutti, no? E in fondo, io sono convinto che anche Tāfrā e Urdø qualche volta si concedano qualche piccola trasgressione casearia. Altrimenti come si spiegherebbero quegli strani versi che si sentono ogni tanto dall'appartamento lassù?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I Qâmbaŗħ\Cambiaghi mi piacciono. Sono persone semplici, cordiali, direi molto migliori di tanti altri terrestri che conosco. Dargli dei “marziani”, poi, è quasi un concetto relativo: nel loro appartamento non si direbbe proprio di essere in una casa di marziani. E’ tutto molto normale, anzi, molto migliore. C'è un sacco di tecnologia futuribile e alcuni gadget favolosi, come per esempio il tappeto a ologrammi, i libri in 4D o in 5D, e la miniciviltà nella sfera, che mi fa impazzire: spesso mi perdo via per minuti interi a guardarne i dettagli con la lente, specialmente i lampi e i fragori provocati dalle microguerre che imperversano di tanto in tanto. Urdø di solito passa via e se la ghigna scuotendo la testa, chiedendosi cosa ci trovi di così magico nel kitsch anni settanta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io con una fissa per i loro anni settanta? Non è niente in confronto all'ossessione di Běrō per i nostri anni ottanta! Si è preso tonnellate di compilation, poster, libri, retrospettive, riviste, ha recuperato un walkman a cassette e un piumino d'annata, persino un berretto da camionista con scritto “BOY”. Penso che solo il fatto di non saper guidare le auto terrestri gli abbia impedito di procurarsi una Renault 5 turbo per fare il tamarro, e menomale che le marche di abbigliamento retropaninaro non trattano le taglie forti. Un giorno ha minacciato di venire in università conciato così, convinto di darsi un tono da dandy sofisticato. Mi sono sentito in dovere di impedirglielo, e di fargli capire che non era il caso se non voleva che la gente non lo guardasse sul serio come un marziano. Del resto non è colpa sua, se da lui ci sono usanze diverse. Lassù andare in giro con vestiti pacchiani e fuori moda è considerata una raffinata espressione di gusto e senso storico. Mi è un po' dispiaciuto tarparlo così, ma sono convinto di aver agito per il meglio – visto che in fondo, la colpa è della nostra mentalità: non siamo ancora pronti per apprezzare tutte le sfumature di una vita da marziani.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;&lt;br /&gt;Dance with your martian friends @ the sound of: Ganymed - It takes me higher&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1014792559792170018?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1014792559792170018/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1014792559792170018' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1014792559792170018'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1014792559792170018'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/11/vita-da-marziani.html' title='Vita da marziani'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-7411464716266030842</id><published>2009-10-25T21:36:00.000+01:00</published><updated>2009-10-25T21:36:14.631+01:00</updated><title type='text'>Embarrassment</title><content type='html'>“ 5) Describe your most embarrassing moment. ”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La richiesta, che a sentirla così sembrava un'entrata a gamba tesa nella storia della mia privacy, si spiegava meglio nel contesto di un esercizio che mi ero trovato davanti in un esame d'inglese, probabilmente congegnato da qualche prof con un machiavellico senso dell'humour. In pratica, bisognava descrivere i propri momenti "top"; the best one, the worst one, the most exciting one, the most frightening one and the most embarrassing one.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se col best, il worst, il most exciting e il most frightening non avevo avuto grossi problemi, il most embarrassing mi aveva mandato un po' in crisi. Non riuscivo a trovare niente di adatto, e anche il proverbiale, paraculante inventa-tutto-di-sana-pianta stava facendo cilecca. Tutti gli aneddoti che mi venivano in mente erano o situazioni un po'troppo embarrassing, o soliti classici del genere (epici due di picche, clamorose débacle scolastiche) che non mi stuzzicavano per nulla. Mancava ancora tempo alla fine dell'esame e ci tenevo a concludere con qualcosa di gustoso, per cui mi misi a rosicchiare il cappuccio della penna e a pensare. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo qualche minuto, una casuale associazione casuale di idee (chissà perché, l'acqua e il numero 15) aveva riesumato la soluzione da qualche polveroso cassetto mentale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nuotare non è mai stato il mio sport preferito. Però, durante le vacanze al mare dei miei dodici anni, dopo che mi avevano convinto ad frequentare una serie di lezioni individuali sponsorizzate dall'albergo, il nuoto mi aveva quasi dimostrato di avere un perché. L'insegnante era un tipo un po' sbruffone ma con delle indubbie capacità, visto che mi aveva scacciato le paure e insegnato le meccaniche di base in tre-quattro lezioni, alla faccia di tutti i precedenti tentativi andati a male. Poi aveva calcato un po' la mano – insistendo per portarmi dove l'acqua era alta “bah, una decina di metri, credo” e la corrente un po' più forte. Ostacoli troppo grossi per il mio acerbissimo stile libero, e infatti, dopo aver bevuto un bel po' di acqua salata, essermi tirato diverse bracciate in faccia, aver rischiato la collisione con un pedalò e creduto di affogare un paio di volte, avevo protestato e detto basta. Tanto, nel mio piccolo, potevo ritenermi soddisfatto, visto che potevo andare a divertirmi ovunque si toccasse, cosa che ritenevo più che sufficiente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vacanza volgeva al termine, e pensavo che ormai quella storia fosse un capitolo chiuso. Certo, il tutto era costato un po' di fatica, ma alla fine il gioco era valso la candela – io mi godevo quanto avevo imparato, tutti sembravano contenti, nessun problema all'orizzonte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo che non avevo fatto i conti con una cosa chiamata serata finale dell'animazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il venerdì, l'ultima serata prima del tipico turnover del sabato, l'animazione produceva uno spettacolone finale – un fritto misto di cabaret, premiazioni dei tornei, giochi e quant'altro. Ovviamente, ci andai, anche se già dall'inizio non mi era parso granché, una di quelle cose un po' serie e un po' no dove bisogna ridere quasi per forza, ma non ci feci molto caso, preferendo distrarmi con chiacchiere, frizzi, lazzi e aranciata. Ragion per cui non mi scomposi molto quando annunciarono la "consegna dei diplomi". “Diplomi” de che? Lo scoprii subito, erano degli orrendi lenzuoloni finto pergamenati con scritte pseudogotiche che, nelle intenzioni, dovevano attestare qualcosa di significativo conseguito durante la vacanza. Per esempio, un avvocato napoletano s'era aggiudicato quello “per la migliore arringa”, grazie a una piazzata durante l'ultima sera dei giochi di gruppo, quando si era messo a contestare vigorosamente un punteggio calcolato male suscitando l'ilarità di tutti. Un tizio di Roma sui trent'anni s'era beccato quello per “la mejo figura” grazie a un'estemporanea caduta in piscina all'ora dell'aperitivo. Poi c'era stato il “premio simpatia” (che in questo caso proprio non ho capito cosa c'entrasse) a un palestrato di Empoli che si era improvvisato barista partorendo un nauseante cocktail di pomodoro e carote, e altre tre-quattro onorificenze che non ricordo. Vuoi per la finta pompa magna, vuoi per l'orribile musichetta di sottofondo, era come essere nello scarto di sceneggiatura di un mediocre B-movie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Improvvisamente sentii il mio nome gracchiare dalle casse insieme alle parole “premio fifa superata per il corso di nuoto”, e senza neanche avere il tempo di pensare “Oddiotipregofàchenonsiavero” mi trovai un faro da non so quanti watt puntato addosso. Non fu un bel colpo – neanche il tempo di riprendermi dall'accecatura e mi ritrovai sospinto sul palco, sorpassando baffuti tedeschi dal sorriso serigrafato che ridevano e applaudivano senza capire una fava di quanto stava accadendo. Ad attendermi c'era un ENORME diploma con il mio ENORME nome scritto accanto alle ENORMI parole “fifa superata”, e senza nemmeno un bacio sulla guancia da un'animatrice un po' carina; solo un cinque da dare alla più stronza del lotto, una chiattona brufolosa e scorbutica che non disse niente di meglio di un “ammazza bbello, poi mme ddevi dì comm'hai ffatto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma chi gliel'aveva chiesto, quel cazzo di premio? Sul momento, ero sopraffatto dall'astio verso il fottuto delatore che si era permesso di fare il mio nome per quella...cosa che mi trovavo fra le mani, mentre sorridevo come un tasso impagliato insieme agli altri “diplomati” per la foto di gruppo (che sono lieto di non avere mai visto stampata, e i cui negativi spero siano marciti in qualche cantina buia). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A dodici anni penso che l'autoironia sia una virtù ancora piuttosto indigesta, e infatti non capivo perché la gente lì intorno continuasse a ridere, salutare, applaudire; come se tutti fossero preda di un'epidemia d'imbecillità. Sopportai per qualche minuto dialettali congratulazioni e teutoniche strette di mano ibernandomi nel sorriso tassoso, finché non arrivò il colpo di genio di un nostro amico: “c'hai qualcosa di strano, negli occhi, non mi sembri contento...come mai??” Ma dai? Cosa cazzo si aspettavano, che appendessi quell'obbrobrio in camera per farmi un cicchetto di autostima nei peggiori momenti di crisi adolescenziale? Mi sarebbe piaciuto rispondere a tutti per le righe, anzi, avrei voluto il coraggio per farlo direttamente sul palco, ma diciamoci la verità, a dodici anni chi ti ascolta davvero? Tutti pretendono di insegnarti qualcosa dall'alto della loro età anagrafica, e dato che non avrei certo trovato parole degne di Socrate per controbattere, mi sarei dovuto accontentare del consiglio paternalistico di “non metterla giù dura, riderci su e accettare il premio per educazione”. Sarà, ma non mi andava bene allora, e non mi va bene neanche adesso. Così risolsi la questione facendo finta di essere stanco e andandomene via anche se era prestissimo. Amici, genitori e altri fecero delle facce un po' stranite, ma non me ne fregava niente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il diploma finì stracciato a pezzettini piccoli piccoli nella tazza del cesso dell'albergo. Mi piace conservare le cose, ma quello è un ricordo che sono lieto di aver fatto finire nel posto che si meritava.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Da qualche diffusore audio non meglio specificato: Frank Zappa - Peaches en Regalia&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-7411464716266030842?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/7411464716266030842/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=7411464716266030842' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7411464716266030842'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7411464716266030842'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/10/embarrassment.html' title='Embarrassment'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-5970022431422794213</id><published>2009-10-21T19:55:00.000+02:00</published><updated>2009-10-21T19:55:57.511+02:00</updated><title type='text'>Gourmet noir</title><content type='html'>Amo quel ristorante. Non è nulla di speciale, è un normalissimo self-service di una grande catena all'interno di una galleria pedonale. Il cibo è quanto di più mediocre e adeguato ci si potrebbe aspettare – un menu senza infamia e senza lode, le tipiche cose che tutti mangiano senza problemi. Primi e secondi comunissimi, specialità di stagione, dolci di catering. E allora perché lo adoro?&lt;br /&gt;Perché si trova in uno di quei posti vagamente decadenti, nati venti-trent'anni fa con grandi ambizioni residenzialcommerciali, e che ora sono declassati a itinerari di secondo piano nelle passeggiate della gente per bene. Una specie di rifugio per boutique d'annata dai prezzi assurdi e stretto giro di fidati clienti, accessoriato di brutte sculture per dare un tocco di lusso agli ingressi presidiati da altisonanti targhe bronzee (Dott.Cav. De Magistris! Dr. Spezialetti! Avv. Garbardini!), che affiancano insegne di immobiliari, assicurazioni, scuole serali; come se ai piani superiori ci fosse tutto un mondo parallelo un po' misterioso e accessibile solo con una valida ragione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tornando al ristorante, mi piace un sacco andarci di sera, nei giorni feriali: a pranzo è molto frequentato dagli impiegati degli uffici lì vicino, e con l'affollamento diventa una mensa qualunque. Troppa luce, troppa voce, troppo chiasso, troppi odori di troppo cibo che viene servito. Di sera è completamente diverso. Il buio avvolge il posto a 360 gradi, creando un favoloso contrasto con i toni pastello dell'arredamento; un audace azzardo cromatico degno del miglior design d'avanguardia. Dalle grandi vetrate che si affacciano sulla galleria non si vede quasi più nulla, solo le sagome delle porte, delle insegne e delle vetrine dei negozi chiusi. C'è un certo silenzio, intervallato dai piccoli rumori provenienti dalla cucina o dallo sporadico vociare dei pochissimi avventori. L'assoluta banalità dei cibi intensifica l'atmosfera. Delle ostriche o un gateau-di-patate-con-crema-di-funghi-porcini sarebbero fuori posto come una Ferrari nel parcheggio del supermercato. Molto meglio un dozzinale piatto di spaghetti al ragù oppure qualcosa di finto pretenzioso come i tagliolini zucchine gamberi e zafferano, i saltimbocca alla romana, un prosciutto di Praga con patate al forno, un clone nostrano della Sacher. &lt;br /&gt;Adoro gustare queste prevedibili pietanze dal vago retrogusto di glutammato e di pomodori pelati in scatola, scrutando le facce dei pochi commensali e chiedendomi quale strano motivo li abbia condotti qui. Solitudine? Casualità? Fanatismo del trash gastronomico? Mi piace pensare che ciascuno di questi volti potrebbe essere stato scongelato da una pièce di Cechov o di Pirandello, o da un romanzo qualsiasi di Le Carré. Personaggi lacerati da profondi dilemmi interiori, afflitti da tragiche crisi esistenziali; agenti segreti di passaggio in cerca di anonimato per scambiarsi informazioni; oppure ordinari homo sapiens sapiens dalle vite vuote e piatte, drammatiche comparse nel grande quadro dell'esistenza. Chi lo sa? Davanti a forchetta e coltello siamo tutti un po' più uguali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sopraggiunta l'oscurità, specialmente d'inverno, quando arriva presto, il ristorante diventa una bolla scollegata dallo spazio e dal tempo, un nonluogo che potrebbe essere a Milano come a Madrid oppure su Marte o Mos Eisley. Una bolla luminosa che galleggia nella notte, fra le lampade della sala e gli sbuffi di vapore dell'acqua della pasta “cucinata sotto i vostri occhi con ingredienti freschi”. Oltre le vetrate, si vede qualcuno entrare e uscire dalle porte targate, altri attraversare la galleria con passo spedito. Nessuno osa soffermarsi, è terra di transito, di frontiera, da percorrere in fretta. Dentro la bolla è tutto un altro mondo, mentre la prossima faccia da scrutare aspetta la cottura al dente dell'ennesimo piatto di penne alla boscaiola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Tafelmusik consigliata: Foo Fighters - Resolve&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-5970022431422794213?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/5970022431422794213/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=5970022431422794213' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5970022431422794213'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5970022431422794213'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/10/gourmet-noir.html' title='Gourmet noir'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-9025817817573699693</id><published>2009-10-19T21:48:00.000+02:00</published><updated>2009-10-19T21:48:08.031+02:00</updated><title type='text'>L'accumulatore</title><content type='html'>Nel periodo che segnò il culmine del suo sfacelo mentale, entrare in camera di Eugenio G. era quasi impossibile. L'odore di carta vecchia, polvere e inchiostro da stampa era talmente acido e pungente da irritare subito le mucose nasali, tranne quelle di Eugenio che si erano ormai assuefatte. Ogni angolo della camera era occupato da pile di vecchi giornali, riviste, opuscoli, fogli sparsi, biglietti  e persino cartoni usati dei fast food dai quali, di tanto in tanto, faceva capolino un millepiedi o uno scarafaggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eugenio G. era diventato un accumulatore compulsivo. Non ricordava nemmeno più il momento preciso nel quale aveva iniziato: sapeva solo che ormai questa storia continuava da un sacco di tempo, troppo, e di smettere non se ne parlava. Fare una cernita o semplicemente buttare via qualcosa gli causava vero e proprio dolore fisico. Quel mucchio di robaccia era diventato parte di lui, un prolungamento cartaceo del suo sistema nervoso, lo stesso che a un certo punto gli aveva ordinato di conservare quelle informazioni a tutti i costi. Così aveva iniziato a mettere da parte ogni cartaccia. C'erano poche spiegazioni, in apparenza: sentiva il dovere di farlo, e lui lo assecondava, senza badare molto a cosa ci fosse scritto sopra. Tutto veniva ammassato in pile e pacchi che prima ingombrarono il piano della scrivania, per poi colonizzare tutti gli scaffali dell'armadio e invadere   il resto della stanza. Alla fine erano rimasti liberi solo il letto, un angusto camminamento e pochi metri cubi d'aria. La madre di Eugenio era stata obbligata a togliere tutti i vestiti dagli armadi per far spazio alla quantità industriale di carta in costante arrivo. Lo aveva fatto con spirito di rassegnazione, specialmente dopo un giorno nel quale Eugenio era uscito di senno e l'aveva quasi aggredita, dopo averla sorpresa col sacco della spazzatura in mano, in un velleitario tentativo di fare un po' di ordine e gettare via le cose più sudice.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eugenio uscì dal gorgo mentale nel quale si era cacciato grazie a una drastica terapia d'urto: sua madre contattò uno psichiatra particolarmente stronzo che insistette per fare piazza pulita. Mentre Eugenio era fuori casa, venne chiamata la nettezza urbana, e grazie a due capaci operatori tutto sparì nel giro di un'oretta. Accortosi del misfatto, Eugenio ebbe una crisi isterica formato maxi: si strappò i vestiti di dosso, vomitò, si rotolò per terra schiumando rabbia e strappandosi i capelli. Una scena pietosa e umiliante. Dopo qualche ora si calmò, e ritrovata la tranquillità l'impulso di accumulare sparì. Per qualche ragione, insieme alla cartaccia anche qualcosa di misterioso se n'era andato dal suo subconscio. Di cosa si trattava non si saprà mai, e forse nemmeno Eugenio l'aveva capito. Magari c'era qualche ragione nascosta in un contorto nodo mentale che una profonda analisi freudiana avrebbe scovato, ma andarlo a tirare fuori adesso, visto che non c'era più, quale senso aveva?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono passati parecchi anni. La madre di Eugenio è una signora molto anziana in pensione. Eugenio  si è sposato, ha una famiglia e dei figli. Non ha mai più voluto parlare con nessuno di questa vecchia storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Basso continuo mentale: Nirvana - Paper Cuts&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-9025817817573699693?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/9025817817573699693/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=9025817817573699693' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/9025817817573699693'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/9025817817573699693'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/10/laccumulatore.html' title='L&apos;accumulatore'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1159594333324936892</id><published>2009-10-13T21:23:00.001+02:00</published><updated>2009-10-13T21:24:26.945+02:00</updated><title type='text'>Job #3 - Volantinista</title><content type='html'>“You don't mind doing crappy jobs when you're young”, diceva un mio amico canadese, e devo dire che aveva ragione. Specialmente quando ripenso al mio primo lavoro, a 16 anni. Si trattava di imbucare centinaia e centinaia di volantini nelle cassette delle lettere, per pubblicizzare l'apertura di un nuovo centro commerciale non lontano da casa. Il capo di tutta la faccenda era l'amico di un amico di famiglia – un imprenditore disgustosamente ricco che pretendeva una “diffusione capillarissima” dei suoi preziosi volantini, in realtà fogli A4 riciclati, sciapi e mal stampati che non avrebbero attirato nemmeno un malato di shopping compulsivo. &lt;br /&gt;Desideroso di mettere qualche soldo da parte per le lezioni di chitarra, fui uno dei cinque sventurati assoldati per espletare l'opera di “diffusione capillarissima” nei paesini della zona. Scarpinai per  pomeriggi interi riempiendo cassette delle lettere situate nei posti più strani. Alcune erano cigolanti e arrugginite, e aspettavano solo di tranciare\affettare\grattugiare le mani, altre collocate in fondo a  orifizi di reti che cintavano giardini presidiati da minacciosi molossi, e altre erano talmente piene  di schifezze da rendere impossibile l'inserimento del volantino.&lt;br /&gt;Smazzavamo pacchi e pacchi di carta, dato che la quantità di volantini affibbiataci era enorme. Per disfarcene in modo rapido ed efficace, dato che buttarli via sarebbe stato troppo palese,  iniziammo a piazzarne manciate sotto i tergicristalli delle auto in sosta, sulle selle dei motorini e delle bici, persino nei cassoni degli autocarri in sosta. Peccato che gli automobilisti in questione, poco lieti di trovare quella tristura commerciale sui loro veicoli, decidevano di disfarsene all'istante. L'imprenditore si incavolò non poco, quando si accorse che strade, piazze e marciapiedi erano tappezzate di foglietti dall'aria familiare. Telefonò a casa di ognuno di noi per farci un sonoro cazziatone, ma appena mio padre sentì il tono minaccioso della sua voce mi strappò la cornetta e gli intimò di pagarmi il lavoro svolto – sottolineando che suo figlio non avrebbe mai più lavorato per uno stronzo del genere.&lt;br /&gt;Il centro commerciale diventò uno di quei posti tristi con uno scadente supermercato, un baretto e una serie di negozi squallidi che chiusero uno dopo l'altro nel giro di poco tempo. Entro qualche anno, venne parzialmente abbattuto e riconvertito a  magazzino, senza lasciare grande traccia nella memoria collettiva. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Per i corridoi semideserti risuona: Fountains Of Wayne - The Valley Of Malls&lt;/b&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1159594333324936892?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1159594333324936892/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1159594333324936892' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1159594333324936892'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1159594333324936892'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/10/job-3-volantinista.html' title='Job #3 - Volantinista'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-2442816558098913492</id><published>2009-10-12T12:40:00.004+02:00</published><updated>2009-10-12T15:06:54.071+02:00</updated><title type='text'>La storia di Brad</title><content type='html'>Brad K. era convinto di essere il più ffffigo della compagnia.&lt;br /&gt;Ma un giorno gli venne un dubbio.&lt;br /&gt;Forse non era davvero il più ffffigo della compagnia.&lt;br /&gt;Così andò su Facebook e fece il test "quanto sei ffffigo davvero?"&lt;br /&gt;Il risultato fu "sei ffffigo come un cracker vecchio e secco".&lt;br /&gt;Così Brad K. smise di credersi il più ffffigo della compagnia.&lt;br /&gt;Andò in depressione, iniziò a bere, a drogarsi e si suicidò.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Requiem song: 8 Bit Weapon - The day 2D died&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-2442816558098913492?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/2442816558098913492/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=2442816558098913492' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2442816558098913492'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2442816558098913492'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/10/la-storia-di-brad.html' title='La storia di Brad'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-8805100142710842178</id><published>2009-10-09T18:47:00.004+02:00</published><updated>2009-10-12T15:11:35.597+02:00</updated><title type='text'>La maestra si è rinsecchita</title><content type='html'>C'era una volta una maestra che urlava sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non era una di quelle maestre che urlano e basta, tipo certi cani che abbaiano abbaiano e poi alla fine non mordono mai, anche se fanno un po' paura.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa era una che sfornava predicozzi a ciclo continuo col dispenser.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E non fate questa cosa qui che non va bene e io non ho mai visto una classe così e io non so come fanno con voi e allora basta vogliamo smetterla una volta non era così e io non ho mai visto dei bambini che alla vostra età non sanno ancora fare le cose della vostra età e pasticciano i quaderni in questo modo che non è possibile essere così indietro col programma ah ma io dico tutto ai vostri genitori poi faremo i conti all'assemblea e blablabla blablabla blablabla zzzzzzzzzzzzzzz.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, una noia mortale di maestra.&lt;br /&gt;Così fu che un giorno incominciò a rinsecchirsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima iniziò ad andare in giro tutta rigida, come se qualcuno le avesse messo al posto delle ossa e degli arti tanti pezzi di legno. Probabilmente se n'era accorta anche lei, ma nessuno poteva dirlo; chi aveva il coraggio di andarglielo a chiedere?&lt;br /&gt;Col passare dei giorni la voce della maestra prese un timbro sempre più quadrato e metallico, come uno di quei robot dai circuiti un po' ossidati. Però voce metallica o no, i discorsi erano sempre i soliti: predicozzi, predicozzi e predicozzi, qualche scheda, predicozzi, note e predicozzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma il rinsecchimento ormai lo vedevano tutti, e un giorno, prima di entrare in classe, la maestra perse il braccio sinistro. Cascò per terra secco secco, come una fetta biscottata. La maestra fece un'espressione un po' strana ma tentò lo stesso di far finta di niente. Un bambino si alzò dalla seconda fila di banchi, andò a recuperare il braccio e lo posò sulla cattedra. La maestra disse grazie con un filo di voce, prese il suo braccio secco e lo chiuse nel cassetto della cattedra. E iniziò con le solite schede e i soliti predicozzi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più passavano i giorni, più la maestra perdeva i pezzi: l'altro braccio, una gamba, un occhio, un orecchio, anche se continuava a sentirci benissimo.  Il direttore e i colleghi notarono la cosa, e iniziarono a preoccuparsi un po’, ma non sapevano bene cosa fare, visto che la maestra diceva di stare alla grande e di volere continuare a fare lezione come al solito. Ormai si era ridotta a un mezzobusto, e andava in giro sulla sedia a rotelle. Si doveva fare sempre portare in classe dai bambini, dai bidelli, dai colleghi. Non scriveva più alla lavagna ma in compenso continuava a parlare e a fare i suoi predicozzi. Più li faceva, più si rinsecchiva e perdeva altri pezzi: prima il naso, poi ciuffi interi della permanente e infine la punta del mento, mentre dettava un problema di geometria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pochi giorni dopo la maestra si fermò del tutto. Una mattina, al rientro dalla pausa, i bambini stavano lì ad aspettare le solite istruzioni e i soliti predicozzi, ma dalla bocca della maestra non usciva più nulla. Era lì secca e muta, con la faccia che le era diventata color terracotta. Una bambina si alzò per andare a vederla da vicino, facendo scricchiolare la seggiolina sul pavimento. Il rumore fece sbriciolare tutto quello che restava della maestra. Si disfò per terra in un mucchio di granelli, quasi uguali a quelli sul fondo delle scatole di biscotti. Un bambino coraggioso della prima fila fece per assaggiarne uno, ma lo sputò subito perché aveva un sapore amarissimo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I bambini stettero un po' in silenzio, poi scoppiarono a ridere e chiamarono la bidella, che prese un sacco dell'immondizia e con scopa e paletta fece sparire granelli, pezzi e briciole in due minuti.&lt;br /&gt;Arrivò un'altra maestra che brontolava meno, la sedia a rotelle rimase fino alla fine dell'anno in un angolo a impolverarsi, e nessuno si ricordò più della maestra che si era rinsecchita e delle sue briciole. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;The crunchy loudspeaker in the classroom is playing: Alice Cooper - School's Out&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-8805100142710842178?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/8805100142710842178/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=8805100142710842178' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8805100142710842178'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8805100142710842178'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/10/la-maestra-si-e-rinsecchita.html' title='La maestra si è rinsecchita'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1726257274236373472</id><published>2009-10-06T22:47:00.003+02:00</published><updated>2009-10-09T18:47:12.701+02:00</updated><title type='text'>Bolle sul muro</title><content type='html'>Ero seduto su uno sgabello nel piccolo corridoio fra la porta d’ingresso e l’anticamera, cercando di intralciare il meno possibile il frenetico flusso di poliziotti, paramedici, dottori. La signora Blasutti andava istericamente avanti e indietro trascinandosi appresso il solito odore di candeggina e blaterando una specie di litania del tipo “ossignùrossignùrnonèpossibilechequestecosesuccedanoquìncasamia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fissavo la porzione di muro poco sopra lo zoccolino, osservando come in alcuni punti lo spesso strato di tempera si fosse rigonfiato a causa dell’umidità. Le bolle sarebbero scoppiate al primo urto involontario, lasciando dei buchi enormi e il grigio dell’intonaco in bella vista. Per la verità, tutta la parete avrebbe avuto bisogno di una rinfrescata, possibilmente un po’ meno dozzinale e crostifera della precedente. Anche se in quell’appartamento pure tutto il resto – il mobilio, i sanitari, la cucina – era altrettanto scadente. Si trattava della provincia più trascurata del feudo condominiale della famiglia Blasutti, un vero e proprio deposito degli scarti.&lt;br /&gt;Ogni tanto mi veniva in mente il volto scuro di una studentessa che avevo visto al telegiornale, mentre diceva: “Siamo stanchi di essere la generazione low-cost!” Io mi guardavo intorno, e osservavo la cucina anni settanta, il divano semisfondato, il muro con le bolle, le piastrelle del bagno sbeccate, il cassone della tapparella dal rumore infernale, e ripensavo all’affitto, che non era proprio low-cost.&lt;br /&gt;Va bene che studente fa rima con frugale, ma perché proprio a me era capitato di finire nel cimitero del passato prossimo di casa Blasutti? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel frattempo, la selva di gambe che mi passava davanti venne temporaneamente sostituita da due cigolanti lettighe d’acciaio cromato, sulle quali erano stati caricati due enormi sacchi neri. Pieni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul momento le guardai scorrere via senza provare sensazioni particolari, pur sapendo benissimo che dentro quegli anonimi, tetri involucri di tela gommata c’erano i corpi di due ragazze, due amiche, due compagne di vita. E anche dopo tanti anni, non mi vien da pensare al frullato di sentimenti in carne e ossa che se ne stava là seduto nel corridoio. Piuttosto, al muro, alle bolle della vernice, alla taccagneria dei Blasutti. Giusto, no?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poco dopo l’uscita delle lettighe, sentii una mano toccarmi sulla spalla sinistra.&lt;br /&gt;Era l’ispettore capo, un ometto tarchiato, brizzolato e coi baffi, che disse semplicemente:&lt;br /&gt;“Venga, Ravelli, andiamo.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;In the background: Black Sabbath - Electric Funeral&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1726257274236373472?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1726257274236373472/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1726257274236373472' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1726257274236373472'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1726257274236373472'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/10/bolle-sul-muro.html' title='Bolle sul muro'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-4530599938538715461</id><published>2009-05-29T17:52:00.002+02:00</published><updated>2009-05-29T17:57:12.107+02:00</updated><title type='text'>Job #2 - Il segretario</title><content type='html'>Mi chiamo Sergio, ho venticinque anni, e faccio il segretario nello studio di una psicologa, anzi in uno stiloso “studio di psicoterapia” del centro di ******. Lo gestisce la dottoressa M******, una panterona quarantenne dai capelli ossigenati, amica di famiglia dei miei. Lo faccio in attesa di trovare qualcosa di meglio ma non è male, come lavoro: con tutti i soldi che fa, la panterona può pagarmi bene, e non è un affare complicato. Basta avere un minimo di senso pratico, e adoperarlo per gestire telefonate, bollette, appuntamenti e pratiche. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qual è la cosa che preferisco?  A parte leggere la Gazzetta e navigare in internet nei tanti momenti morti – cioè verso sera, quando le  scartoffie sono a posto, e la dottoressa è impegnata a guarire con la terapia comportamentale le ossessioni assortite del Signor X di turno – è scrutare la gente parcheggiata sulle poltroncine praticosvedesi della sala d’aspetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credetemi, c’è di tutto. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo caso umano che mi è saltato gli occhi era D******, un tale di mezz’età dall’aspetto, come dire, un po’ andato a male. Arrivava sempre di corsa, anche quando era in abbondante anticipo. Dopodiché si toglieva la giacca a vento (anche in estate), crollava sulla poltrona e si asciugava il sudore con un fazzoletto di carta, lo stesso che usava per aprire la porta, visto che per qualche motivo le maniglie non si potevano toccare.  Poi, si metteva a sgranare con gli occhi le riviste del porta giornali, senza osare prenderle in mano. Uno dei suoi desideri più sfrenati era di afferrarne una e leggersela, ma non ce la faceva. Per lui, evidentemente, c’era qualche ostacolo nascosto al pubblico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi ero preso il suo caso a cuore, e pensai di spianargli la strada facendogli trovare un paio di riviste incellofanate e un quotidiano fior di stampa. Alla vista di tutto ciò, D****** era stato lì lì per allungare le mani verso il cestino. Fremeva dalla voglia, si vedeva, ma…niente. Ci riprovai altre volte, senza ottenere nulla: decisi perciò di lasciare tutto in mano alla professionista del settore. Un giorno, però, non lo scorderò mai. Lui era lì a fissare il cestino come al solito, mentre io mi sono accorto che la signora G., dopo aver pagato, aveva dimenticato il borsellino sulla scrivania. Nel fiondarmi fuori per restituirlo, avevo capottato il cestino, sparpagliando le riviste per terra. Le avrei sistemate dopo – prima veniva il borsellino. Il tempo di restituire e tornare su, e D. era lì chinato, braccia conserte e sguardo da terranova in fissa sul topless di un paginone centrale spalancato in mezzo al pavimento. Io avevo sorriso, raccattato le riviste, e lui si era seduto senza dire niente, con lo sguardo tipico di uno che ha appena visto venire giù un paio di santi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma non tutti erano naif come D*****. B*******, per esempio, mi metteva veramente tristezza. Era una donna dall’aspetto triste e stagionato. La pelle del viso, tutta piena di rughe, sembrava la buccia di una prugna secca. Mi dava l’idea di una che, dopo il divorzio, ha passato tutto il tempo a rinsecchirsi di alcool e sigarette. Sulla scheda aveva indicato di avere quarantadue anni, ma sono sicuro che ne avesse almeno cinque o sei in più. Dico “dopo il divorzio”, perché passava tutto il tempo a strofinarsi l’anulare destro, come se volesse cancellare il segno di un anello che non c’era più. Non sorrideva mai, era sempre composta e taciturna, nessun gesto minimamente significativo, al di là del tic dell’anello. Non mi ispirava troppa simpatia; e credo di avere tentato di parlarci solo un paio di volte, senza dire niente di che. Era un rudere di sé stessa, a tutti gli effetti, come un vecchio furgone a fine carriera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quella che detesto di più, invece, è M******, una strafiga ventenne con gli occhi da Bambi. Bellissima ragazza, senza dubbio, ma mi dà proprio l’idea della classica tipa cui andare dietro, purtroppo, è una delle peggiori sfortune che possono colpire un uomo. In pratica, una di quelle stronze che insieme alla maggiore età, complice la famiglia, ottengono carta di credito e disco verde per qualsiasi vaccata abbiano in mente. Salvo poi venire qui a fare le principessine problematiche perché un sabato sera, in preda alle nebbie del quinto mojito, si sono fatte sturare dal tipo sbagliato. Anche con lei le conversazioni si limitano ai monosillabi di cortesia, dato che le sporadiche occhiate reciproche sono quasi sottotitolate:  “so che vorresti provarci, ma non ti cagherò mai, non sei al mio livello”. Cosa che mi fa sempre tornare in mente l’efficace battuta di un mio amico gay: “tesoro, guarda che la tua vagina non è il centro del mondo”. Ma visto che non voglio rischiare il licenziamento per una rincoglionita del genere, mi limito a soprassedere, e a scrutare. Cercare di carpire qualcosa sul dietro le quinte di quell’ammasso di presunzione non è opera facile – l’unico indizio sono le continue, lunghissime visite in bagno. Così, una sera, ho aspettato che fosse entrata in seduta, per investigare un po’. Nel bagno la temperatura era fresca – segno che aveva aperto la finestra –, vago odore di sigaretta e un tondino di stagnola argentata, di quelli che si staccano dal retro dei blister di pillole. Si leggeva solo la scritta “as”, che se farmacologicamente dice poco, vale come la sigaretta clandestina delle medie – spiega molte cose, sul carattere di chi la fuma. Yeah, baby.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il migliore in assoluto, invece, è Roberto. Un grande, davvero. Ha ventidue anni, e lavora alla carrozzeria qui vicino. Viene il giovedì sera, direttamente dopo il lavoro, e tante volte non fa neanche in tempo a cambiarsi la tuta. Sembra un tipo a posto, ma in confidenza la dottoressa mi ha detto che soffre di una sindrome dal nome strano, qualcosa che implica una specie di deficit intellettivo, e richiede un po’ di terapia costante. Infatti, non è una persona particolarmente acuta, ma è senza dubbio quella che preferisco qua dentro. Almeno, con lui si riesce a conversare un po’. Stiamo sul leggero, e chiacchieriamo principalmente di calcio (lui è tifoso incallito della Samp), sport e auto, visto che se ne intende. Ogni tanto capita che arrivi arrabbiato, colpa quasi sempre del suo capo che, peraltro, conosco bene: è una grandissima testa di cazzo) e allora non parla tanto, ma fa niente. Gli passo la Gazzetta (sì, lui i giornali li maneggia senza problemi), così riesce a rilassarsi un po’. Detto fra noi, a volte ho l’impressione che gli facciano meglio dieci minuti di chiacchiere &amp; Gazzetta che le terapie, viste certe sue espressioni all’uscita. &lt;br /&gt;Comunque, il meglio di sé Roberto l’ha dato una volta che aveva spostato l’appuntamento al martedì, giusto dopo M******. Era stata una giornata delirante, e la nostra Problematic Princess doveva ancora arrivare. Gli avevo detto subito che c’era un bel po’ da aspettare. Lui aveva fatto spallucce, e s’era immerso nelle sue letture. Arrivata e seduta di fianco a lui, M****** s’era trincerata dietro alcuni paginoni patinati, messi a mo’ di muro di Berlino. Sorridevo, dentro di me, pregustando uno scontro epocale. Invece, in mezz’ora non è successo un tubo; a un certo punto lei è andata in bagno come al solito, per uscirne dopo dieci minuti buoni.&lt;br /&gt;Al che Roberto, senza alzare gli occhi dal giornale: “Evvédi di piantarla, con quelle pillole, che non ti fanno mica bene….”&lt;br /&gt;Lei era rimasta di sasso, con la bocca spalancata, io altrettanto pietrificato. Come cavolo aveva fatto a capirlo? Evidentemente, certe persone nel motore hanno marce che non t’aspetti. Grande, grandissimo Roberto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Da leggersi con l'ausilio di una vocina in testa: Machinae Supremacy - Gimme More (SID)&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-4530599938538715461?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/4530599938538715461/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=4530599938538715461' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4530599938538715461'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4530599938538715461'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/05/job-2-il-segretario.html' title='Job #2 - Il segretario'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-3798460956254399037</id><published>2009-04-16T20:40:00.003+02:00</published><updated>2009-04-16T21:01:33.830+02:00</updated><title type='text'>Job #1 - Smistatore di merce in un mercatino dell'usato</title><content type='html'>Più che di mercatino, ormai si trattava di un'impresa di riciclo a tutti gli effetti. La gente arrivava un giorno sì e uno no dalle 16 alle 19 e scaricava da auto, furgoncini, apecar e motocarri pacchi, cartoni e sacchetti. Dopodiché prendeva un numero come al supermercato, e si metteva in coda ad attendere il proprio turno. Il mio compito era quello di smistare ogni singolo oggetto e rimbalzare qualsiasi cosa fosse poco igienica/non adatta a essere tenuta in negozio/obiettivamente invendibile. Se l'oggetto non rientrava in una di queste quattro categorie veniva prezzato con una cifra stabilita dal proprietario – cifra che sarebbe scesa del 30% dopo un mese di giacenza, e del 50% dopo tre. Oltre i sei mesi, l'oggetto veniva messo in offerta per un altro mese con il 70% di sconto. Dopo, se il proprietario non lo veniva a riprendere,  prendeva la via della discarica, non prima di essere rimasto alle intemperie per qualche giorno con il cartello “regalo”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sempre quello che la gente portava là era normale, pulita, inutile paccottiglia o semplici mobili/vestiti/elettrodomestici obsoleti. Quello che la gente ci depositava sul bancone andava oltre i limiti della fantasia. Dai set di ferri chirurgici d'annata “da collezione”, alle centinaia di piatti, bicchieri e pezzi di vasellame sbeccati e spaiati, alle montagne di libri ingialliti, impolverati e ammuffiti, a quelli che scaricavano in blocco l'armadio di qualche parente appena deceduto. E a noi toccava valutare ogni singolo mutandone, decidendo in base a criteri inventati sul momento quale fosse troppo sbrindellato per ricevere la qualifica di “merce”. La puzza di polvere e naftalina esalata da sacchi e scatoloni era cupa e opprimente, e polvere, unto e grasso da qualsiasi genere di oggetto si appiccicavano subito alle mani, ai vestiti, ai capelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una volta definita la “merce”, si applicavano le etichette, e il tutto veniva sistemato nei vari reparti. L'aspetto finale era quello di un'enorme galleria degli orrori. Sudici telefoni anni '70  finivano insieme a bambole mutilate e a tariffari di case di tolleranza incorniciati come litografie d'autore. Poster sgualciti di calciatori dalle basette infinite affiancavano cipigli di militari della Grande Guerra e foto sbiadite di località imprecisate. Dizionari e romanzi si confondevano in mezzo a vecchi rotocalchi e guide turistiche di paesi scomparsi da più di vent'anni. Cappotti, giacche e tute da moto secche e crepate completavano l'offerta di abbigliamento, costituita essenzialmente da completi da sci color evidenziatore, maglioni lisi, pantaloni sformati e casacche sportive con gli sponsor più improbabili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nostro lavoro non era finito lì – oltre a valutare la roba, occorreva  sorvegliare i clienti, perché il comportamento medio dei frequentatori quel posto non era proprio, diciamo così, oxfordiano. Ricordo di avere sorpreso un vecchietto ad urinare in un vaso di coccio, tanto per fare pari con il barboncino di una vecchietta che aveva pisciato dritto nel cono di una cassa da stereo. C'erano i collezionisti morbosi, sfigati terminali che apparivano sempre alla stessa ora, per fare sempre lo stesso percorso, in cerca delle stesse cose che non trovavano mai, finendo per comprare tonnellate di altro ciarpame, tanto per soddisfare le loro compulsioni. Furti e furtarelli erano all'ordine del giorno, ma il proprietario era abbastanza scafato da capire che piccole mancanze in tutto quell'universo di ciarpame non avrebbero danneggiato significativamente il suo business. Per cui, continuò ad affidarsi alla forma di vigilanza più economica possibile – i nostri occasionali pattugliamenti, associati a maldestri cartelli un po'orwelliani con scritto: “Quinto comandamento: non rubare”, oppure “C'è sempre qualcuno che ti vede”. In teoria, avremmo anche dovuto controllare che nessuno entrasse con borse e sacchetti, ma nessuno di noi aveva mai voglia di farlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo qualche mese mi ero assuefatto a polveri e miasmi, ma qualcosa si guastò del tutto quando vidi un tizio posarmi sul bancone una tazza da cesso – usata – pretendendo che fosse venduta come “porcellana d'antiquariato”, perché stando a lui era “introvabile”, “prodotta da una certa ditta ormai sparita”. Capii che era ora di andarmene, ma non prima di averla catalogata, prezzata, e messa in vendita per quarantadue euro, come richiesto espressamente dal proprietario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Da un croccante altoparlante mono: Devo - Whip It&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-3798460956254399037?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/3798460956254399037/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=3798460956254399037' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3798460956254399037'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3798460956254399037'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/04/jobs-1-smistatore-di-merce-in-un.html' title='Job #1 - Smistatore di merce in un mercatino dell&apos;usato'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-2765254689037388242</id><published>2009-04-04T17:20:00.003+02:00</published><updated>2009-04-04T17:39:17.335+02:00</updated><title type='text'>Acido</title><content type='html'>Qualcosa nella mente di Arnoldo B. fece crack alle 17.28 del 28 settembre 2004, quando a pagina 56 del suo quotidiano preferito, fra gli articoli di cronaca locale, lesse di come un giovane operaio polacco si fosse gravemente ustionato con l’acido fuoriuscito da una batteria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’acido, si sa –  corrode qualsiasi cosa, e nei casi più gravi può anche uccidere. Quell’improvvisa associazione di idee fu una vera e propria lampadina nel cervello. Come aveva fatto a non pensarci prima? A non rendersi mai conto della gravità del problema? A contatto con l’acido pelle, carne e muscoli vengono consumati fino all’osso, e si può essere ridotti ad amebe agonizzanti nel giro di pochi minuti. Nella sua testa partì il film della mattinata del giovane operaio Kaczmarek, perfettamente normale fino a quando quella sciagurata rottura non gli aveva fatto colare sul braccio il micidiale getto ustionante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ebbe un brivido, e iniziò a sudare freddo. Gli occhiali gli si appannarono per l’emozione. Mentre posava il giornale e ripuliva le lenti, poteva sentire il suo respiro affannato, la sensazione di pericolo imminente. Tutto questo nonostante la batteria più vicina fosse ben chiusa nel cofano della sua Ford, spenta e tranquilla nel garage sottostante. &lt;br /&gt;Quell’attacco d’ansia, tuttavia, aveva un qualcosa di strano, di diverso rispetto a quelli che gli capitavano ogni tanto. Sapeva che non sarebbe svanito presto. Si sentiva come se un predicatore, un politico, un persuasore fottutamente efficace gli avesse fatto realizzare qualcosa di nuovo – una selezione di idee mai considerate prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cercò di scacciare il pensiero nei minuti successivi, ma non ci fu nulla da fare. La parola ACIDO gli tornava in testa in modo automatico, mandandolo in corto – qualcuno aveva preso i file principali del suo sistema operativo cerebrale e aveva inserito una manciata di caratteri a casaccio qua e là nel codice. In questo caso, la parola ACIDO inserita ovunque era solo l’etichetta di tutto quello che c’era dietro – pericolo, ustioni, sofferenza, dolore, morte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seduto a tavola con moglie e figli, una quarantina di minuti dopo, Arnoldo stava combattendo una personale battaglia mentale con l’ACIDO.  Con tutto il suo bagaglio di immagini, film mentali e speculazioni, l'ACIDO compariva qua e là fra il polpettone ACIDO, il purè ACIDO e il servizio di politica ACIDO del telegiornale regionale ACIDO sul secondo canale. &lt;br /&gt;Telegiornale, guarda caso, dove si iniziò a parlare degli operai cassintegrati di una grande fabbrica di ACIDO e solventi chimici assortiti.&lt;br /&gt;Arnoldo posò la forchetta; proseguire la cena era impossibile.&lt;br /&gt;Provò a guardare un po’ di tv per distrarsi, e andò a dormire un po’ prima del solito. Ma ormai l’ACIDO si era impadronito di lui. Era il nuovo, gravissimo, incombente pericolo. Come aveva fatto a vivere fino a quel momento senza pensarci? Mentre stava fermo e rigido nel letto – con gli occhi sbarrati e senza muoversi, per non disturbare il sonno della moglie, continuava a pensare all’ACIDO e a quanto, sotto sotto, in tutta la faccenda ci fosse qualcosa di malsano, stupido e contorto. Sia che si stesse preoccupando di qualcosa che non aveva senso, sia che avesse realizzato solo ora la devastante portata della minaccia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mattina dopo, andare al lavoro fu una tortura.&lt;br /&gt;Ci mise un quarto d’ora solo per trovare il coraggio di prendere le chiavi della macchina. Era l’ultimo ad uscire di casa, per cui non c'era nulla da spiegare a nessuno. Stette fisso in piedi, terrorizzato, a cinque-sei passi di distanza dalla Ford che fino al giorno prima aveva sempre usato senza problemi. E se qualche goccia di ACIDO era colata fuori fino al piantone dello sterzo, corrodendolo a sua insaputa? E se subdoli vapori di ACIDO si fossero infilati dentro i tubi dell’impianto di condizionamento, per venire nebulizzati dentro l’abitacolo, e bruciare lentamente i polmoni degli occupanti?&lt;br /&gt;Si impose di non pensarci, ma era difficile, troppo difficile – come cercare di non ascoltare una persona che ti grida nelle orecchie. Salire in macchina era diventato un gesto impossibile, scriteriato, fuori di cervello, che non ammetteva vie d’uscita – dannato se cedeva, dannato se resisteva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con le lacrime agli occhi, si dovette forzare a salire, e a guidare con disgusto fino al parcheggio dell’azienda, dove abbandonò la macchina senza nemmeno preoccuparsi di chiuderla. Prima di sedersi in ufficio, andò in bagno e si lavò le mani otto volte di fila, consumando quasi tutto il rotolo di asciugamani in carta. Si sa mai che qualche goccia di ACIDO fosse passata sul volante, inquinando la pelle delle sue mani. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto sommato, il lavoro, il computer, il tran-tran e le scartoffie riuscirono a neutralizzare un po’ dell’ACIDO che gli si era piantato nel cervello. Ma bastò che una collega, poco prima di pranzo, si lamentasse di quanto fosse ACIDO il tè della macchinetta che tutto si disfece. Poco ci mancò che  andasse a smontare quel monolito ronzante, e controllare che dentro non ci fosse qualche maledetta batteria, circuito o ampolla, per quanto piccola, grondante ACIDO. Fu solo un profondo, viscerale senso di dignità personale a impedirgli di farlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Inutile dire che il resto della giornata fu un calvario di dimensioni oscene. Non riuscì a combinare nulla. Nella sua testa c’era solo l’ACIDO, con i suoi miasmi, sue sofferenze, i suoi dolori.&lt;br /&gt;Tornando alla macchina, si promise di fare tutto al primo colpo (salire, accendere, partire) per non destare sospetti, nonostante ciò fosse peggio di versare salamoia su una ferita aperta. L’ultima cosa che avrebbe voluto era che gli altri si accorgessero del suo problema con l’ACIDO. Guidò fino a casa  in stato di semi-trance, finché non fu risvegliato da un imprevisto incolonnamento prima dell’ultimo incrocio con semaforo, quattro-cinquecento metri prima di arrivare.&lt;br /&gt;Quando la coda defluì lentamente, vide quello che era successo. Un frontale con tutti i crismi, in mezzo all’incrocio. Qualcuno non doveva avere rispettato il rosso, e bam. Tuttavia, non sembrava una cosa gravissima. C’erano un ambulanza, un paio di feriti lievi e due auto belle fisarmonicizzate, ma niente di più. L'unica cosa che poteva destare impressione era il fluido dell’idroguida di uno dei veicoli, di colore rosso intenso, spalmato sull’asfalto. Il pensiero di Arnoldo, non andò tanto a quell'evocativo liquido, quanto all’ACIDO della batteria che si era sicuramente riversato là in mezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando il suo pensiero cosciente atterrò di nuovo sulla realtà era già nel garage di casa sua, e davanti al parabrezza vedeva mensole con attrezzi e latte di vernici. Quasi non si era reso conto di avere guidato fin lì, dove, per fortuna, non c’era altro ACIDO.  Almeno prima che gli venisse in mente della batteria della macchina. Scappò in casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cercò di darsi un contegno per tutta la sera, anche quando moglie e figli gli chiesero se andava tutto bene, dato che c’era qualcosa di insolito nel suo comportamento. Imputò la colpa alle solite cose – stress, lavoro, capoufficio. Non si piazzò nemmeno davanti alla tv: andò a letto, sperando che il sonno purificasse dall’ACIDO le sue cellule cerebrali. Niente da fare. Trascorse ore e ore con lo sguardo fisso fra il comodino e il muro, ripensando all’incidente, alla fisarmonica di automobili, e alle pozze di fluidi sull’asfalto. Il loro potente, malefico, velenoso contenuto, evaporando, si sarebbe insinuato nelle narici e nei polmoni di mezza città, o attaccato alle suole dei prossimi passanti, per essere trasportato dappertutto, dove avrebbe corroso qualsiasi cosa, proprio come era successo al braccio del povero operaio Kaczmarek. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non poteva sopravvivere così, doveva fare qualcosa. &lt;br /&gt;Prima ancora che l’alba si intravedesse, a quell’ora che esiste solo negli occhi dei lavoratori notturni, degli insonni e sui quadranti delle sveglie, si alzò in punta di piedi evitando qualsiasi rumore. Si diresse verso lo sgabuzzino e prese secchio, stracci e scopettone. Sgattaiolò fuori di casa con la perizia di un ladro, e si incamminò per quattrocento lunghi, silenziosi, interminabili metri verso il luogo dell’incidente. &lt;br /&gt;L'incrocio che poche ore prima pullulava di veicoli era silenzioso e deserto. &lt;br /&gt;Giunto là in mezzo, Arnoldo posò stracci, secchio e scopettone e iniziò a pulire quel che restava delle macchie, ancora visibili sull’asfalto. Sapeva che l’ACIDO rimasto per terra gli stava penetrando nel corpo dalle suole e lo stava probabilmente uccidendo, ma andò avanti fra le lacrime, la vergogna, la tensione, la rabbia.&lt;br /&gt;L’ACIDO se ne doveva andare.&lt;br /&gt;Fortuna volle che nessuna auto passò per molti minuti, mentre i sottili raggi dell'alba illuminavano&lt;br /&gt;l’asfalto che Arnoldo contiunava a strofinare, e qualche goccia di sudore misto a lacrime colava giù nelle montagnette di schiuma grigia.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Testate il pH del vostro audio con: Vangelis – Dervish D&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-2765254689037388242?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/2765254689037388242/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=2765254689037388242' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2765254689037388242'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2765254689037388242'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2009/04/acido.html' title='Acido'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-8272834227009308757</id><published>2008-10-10T20:00:00.003+02:00</published><updated>2008-10-10T20:07:58.145+02:00</updated><title type='text'>Spitfire</title><content type='html'>Inaspettata precarietà.&lt;br /&gt;Ecco la precisa sensazione che la carlinga dello Spitfire trasmetteva al giovane sottotenente Frank Hawley. Il guscio metallico che lo circondava aveva assunto un significato diverso. A mente fredda, sembrava una solida protezione – magari non impenetrabile, ma perlomeno difficile da sfondare. Ora, al dunque, la fusoliera assomigliava più ad un involucro di cartone pressato che ad una costruzione di robusto metallo.&lt;br /&gt;Il combattimento nei cieli della Francia stava per iniziare. Era la prima volta, il suo battesimo del fuoco. Poteva intravedere il Bf-109 nel mirino; era ancora a distanza di sicurezza, anche se stava effettuando una larga ma veloce virata, con l’intento di appiccicarglisi in coda. &lt;br /&gt;Ok, pensò Hawley, devo ragionare esattamente come durante l’addestramento. Cercare di sorprenderlo, di beffarlo con una traiettoria insolita, magari fuggendo, verso il basso, o verso l’alto, con un looping…&lt;br /&gt;Il rombo del Messerschmitt si era fatto più intenso. Si era avvicinato, forse troppo. Merda, forse il solo fatto di pensare alla manovra gli aveva fatto perdere l’attimo giusto per attuarla. E adesso, era in svantaggio. &lt;br /&gt;Non c’era tempo e non era il momento di farsi prendere dal panico.&lt;br /&gt;Cercò di invertire la rotta abbozzando una rapida discesa, ma era tardi. Il Bf-109 gli piombò alle spalle come un falco, e i primi colpi fischiarono a poca distanza dalla carlinga. Un paio sfiorarono l’ala sinistra. Non ebbe nemmeno il tempo di pensarci, visto che un suono metallico annunciò il primo colpo andato a segno. Non doveva aver causato alcun danno significativo, ma bastò a fargli scendere una freddissima goccia di sudore lungo la schiena.&lt;br /&gt;Levarsi dall’impaccio era difficile. Una virata a destra, una virata a sinistra, un tonneau. Niente da fare, anche quando pensava di essersene liberato se lo trovava alle spalle nel giro di pochi secondi.  Tentò un’ultima disperata fuga verso il basso. Era ormai quasi in volo radente, inseguito dai proiettili che terminavano la corsa al suolo in sbuffi di fumo. Azzardò un’imperiosa cabrata, esponendosi così ai colpi. Gli avrebbero detto che era un errore, ma gli erano rimaste poche altre carte da giocare. Per qualche motivo, non sentì né vide nulla. Si stabilizzò, incredulo, a circa 600 piedi di quota, convinto, seppur in modo poco ortodosso, di averlo seminato, Improvvisamente, un rombo avvolgente gli risuonò alle spalle: ce l’aveva ancora alle calcagna. &lt;br /&gt;Hawley arrossì in faccia. Era evidente che il tedesco stava giocando come al gatto col topo, e che sarebbe stata questione di minuti. Stava per iniziare a chiedersi se gettarsi dall’aereo fosse una possibile via d’uscita, quando un boato alle sue spalle interruppe ogni pensiero. &lt;br /&gt;Per una frazione di secondo immaginò di aver subito il colpo fatale. Era finita. Era fottuto, andato, perso, sconfitto.&lt;br /&gt;Pochi istanti dopo, il rumore cessò, e una palla di fuoco grigioverde iniziò ad avvitarsi e perdere quota sotto di lui. La seguì con lo sguardo ipnotizzato, finché non si schiantò in un campetto di grano a ridosso di un boschetto, creando un piccolo fungo di fiamme e fumo.&lt;br /&gt;A poco a poco, il cielo intorno a lui si popolò di caccia. Altri Spitfire, dalle insegne amiche: era il resto della squadriglia, venuto in suo soccorso.&lt;br /&gt;Un aereo gli si affiancò, e il pilota fece cenno con la mano.&lt;br /&gt;Ebbe modo di rifiatare un secondo, ma quando l’occhio gli cascò di nuovo sui rottami incendiati del Bf-109, realizzò che là dentro c’era qualcuno come lui. Qualcuno di cui non avrebbe mai saputo il nome, che un minuto prima forse pensava di tornare a casa dopo avere abbattuto l’avversario, e ora stava bruciando, forse era già carbonizzato. L’emozione generata da quel pensiero gli provocò un conato di vomito. Dovette trattenersi, per non perdere il controllo di sé stesso e del velivolo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Atterrarono a Longues-sur-Mer, la base più vicina. Hawley si tolse il casco, e scese dall’aereo. Prima di guardare in faccia gli altri, appoggiò la schiena alla carlinga e guardò in alto, verso il sole. Il respiro era corto, affannato, il sudore lo impregnava da capo a piedi. Si era convinto che l’addestramento lo avesse preparato ad affrontare tutto, ma in quel preciso momento capì che per quanto soldato e aviatore fosse, restava sempre un uomo, con tutti i suoi limiti. Intanto, tutto sopra di lui iniziò a girare vorticosamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…Hawley aprì gli occhi. Era caldo, c’era il sole, e il mare era tranquillo. Le urla dei nipotini che giocavano lì intorno dovevano averlo svegliato. Eppure le mani erano sudate, e nel respiro sentiva lo stesso affanno di quel lontano giorno di ottobre. Anche sessant’anni, per dimenticare certe cose, non sono abbastanza. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;The cockpit radio is playing: British Sea Power - Remember Me&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-8272834227009308757?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/8272834227009308757/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=8272834227009308757' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8272834227009308757'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8272834227009308757'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/10/spitfire.html' title='Spitfire'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-3767304361293163674</id><published>2008-09-27T19:22:00.001+02:00</published><updated>2008-09-27T19:25:06.809+02:00</updated><title type='text'>E' solo alcool, o c'è qualcos'altro che non va?</title><content type='html'>Il miscuglio con l’alcool che avevamo tracannato  fu qualcosa di terrificante. Andò in circolo subito, e ci misi un bel quarto d’ora per smettere di vedere doppio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per tornare indietro, volevamo prendere il bus, ma optammo per un pezzo di strada a piedi, tanto per cercare di abbassare un po’ il tasso alcolico nel sangue. Non fu una grande idea: per quanto cercassimo di darci un contegno, sembravamo tre lobotomizzati cacciati a pedate dal manicomio. Nell’androne del palazzo Barbara aveva fatto due passi sulle scale, prima di scivolare e iniziare una risata stupida, acuta e sottile.&lt;br /&gt;“Hihihihihi…”&lt;br /&gt;Jenny, che nonostante il freddo girava  in maglietta, continuava a saltare dicendo di voler fare aerobica, e rideva. Io trovavo divertentissimi i miei tentativi mal riusciti di stare, per quanto possibile, dritto, e avevo i lacrimoni agli occhi.&lt;br /&gt;Chiusi nella cabina dell’ascensore, continuavamo a ripetere (senza riuscirci) di fare il meno rumore possibile. Barbara iniziò a pigiare i pulsanti a casaccio, e l’ascensore andò dritto all’ottavo piano, per poi tornare al secondo e giungere finalmente al sesto. In questo su e giù, ogni tanto ci guardavamo in faccia, scoppiavamo a ridere, e pestavamo i pugni alle pareti. Prima o poi, pensai, qualche inquilino sarebbe venuto a cercarci munito di mazza chiodata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giro di giostra a parte,  non ricordo bene come entrammo in casa e cosa combinammo dopo – ho solo un vago ricordo di essermi tolto il maglione, e schiantato sul letto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mi svegliai la mattina dopo, verso le nove. Avevo la bocca un po’ impastata, ma nessun mal di testa, nausea, o pesante fastidio da dopo sbronza, anche se risvegliarsi in quel modo aveva ricordava  certe cronache post-nucleari. Nel lavandino della cucina c’erano ancora i resti della cena, e dal bagno proveniva un leggero odore acidulo – segno che qualcuno di noi tre doveva aver restituito tutto quello che aveva dato, e aveva provato a ricomporre il tutto senza grossi risultati. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sbirciai dentro l’altra camera per vedere se ci fossero ancora segni di vita. &lt;br /&gt;Jenny era stesa sul letto in pantaloni e reggiseno, a faccia in giù. In mano aveva ancora la bottiglia di vodka,  quasi vuota. Incredibile.&lt;br /&gt;Barbara si era raggomitolata in qualche modo su nelle coperte, come se le volesse tutte per sé, lasciando Jenny completamente scoperta e  pallida. Mi preoccupava. &lt;br /&gt;Come nei migliori film, sarebbe stato il caso di prendere una coperta, stenderla sopra di loro, e uscire senza fare rumore.&lt;br /&gt;La serata era stata tutto sommato divertente, ma a vedere quella scena mi sentii profondamente triste –  mi trasmetteva in modo diretto e spontaneo un profondo senso di disordine e infelicità.&lt;br /&gt;Di colpo, mi ritrovai più incazzato che comprensivo, e per tutta risposta, andai a sfilare la bottiglia  di vodka dalla mano di Jenny, per finire quel poco che c’era rimasto con un paio di sorsi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era un modo piuttosto cretino di iniziare la giornata, ma non sapevo che cos'altro fare, in quello che mi sembrava un cocktail del peggio di Jack Kerouac, il Borges più deprimente, e le  pagine più acide di Paura e Disgusto a Las Vegas.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Andai in cucina. Mi sedetti sulla sedia, con i piedi sul calorifero, guardando fuori dalla finestra, sentendo lo stomaco insultarmi per averlo risvegliato con un’improvvisa dose d’alcool.&lt;br /&gt;Un tipico mattino milanese. Il sole dietro le nuvole grigie disegnava una sorta di rigagnolo stenografico che si estendeva su e giù, a destra e a sinistra. I vivaci rumori della strada, di gente sana, che è andata a dormire ad un’orario decente, o che al massimo ha fatto un po' tardi per il sabato, e si è svegliata sobria per andare a spasso, a messa, a giocare a calcio, o a pranzo dai parenti. Inutile dire quanto mi sentissi lontano anni luce, deviato, ed estraneo a tutto ciò.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma la cosa andava oltre la classica nottata folle da aneddoto studentesco. Sentivo, in qualche modo, che dentro tutto ciò c’era stato qualcosa di sbagliato, strano, brutto, sgradevole. Forse, quel triste dopo sbronza mi aveva fatto bene: potevo vedere le cose in modo più chiaro. E confermava la netta sensazione che avevo avuto – tutto quanto si stava imprevedibilmente sputtanando, complicando, dirigendo verso una dimensione incontrollabile, in grado di sfuggire alla nostra comprensione e al nostro controllo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto sembrava così reale, non sospeso da qualche parte nel tempo come i film o i romanzi. La luce che cresceva invadeva piano piano tutto l’appartamento, insieme ai suoni del giorno: i tram sferragliavano, il traffico rumoreggiava, le persone vociavano. Il mondo era ancora vivo, a pochi metri di distanza da quell’appartamento maleodorante. &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Noise in my head: Diamond Head - Am I Evil&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-3767304361293163674?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/3767304361293163674/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=3767304361293163674' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3767304361293163674'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3767304361293163674'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/09/e-solo-alcool-o-c-qualcosaltro-che-non.html' title='E&apos; solo alcool, o c&apos;è qualcos&apos;altro che non va?'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-7518410262010721608</id><published>2008-09-23T15:05:00.002+02:00</published><updated>2008-09-23T15:11:16.149+02:00</updated><title type='text'>C'era</title><content type='html'>C’era chi da piccolo, detestava l’entrata a scuola. Io no.&lt;br /&gt;Io detestavo l’uscita.&lt;br /&gt;Non c’erano, appena fuori dal portone, sadici bulli o teppisti al volante. Non c’erano i maniaci con l’impermeabile, e non c’erano gli spacciatori travestiti da clown pronti ad offrirti i tatuaggi velenosi e le figurine drogate.&lt;br /&gt;Non c’era nessun fantasma dei nostri anni 80.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso non ci sono più gli anni 80 e neanche i 90, ci sono gli anni Duemila.&lt;br /&gt;C’è una campanella che avvisa quando è ora di prepararsi.&lt;br /&gt;C’è una campanella che avvisa quando è ora di mettersi in fila.&lt;br /&gt;C’è una campanella che avvisa quando è ora di aprire il portone della scuola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da noi c’era una campanella e basta, e non era mica uguale per tutti. C’era chi prima ancora che suonasse, scorrazzava già libero per la strada.  C’era chi, mentre suonava, stava incatramato dietro ad un insegnante dispotico che “finché non si fa silenzio, non si esce.” C’era chi, mentre suonava, era ancora a tre quarti dell’ultima scheda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E non c’era modo di capire come funzionava. C’erano solo maestri ai quali tutto ciò fregava ben poco, perché tanto loro a scuola ci andavano e venivano in macchina. Io no. C’era il pullman da prendere, e non c’era lo scuolabus giallo dai sedili rossi che ti veniva a raccattare davanti alla porta. C’erano grandi pullman in un grande piazzale che adesso è diventato piccolo. C’erano pullman lussuosi con frigo e tele, e pullman scassati dai finestrini troppo alti e troppo duri, e c’era il pullman di fianco che era sempre più bello del tuo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’erano tanti autisti in camicia Ray Ban e sigaretta che leggevano il giornale e parlavano di calcio, e c’era un grosso tesserone giallo appeso all’Invicta, al Seven, al Leopard o alla Scout che ti diceva quale bus dovevi prendere. C’erano tanti bus, quindici, sedici o diciassette a seconda dell’anno. C’era, perciò, un martedì, un mercoledì e un giovedì dove bisognava prendere il bus 2, un lunedì  del bus 1 e anche un venerdì del 14, magari intervallato da un martedì dove si poteva prendere il 5 dopo avere chiesto il permesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’era un grosso portone metallico in fondo a una scalinata che ti faceva arrivare nel piazzale dalla strana forma di fossa, di anfiteatro. C’era asfalto, e  c’erano grossi ciottoli appuntiti fra i quali, setacciando un po’, trovavi foglie, cocci di bottiglie, bossoli, siringhe, il teschio di Giulio Cesare, gatte pelose, brandelli di dischi volanti, e anche tanti strani cosi oblunghi di gomma che sembrano palloncini sgonfi ma, chissà perché, avevano qualcosa di strano. &lt;br /&gt;C’erano i pullman scassati che scaldavano i motori sgasando e rombando, e i pullman meno scassati  che facevano meno puzza e fumo. C’era l’autista che non spegneva mai il motore, c’era l’autista che accendeva e partiva, e c’era l’autista che accendeva, sgasava e spegneva, accendeva, sgasava e spegneva, accendeva, sgasava e spegneva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’era il giorno dove la campanella suonava ed  eri ancora in classe, e  magari c’era il supplente che non conosceva il tuo supplizio. C’era da aspettare che tutti si fosse in fila, e c’erano le scale da fare lentamente perché qualche scienziato aveva detto che bisognava fare così. C’erano dieci minuti di tempo per salire sul pullman, ma c’era anche l’insegnante pignolo che perdeva tempo sulle scale per ricontare il conteggio della contabilità del controllo. E c’era che si arrivava quasi sempre nel piazzale troppo tardi, e c’erano i pullman che rombavano e ciottoli appuntiti e puzza di gas di scarico e ruote enormi che sembravano volerti schiacciare. E c’era da correre per arrivare sul bus,  prima che chiudesse le porte e ti lasciasse lì come un pirla sul piazzale.  E NON c’era mai qualcuno che controllava se per caso, qualcuno fosse rimasto per strada, e c’era tanta gente che, sorridendo, continuava ad assicurarti il contrario.&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;Sarà una cosa piccola. Sarà una cosa che ormai esiste solo nella mia testa. Sarà una cosa che non fa figo raccontare. Sarà una cosa che nessuno ormai si ricorda più. Sarà una cosa pfui. Ma qualcuno allora mi spiega, perché per tanti anni, di notte, c’era un bambino che continuava a sognare di perderlo, quel cazzo di pullman?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Se state buoni, l'autista mette su: AC\DC - Hells Bells&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-7518410262010721608?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/7518410262010721608/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=7518410262010721608' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7518410262010721608'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7518410262010721608'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/09/cera.html' title='C&apos;era'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-357487078102911070</id><published>2008-09-12T11:16:00.002+02:00</published><updated>2008-09-12T11:21:45.732+02:00</updated><title type='text'>Pendolare blues</title><content type='html'>Chiudere la macchina. &lt;br /&gt;Andare sulla banchina.&lt;br /&gt;Aspettare il treno.&lt;br /&gt;Aspettare il treno in ritardo.&lt;br /&gt;Aspettare il treno sempre più in ritardo.&lt;br /&gt;Salire sul treno.&lt;br /&gt;Cercare un sedile non eccessivamente sporco.&lt;br /&gt;Sedersi.&lt;br /&gt;Attendere.&lt;br /&gt;Leggere il giornale.&lt;br /&gt;Ascoltare gli MP3.&lt;br /&gt;Guardare fuori dal finestrino e notare che anche l’autunno quest’anno è in ritardo.&lt;br /&gt;Pensare quanto è sfigato il tizio nel sedile di fronte.&lt;br /&gt;Attendere che il treno arrivi in stazione.&lt;br /&gt;Guardare l’orologio per vedere se ha recuperato.&lt;br /&gt;Aspettare che molti scendano per farlo senza essere schiacciati.&lt;br /&gt;Guardare l’orologio della stazione per vedere se c’è tempo per un caffè.&lt;br /&gt;Constatare che non c’è tempo per un caffè.&lt;br /&gt;Cercare l’abbonamento della metro.&lt;br /&gt;Non trovare l’abbonamento della metro.&lt;br /&gt;Trovare l’abbonamento della metro.&lt;br /&gt;Prendere un altro giornaletto free.&lt;br /&gt;Invidiare quelli che colazionano al bar del mezzanino.&lt;br /&gt;Passare i tornelli.&lt;br /&gt;Scendere sulla banchina.&lt;br /&gt;Sbuffare alla scritta “Prossimo treno minuti 4”.&lt;br /&gt;Pensare che anche ieri si aveva sbuffato quando i minuti erano 2.&lt;br /&gt;Incastrarsi fra i passeggeri del vagone.&lt;br /&gt;Pensare che cinque fermate sono sempre troppe anche se si fanno in quattro minuti.&lt;br /&gt;Godersi la possibilità di respirare di nuovo una volta fuori dal vagone.&lt;br /&gt;Salire la scala mobile.&lt;br /&gt;Uscire dalla metro.&lt;br /&gt;Ignorare il senegalese che cerca di vendere l’ennesimo libro.&lt;br /&gt;Sentirsi leggermente in colpa perché lo si è ignorato del tutto.&lt;br /&gt;Accelerare il passo perché è già tardi.&lt;br /&gt;Osservare la via del quartiere e realizzare che non è poi passato molto tempo dalle 18 di ieri.&lt;br /&gt;Entrare in azienda.&lt;br /&gt;Cercare il badge.&lt;br /&gt;Cercare il badge nella tasca giusta.&lt;br /&gt;Passare il badge nel lettore.&lt;br /&gt;Compiacersi dell’anticipo di due minuti e pensare vagamente alle Olimpiadi.&lt;br /&gt;Prendere l’ascensore.&lt;br /&gt;Andare nell’ufficio.&lt;br /&gt;Salutare i colleghi.&lt;br /&gt;Sedersi e accendere il computer.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Buon lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Sing along with: Muddy Waters - Rollin' Stone&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-357487078102911070?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/357487078102911070/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=357487078102911070' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/357487078102911070'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/357487078102911070'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/09/pendolare-blues.html' title='Pendolare blues'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1920675415903947701</id><published>2008-09-08T19:05:00.008+02:00</published><updated>2009-10-21T21:57:55.914+02:00</updated><title type='text'>Campeggio trash</title><content type='html'>Odio il campeggio. E allora, perché mi ci faccio trascinare tutti gli anni? Vuoi perché costa poco, vuoi perché “si sta a contatto con la natura”, vuoi perché si è più liberi, vuoi perché c’era un gesto con le mani di mio papà che cazzarola, non so come descrivere, ma rendeva benissimo l’idea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Campeggio significa al 90% campeggio fatto in compagnia, all’insegna del budget basso, cosa che influenza non poco la scelta dell’attrezzatura – nella stragrande maggioranza dei casi, materiale strausato e riciclato da famiglie, amici, conoscenti, estemporanei compagni di viaggio. L’età media delle suppellettili si aggira sui vent’anni, e il confine tra vintage e vecchio è molto, molto labile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tenda dovrebbe essere la maggior fonte di ispirazione, ma paradossalmente non lo è – è solo un guscio molle, precario e instabile che per il 96% del giorno ha una temperatura troppo alta per qualsiasi essere umano, e per il 96% della notte consente di coricarsi su un materassino che è sempre troppo gonfio, troppo sgonfio, troppo alto, troppo basso, troppo troppo.  E’ un posto più di transito che di permanenza, che può fungere da postazione d’ascolto per i piccoli suoni della notte: lucertole, cicale, topolini veri e virtuali, interferenze di intimità altrui, e i passi felpati di qualche solitario defecatore notturno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due sono le cose che voglio erigere a simbolo, dato che mi sono rimaste proprio qui, fra lo stomaco e il duodeno: il cucinotto e il frigorifero. Il cucinotto era un’orrendo gazebo di tela blu e bastoni di alluminio che doveva risalire ai tardi anni settanta. Montarlo, per quanto non fosse complicato, richiedeva lunghi e fastidiosi traffici con giunti, chiavette, brugole e vitine semiarrugginite, per ottenere una struttura solida come un castello di carte, che poi andava ricoperta con il telo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più che un oggetto, il telo era un’entità.  Toccandolo, si aveva la sensazione di penetrare in un malsano esperimento scientifico. Trent’anni di schizzi di pomodoro, ragù e fritti, e le relative saune di vapore dovevano avere impregnato la trama del tessuto di una sorta di brodo primordiale, vagamente untuoso, come il muco sulla pelle di certi pesci. Incoronato il traliccio di tubetti, stare là sotto, cioè dentro il gazebo, voleva dire immergersi in un tremendo odore scuro e appiccicoso, un crocevia d’essenze di barbecue bruciacchiato, stanza chiusa, olio per macchine e croste di sugo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insomma, cucinare era più un supplizio che un piacere, anche perché gli alimenti venivano stipati nel “frigo”. Il “frigo” in questione era un altro residuato degli anni Settanta, pesantissimo, ingombrante e di un ridicolo colore arancione, pretenziosamente moderno, che sarebbe andato bene al massimo in qualche festival controculturale al Parco Lambro, piuttosto che in un campeggio del terzo millennio. Attivato il pratico “dual power switch”, elettricità e\o gas, il monolito arancione ronzava come la scatola nera di un vecchio Antonov sovietico, in attesa di registrare chissà quale misfatto. Dall’anima un po’ sadica, come certi contestatori della sua epoca, il “frigo” sembrava divertirsi a mantenere una temperatura che lasciava cibi, latticini e sostanze organiche sull’orlo del baratro fra deperimento e liquefazione. E una mattina, lo stronzo entrò in sciopero permanente – aprendo ogni orifizio, frontiera e valico doganale della sua labile cortina di ferro a un’agguerrita armata di voraci formiche rosse che, quando ho aperto il coperchio, erano lì lì per issare la bandiera sui resti di uno sporco panetto di burro capitalista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma lasciando stare le suppellettili, l’atmosfera dei campeggi, per quanto ordinati, luminosi e ben tenuti possano essere, ha sempre un che di tragicomico. Roulotte di mezza età che espongono finte verande con finte finestre e finti fiori, insinuate fra studenti che si accampano in massa dentro tende più simili ai sacchetti della spesa che a igloo o canadesi, e tracotanti famiglie con colossali motorhome intente ad incastrarsi fra di loro tipo tetris,  annullando ogni pertugio di luce. Magri campeggiatori hi-tech sfoggiano astronautiche attrezzature di materiale iperultraleggerissimo e vengono spazzati via al primo soffio di brezza, per essere ritrovati sulla fiancata della montagna retrostante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Campeggi piccoli, quasi come uno strappo di carta igienica, e campeggi enormi che obbligano a fare maratone o Liegibastonliegi per andare dal pizzicagnolo, dove insieme ad una commovente retrospettiva di bagnoschiuma (visto che oltre a far lacrimare gli occhi, ricorda flaconi visti anni fa in casa di qualche anziano parente) e una selezione di prestigiosi brand locali, si possono trovare  vettovaglie di qualità pagabili solo in valuta forte, previa esibizione del passaporto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Camminare nei vialetti fra le 8 e le 9 di mattina per andare in bagno senza capire se si è nella presa in giro di una bidonville o in un campo profughi, è un’esperienza che già di suo inizia a far riflettere. Dopo essere stati in coda per la toilette e avere passato, una volta dentro, interminabili secondi\minuti\ore in forzato silenzio ad ascoltare piccoli, peculiari rumori, sbuffi, gemiti, etc., dai cubicoli di fianco, e avere immaginato un corollario di immagini che è meglio non immaginare, e poi essersi sciacquati in un lavello costellato di tranci di pelazzi e pezzi di dentifricio secco, uno finisce davvero per chiedersi tante cose. Una volta  ho visto un tale piangere davanti alla sua immagine riflessa nello specchio. Lo faceva con dignità, in silenzio. Ma l’ho visto, lo posso assicurare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Per coprire le flatulenze: Children Of Bodom - Sixpounder&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1920675415903947701?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1920675415903947701/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1920675415903947701' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1920675415903947701'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1920675415903947701'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/09/campeggio-trash.html' title='Campeggio trash'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-7714164195922018102</id><published>2008-08-29T23:22:00.001+02:00</published><updated>2008-08-29T23:25:17.608+02:00</updated><title type='text'>A blaze of glory</title><content type='html'>Foglie gialle, aria fredda, e pozzanghere in una domenica mattina d’autunno. I primi due, irraggiungibili, se n’erano andati in coppia. Probabilmente, stavano già giocandosi il primo posto, ed era giusto così. Erano i grandi favoriti, gente di talento, per la quale una vittoria così era semplice routine.&lt;br /&gt;E poi c’era lui, Roberto. Inaspettata terza posizione, da difendere con le unghie. Il suo passo era deciso, ma reso pesante dai muscoli affaticati. La milza gli faceva male, e i polmoni dilatati a dismisura premevano sempre di più contro le pareti dello stomaco. Mancava poco all’arrivo, e bisognava resistere. Non aveva idea di dove fossero gli avversari dietro di lui. Se li immaginava tutti sullo sfondo, mentre lo tenevano a distanza per beffarlo in volata. Non voleva assolutamente voltarsi, per non perdere tempo e quel poco di ritmo che gli era rimasto. &lt;br /&gt;Era durissima, e bisognava tirare fuori ogni rimasuglio di risorsa. Perché lo faceva? Era solo una mediocre corsa subprovincial-giovanil-semiamatoriale, uno di quegli eventi che raccolgono una parvenza di sparuto pubblico, fatto perlopiù di amici e parenti, ti fanno (forse) transitare nei pensieri di qualche appassionato un paio di giorni, e su qualche trafiletto di periodico locale, destinato a stare appeso in qualche bacheca polverosa fino all’oblio, o alle prossime pulizie.&lt;br /&gt;Solo lui sapeva cosa lo portava avanti. Non aveva mai vinto nulla, nemmeno un premio di consolazione nel più scrauso dei tornei di minigolf. Da quando era entrato a far parte della squadretta di atletica, non si era certo dimostrato uno dei migliori. Impegno e passione c’erano stati, eccome, solo che tutti gli altri correvano veramente troppo forte, quasi come i primi due: un’altra categoria che Roberto non poteva neanche sperare di raggiungere. Lui apparteneva alla plebe, a quel gruppo destinato a sognare in eterno anche il più stupido dei riconoscimenti. Di quelli che odiano, senza poterlo confessare, la falsa modestia degli insopportabili campioncini da compagnia, tutta gente che non sa più dove mettere medaglie, coppe e coppette di oro e argento placcato, e che ostenta in mensole e teche quell’esubero di metallo, come estensione concreta della propria piccola arroganza.&lt;br /&gt;Scommetto, pensava Roberto, che c’è tutto un grande partito di gente che la pensa come me e che non ha il coraggio di dirlo.&lt;br /&gt;Finalmente ora era nella posizione di poterlo fare – nella corsa dalla quale si aspettava al massimo un ventesimo posto, e invece si era trovato terzo. TERZO! Sapeva di essere piuttosto avanti, ma quando l’allenatore glielo aveva urlato, aveva pensato ad un bluff, o magari a qualche astuta strategia motivazionale. Poi, pensandoci un attimo, si era reso conto che davanti, per davvero se n’erano andati solo altri due. Forse per via della pioggia, forse per il freddo, forse per qualcos’altro, forse era quella benedetta volta in cui gli avversari avevano deciso che non valeva la pena inseguire fino allo stremo delle forze quella terza posizione. E lui c’era.&lt;br /&gt;Aveva accelerato, dettato dall’istinto, esagerando un po’. L’inevitabile ansia gli aveva fatto consumare qualche energia in più del previsto. Ora, accusava. Ma non poteva mollare. &lt;br /&gt;Certo, non era una occasione da vita-o-morte, o uno di quei pessimi film calvinisti da american dream, nei quali lo sfigato di turno lavora come un somaro, e alla fine trionfa in mezzo a due ali di folla perché se l’è meritato, magari riuscendo anche a farsi quella che gli piace ma che fino a lì, non l’aveva mai cagato.&lt;br /&gt;Qui, all’arrivo, c’era pochissima gente e nessuna liceale sexy. Ma anche un’occasione altrettanto preziosa, l’unica che qualche imprescindibile motivo, e un po’ di semplice culo, gli avevano fatto capitare fra le mani. Era la concreta possibilità di far sì che l’ennesima, economica medaglia non venisse fagocitata dalla solita stupida mensola. Il suo terzo posto aveva una piccola valenza politica – per un momento, in un luogo, era la vittoria di un portabandiera di tutto quell’invisibile, silenzioso movimento di quartopostisti, eterni piazzati, riserve, panchinari e maglie nere che la pensavano come lui.&lt;br /&gt;Due rettilinei alla fine, e alle sue spalle non sembrava succedere niente. Possibile? Mancava pochissimo, ormai, non più di duecento metri. &lt;br /&gt;Faceva tutto male, e lo stomaco dava la netta impressione di volersi ribellare da un momento all’altro. &lt;br /&gt;All’ultima curva, quando ormai c’era rimasto più affanno che respiro, una sbirciata dietro le spalle gli fece vedere chiaramente che per un bel pezzo non c’era anima viva – tolto un vecchietto col giornale in mano, che stava rientrando nel giardino.&lt;br /&gt;Era praticamente fatta, a meno che non ci materializzasse una nemesi a tampinarlo due centimetri dietro le spalle. Ma era impossibile, lui lo sapeva, e quei cinquanta metri finali, con tre applausi di numero, e il suo nome gracchiato da un vecchio altoparlante, gli sembrarono più belli dell’arrivo della maratona di New York.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli altri erano già arrivati da quattro minuti. Dopo di lui, il quarto classificato (ben diverso da come se l’era immaginato, anzi, piuttosto simile a lui) giunse solo dopo un paio di minuti abbondanti. E arrivarono alla spicciolata anche il quinto, il sesto, il settimo e l’ottavo. Poi, stop. Nessun altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E festa, premiazione e sacrosanta medaglia di bronzo furono.&lt;br /&gt;Qualcuno potrebbe obiettare che alla fine, queste piccole, insignificanti vittorie siano frivolezze, l’ennesimo effimero evento destinato a rimanere tale, e a liquefarsi nel grande schema delle cose.&lt;br /&gt;“No, non ne sono sicuro.” pensò Roberto, e anche chi non lo conosceva bene poteva leggerne la convinzione nello sguardo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Please, stand up for the anthem: Foo Fighters - The Best Of You&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-7714164195922018102?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/7714164195922018102/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=7714164195922018102' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7714164195922018102'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/7714164195922018102'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/08/blaze-of-glory_29.html' title='A blaze of glory'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-2365527239293194435</id><published>2008-07-14T10:48:00.002+02:00</published><updated>2008-07-14T10:50:39.567+02:00</updated><title type='text'>L'estate di Gatsby</title><content type='html'>Fu in una mattina come tante, prendendo il giornale all’autogrill, che lessi della morte di T.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La notizia si esaurì in fretta, erano giusto poche righe nelle quali si parlava di un “tragico incidente automobilistico”, con qualche scarno dettaglio su ora, luogo e modalità dell’accaduto. Ok, mi dissi una volta superato lo shock iniziale, adesso non riuscirò a fare più nulla per il resto della giornata. Invece, rimasi lì a intristirmi davanti alla tazzina di caffè solo un paio di minuti, e poi via, auto, autosilo e metropolitana come al solito. Con la differenza che T., proprio la T. che conoscevo io, i cui dati anagrafici coincidevano in modo inequivocabile con quelli riportati, non c’era più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giornata d’ufficio andò via senza sconvolgimenti clamorosi. Metabolizzai la situazione in modo lento e liquido, col passare delle ore, anche se trascorsi la maggior parte della mattinata spulciando tutti i siti dei quotidiani e delle agenzie di stampa, alla ricerca di qualche aggiornamento. Trovai i soliti cliché di cronaca nera: un’auto uscita di strada, presumibilmente per l’alta velocità, un albero di troppo, eccetera. Quasi fin troppo banale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cercai di parlarne con qualche collega, ma per quanto tutti si mostrassero sinceramente dispiaciuti, come potevano capire? Come potevano sapere dello strano pizzicore in gola, dei dubbi tornati d’improvviso a galla, se stessi ancora provando qualcosa per lei, o se stessi solo giocando con la nostalgia, e se fosse infantile e stupido ammetterlo.&lt;br /&gt;E anche dopo cena, dopo averne ancora parlato, sentivo di dovere riordinare un po’ le idee. Solo il bosco era il posto giusto per farlo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sera d’estate appariva splendida. Faceva caldo, c’era silenzio, e si vedevano le luci sulle colline al di là del lago. Dopo anni brillavano ancora dello stesso, luminescente tremolio che aveva incorniciato quelle sere passate insieme a leggere il Grande Gatsby. Era un’estate di fine anni ’90, e la scusa quella di preparare un certo esame di letteratura. Ne leggevamo dei pezzi insieme, discutevamo, scherzavamo, e poi ci sedevamo in mezzo al prato a guardare le stelle, e a parlare di tutto fino a notte fonda. Dopo una, due, tre, tante sere di chiacchiere e letture, le cose erano cresciute, e in quel prato ci avevamo persino fatto l’amore, d’impulso, una notte di luglio. Ricordo benissimo la luna, e l’odore di acacia e di gelsomino, più forte del solito. Dubito che lo sarà mai altrettanto.&lt;br /&gt;Purtroppo, come capita spesso, la nostra storia non decollò, forse perché era troppo acerba, forse per via della solita miriade di  motivi troppo concreti e complicati da spiegare, forse perché non doveva essere. Rimase il ricordo dell’estate di Gatsby.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ero tornato proprio là in cerca d’ispirazione, per  vedere se un pezzettino di passato riusciva a parlarmi di nuovo, ma sapevo che sarebbe stato difficile, visto che non c’era più molto in grado di aiutarmi.  Solo uno spiazzo d’erba fra le piante e i tavoli con le panchine, che in tutti questi anni sono stati occupati da altra gente, altre coppie, altre storie, altre cose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ormai avremmo potuto incontrarci per strada e salutarci a malapena. Non ci vedevamo da anni,  e viaggiavamo su strade completamente differenti. Frequentavamo altra gente, altri mondi, altri universi, e credo che l’uno sapesse a malapena cosa stesse facendo l’altro. Chissà se mi aveva mai pensato qualche volta, se in qualche sera si era mai ritrovata seduta sull’erba di qualche prato a farsi le stesse domande.&lt;br /&gt;E adesso ero io ad essere là, più o meno nello stesso posto in cui avevamo fatto l’amore, con la sensazione di essere seduto da solo sugli spalti di uno stadio – immaginando di trovarci una certa suspense, e invece, niente. C’erano solo umidità, erba, insetti, terra, e da qualche parte, un vuoto che non riuscivo a colmare, con la semplice e terribile consapevolezza di non poterlo fare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse stavo imparando davvero come funziona il tempo: filtra i pensieri, cancella le tracce di normalità, e patina i ricordi, lasciando un’intensa, inguaribile nostalgia, che si dibatte fra il privilegio di aver vissuto qualcosa di prezioso e irripetibile, e il rimpianto di non essere riusciti ad acchiappare tutto quello che ci eravamo promessi. Così, pur di non rimanere soli ad ascoltare il silenzio dei nostri vuoti incolmabili, andiamo a cercare disperatamente nei resti del passato, per tentare di riprendere anche l’impossibile. Un po’ come Gatsby.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche se non ero felice, rimasi là finché l’ultima traccia di luce non sparì dal cielo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;E mentre meditavo sull'antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all'estremità del molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così vicino da non poter più sfuggire. Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città dove i campi oscuri della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'é sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... e una bella mattina... &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="color: rgb(255, 204, 153);"&gt;Soundtrack: Oasis - Don't Look Back In Anger \ Cinderella - Don't Know What You Got (Till It's Gone)&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-2365527239293194435?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/2365527239293194435/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=2365527239293194435' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2365527239293194435'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/2365527239293194435'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/07/lestate-di-gatsby_14.html' title='L&apos;estate di Gatsby'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-401282468903637887</id><published>2008-07-05T18:14:00.004+02:00</published><updated>2008-07-05T18:20:00.193+02:00</updated><title type='text'>Deodorante</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Dopo tanti anni, la signora Martini ce l’aveva finalmente fatta, a liberarsi di quel vecchio porco.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Gli aveva piantato fino in fondo la lama del coltello da cucina, all’altezza della scapola sinistra, e lui si era accasciato al suolo emettendo solo uno stupido, flebile rantolo.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;In quasi trent’anni di matrimonio, Guglielmo si era dimostrato uno schifo totale di marito. E col passare degli anni, quel poco di charme e di grazia fisica che lo avevano sostenuto durante la gioventù si erano trasformati in un’incipiente pancetta e in una collezione di modi di fare degna dei peggiori scaricatori di porto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;La classica frase “mai un’attenzione, mai un gesto affettuoso” sarebbe riduttiva per descrivere bene l’orrendo atteggiamento di Guglielmo verso la sua signora. Viveva in poltrona, servito e riverito, e a letto aveva addirittura iniziato a pretenderli, quei rimasugli di intimità coniugale, come fossero un premio di anzianità che gli spettava di diritto. Era convinto di averla in pugno.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;Per anni donna Giovanna aveva sopportato, pregato, sopportato ancora, e sperato oltre l’inverosimile. Poi, un giovedì sera di primavera, qualcosa nella sua mente aveva fatto crac, e in pochi istanti il signor Guglielmo era diventato un cadavere riverso sul pavimento del salotto,&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;accanto ad una grande pozza rossa che si allargava lentamente.&lt;/p&gt;          &lt;p class="MsoNormal"&gt;La signora Martini, con calma olimpica, pulì il coltello sotto l’acqua e lo ripose al suo posto. Si sentiva serena e sollevata: la maggior parte dei problemi della sua vita se n’era andata come un fastidioso mal di testa mattutino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso l’unico problema era un cadavere grosso e freddo che macchiava il pavimento del salotto. Guarda caso, nel sottoscala c’era un’intercapedine a fondo cieco larga circa un metro e mezzo, risultato di un’approssimativa ristrutturazione fatta qualche anno prima. Gli operai avevano persino lasciato in eredità un paio di sacchi di cemento, che erano rimasti ad ammuffire sotto il tavolaccio della cantina. Donna Giovanna fece due più due ed un paio di secchielli di malta, e così, nel giro di un paio d’ore, del signor Guglielmo non c’era più traccia. Il pavimento era stato mondato con un intenso attacco a base di varechina, e la casa aveva un aspetto pulito e ordinato, come se non fosse mai successo nulla.&lt;br /&gt;&lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;br /&gt;Dopo un paio di giorni, uno strano odore pesante e dolciastro iniziò a pervadere le stanze di casa Martini. Donna Giovanna aprì le finestre, ma servì a poco: la puzza non se andava.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;Prese tutti gli aerosol, le bombolette e i deodoranti che aveva in casa, e li spremette nell’aria fino all’ultimo sibilo. Dopo pochi minuti, ogni traccia mefitica appariva debellata, e la casa olezzava come un saponificio. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma dopo un altro giorno e mezzo, il vecchio odore era tornato al suo posto.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;“….lurido verme, tu continui a puzzare anche da morto – disse con rabbia la signora Martini – ma giuro che non l’avrai vinta tanto semplice!”&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;Andò quindi al supermercato a fare incetta di bombolette spray. Accese dozzine di candele profumate, e trasformò la casa in una piantagione di alberelli deodoranti, mettendone &lt;span style=""&gt; &lt;/span&gt;un paio persino sotto il cestino svuotatasche. Poi fu la volta dei fornelletti con piastrine, e infine, di alcuni incredibili zampironi al fior di loto, rimediati in un economico negozietto cinese.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;&lt;!--[endif]--&gt; Con un po’ di perseveranza, donna Giovanna sembrava essere in grado di vincere la battaglia. Certo, tutto quanto si trovava in casa s’era irreversibilmente impregnato di profumo, e persino l’acqua che usciva dal rubinetto assumeva subito il sapore e l’odore dell’aria. Ma senza quella sottospecie d’orso accanto, donna Giovanna sembrava essere ringiovanita di una decina d’anni. Di notte riposava benissimo, senza dover più sopportare i fastidiosi rumori e le umilianti richieste del marito. Faceva sogni lunghi, colorati ed intensi come non le capitava da anni, e al mattino rimpiangeva fossero svaniti. Tutto ciò era probabilmente frutto delle molecole allucinogene che saturavano l’aria, ma questo proprio non le importava. Donna Giovanna aveva trovato il suo Nirvana.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;&lt;!--[endif]--&gt; Finché una sera di fine maggio, Gennaro Grezzi, stimato vicino di casa, fu stufo di accompagnare la sua cena con un invadente bouquet di rosa chimica. Posò quindi la forchetta e prese in mano il telefono.Visto che i persistenti squilli non ottenevano risposta, si rivolse alla polizia.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;&lt;!--[endif]--&gt; Quando gli agenti giunsero sul posto, provarono a bussare, e a far suonare il telefono più volte, senza ottenere risposta. Decisero quindi di buttare giù la porta, e stando al verbale:&lt;/p&gt;    &lt;p style="font-style: italic;" class="MsoBodyText"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;&lt;!--[endif]--&gt; “immersa in una persistente e nauseante nebbiolina azzurra, la signora Martini vagava per la casa in evidente stato confusionale, brandendo due aerosol di deodorante gusto “Brezza Marina” e “Pino Silvestre”. L’agente scelto M. ha quindi accusato un capogiro, prima di autoaccompagnarsi alla volante per procedere all’invio di rinforzi, e di un’ambulanza.”&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt;&lt;span style="font-style: normal;"&gt;La portarono via. Arrivò la scientifica, desiderosa di indagare a fondo per cercare di capire che fine avesse fatto il signor Guglielmo. Ma profumi e odori avevano talmente impregnato qualsiasi cosa che ricercare le tracce fu un compito lungo e laborioso. Svuotarono la casa, smontarono intere stanze, e solo dopo molti giorni di lavoro riuscirono a trovare il corpo del signor Guglielmo, completamente impregnato di un assurdo profumo floreale: era l’inequivocabile segno che, anche da morto, aveva perso la guerra con sua moglie.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 204, 153);"&gt;Questo post profuma di : Nirvana - Smells like Teen Spirit&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoBodyText"&gt;&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;!--[if !supportEmptyParas]--&gt; &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-401282468903637887?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/401282468903637887/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=401282468903637887' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/401282468903637887'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/401282468903637887'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/07/deodorante.html' title='Deodorante'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-5080871138048305030</id><published>2008-06-26T18:13:00.001+02:00</published><updated>2008-06-26T18:15:47.185+02:00</updated><title type='text'>Il guardiano del tempio</title><content type='html'>Di notte faccio la guardia giurata in un mobilificio. Anzi, per la verità, non è proprio un mobilificio, anche se lo chiamano tutti così. E’ uno di quegli enormi mercatoni dove i mobili non si costruiscono, si vendono e basta, dopo essere rimasti esposti per mesi sotto la luce biancastra dei neon. Non si tratta di oggetti lussuosi – la gente che viene qui vuole solo trovare delle “soluzioni a basso costo”, o “budget”, come si usa dire. Il gioco vuole, poi, che bazzicando il labirintico percorso obbligato si finisca per comprare tante altre cose più o meno utili – elettrodomestici, giocattoli, utensili. Di giorno, quando mi capita di venirci, è un posto completamente diverso. Orde di gente, quasi tutta uguale, invadono i corridoi. Famiglie con bambini obesi, la cui ciccia straborda dalle canottiere, che si arrampicano sui letti e penetrano negli armadi strillando come sirene, prima di venire trascinati a forza verso l’uscita. Solerti famiglie straniere che scrutano, esaminano, tastano, aprono, smontano, valutano, per poi scegliere sempre il prodotto più economico. Gente semi-analfabeta che non sembra aver mai visto una lavatrice o un frigorifero, e acquista modelli costosissimi dopo essersi lasciata sedurre dal consigliere fraudolento di turno – cosa che avviene con più o meno sufficienza, a seconda di quanto sia grosso l’affare. Gente convinta di auto-elevarsi ad un livello superiore perché decide di acquistare un computer, e prende il primo che trova, solo perché “costa poco” o “mi piace il colore”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Verso le otto di sera, d’estate un po’ più tardi,  tutto ciò scompare. L’ampio parcheggio all’ingresso si svuota, e all’interno, dopo il passaggio dell’impresa di pulizie, rimane solo il ronzio dei condizionatori che cercano di depurare l’aria stanca e viziata. E ci siamo solo io e un gatto, che abita nel cassone delle saracinesche. Una presenza enigmatica, quieta e signorile, ambasciatore del volto notturno di questo posto. Le dimensioni sembrano aumentare a dismisura, come l’eco dei passi, che si mischia ai piccoli suoni della notte. Un sottofondo  quasi sacrale. Notte dopo notte, ho iniziato a pensare che in qualche modo, questo ammasso di cose stipate abbia una sua anima, una sua essenza, una sua identità.&lt;br /&gt;E’come essere in un grande tempio. Al posto delle iscrizioni sacre, qui ci sono cartelli multicolori che diffondono il verbo delle offerte speciali. Al posto degli sguardi protettivi dei santi, i sorrisi cartonati di famiglie sorridenti promettono finanziamenti a tasso zero. Nelle teche, al posto di reliquie, ci sono file di cellulari.  Al posto dei confessionali, enormi armadi quattro stagioni con tanto di ante a specchio. Non ci sono crocefissi e non c’è l’altare – solo un’iconostasi di televisori al plasma. Di notte sono spenti. E’ bello accenderli tutti insieme, e lasciarsi ipnotizzare dall’enorme immagine composita, che di giorno, fra il frastuono, le luci e la gente, passa sempre inosservata, come gli affreschi durante le celebrazioni. Non c’è musica sacra – ma volendo, l’impianto audio diffonde un adeguato sottofondo – un mantra di musica commerciale che è facilmente reperibile nell’apposito reparto. I testi sacri si trovano in edizione economica vicino alle casse; dove si svolge una specie di offertorio, con la differenza che l’obolo è praticamente obbligatorio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque, è qui che il destino mi porta a spendere tante ore della mia esistenza. In una specie di chiesa. Mi piace frequentarla da solo, senza i pagani dell’arredamento, i farisei dell’informatica, i fedeli appena convertiti e il resto delle anime perse. Insomma, mi piace pensare di essere il guardiano del tempio di una religione apocrifa.&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 204, 153);"&gt;&lt;br /&gt;Fratelli, aprite i libretti dei canti su: New Order - True Faith&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-5080871138048305030?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/5080871138048305030/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=5080871138048305030' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5080871138048305030'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/5080871138048305030'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/06/il-guardiano-del-tempio_26.html' title='Il guardiano del tempio'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-8722628545355425528</id><published>2008-06-23T16:11:00.011+02:00</published><updated>2008-12-12T00:41:23.544+01:00</updated><title type='text'>Ipnopiastrelle</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/SF-xfks_wEI/AAAAAAAAABQ/ZumigvxTupU/s1600-h/piastrelle1.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://3.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/SF-xfks_wEI/AAAAAAAAABQ/ZumigvxTupU/s200/piastrelle1.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5215082049504788546" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/SF-xf5q79JI/AAAAAAAAABY/Ok_nrKurrOg/s1600-h/piastrelle2.jpg"&gt;&lt;img style="margin: 0px auto 10px; display: block; text-align: center; cursor: pointer;" src="http://4.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/SF-xf5q79JI/AAAAAAAAABY/Ok_nrKurrOg/s200/piastrelle2.jpg" alt="" id="BLOGGER_PHOTO_ID_5215082055133295762" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 102, 102);"&gt;Istruzioni per l'uso:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt;&lt;ol style="text-align: left;"&gt;&lt;li&gt;Fissare intensamente per almeno 1-2 minuti prima di coricarsi.&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Lasciare fermentare i pensieri nella mente durante il sonno.&lt;/li&gt;&lt;li&gt;Postare i risultati nell'albo dei commenti.&lt;/li&gt;&lt;/ol&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;div style="text-align: center;"&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-8722628545355425528?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/8722628545355425528/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=8722628545355425528' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8722628545355425528'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/8722628545355425528'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/06/ipnopiastrelle.html' title='Ipnopiastrelle'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/SF-xfks_wEI/AAAAAAAAABQ/ZumigvxTupU/s72-c/piastrelle1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-4823548416249185802</id><published>2008-06-18T20:28:00.005+02:00</published><updated>2009-05-30T17:08:55.301+02:00</updated><title type='text'>Inquinatori d'umore</title><content type='html'>Mi è capitato di incontrare persone che ho detestato fin dal primo istante. Mi è capitato di incontrare persone che per un motivo o per l’altro non sono riuscito a farmi andare giù. Mi è capitato di incontrare persone che malgrado tutto, ho dovuto sopportare. Ma non credo che ci sia mai stata nessuna persona in grado di inquinarmi l’umore peggio di quanto facesse Tommaso M.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più lo guardavo, più mi sembrava di vedere una versione di me stesso riarrangiata da un produttore marpione e ruffiano, anche se a livello fisico non c’era una straordinaria somiglianza – io sono alto e magro, lui era un pochino più basso e un po’ meno filiforme. Tutti e due avevamo i capelli lunghetti, solo che i miei erano dritti, lisci e piuttosto scuri, mentre i suoi chiari, un po’ mossi e disordinati. Io portavo la barba intera e molto corta, mentre lui si accontentava di un pizzetto che di tanto in tanto faceva sparire.&lt;br /&gt;Ma ciò che rendeva il paragone facile e ingombrante erano i troppi punti di contatto, quasi speculari, che ci accomunavano negli altri aspetti della vita: suonavamo tutti e due il basso in un gruppo, avevamo tutti e due una ragazza che si chiamava B., e studiavamo tutti e due lettere nella stessa università.&lt;br /&gt;A livello caratteriale, lui era sicuramente molto più estroverso e ridanciano, e la gente sembrava apprezzare molto di più la sua compagnia. Faticavo a comprenderne il perché, dato che non mi sembrava una persona dalla loquela così affascinante… non ricordo di avergli sentito mai pronunciare qualche frase particolarmente arguta, qualche perspicace intuizione, qualche considerazione efficace. Per lo più, si trattava di opinioni mediocri supportate da uno sguardo piuttosto spento e vacuo, che mi faceva spesso chiedere se fosse così di suo, o se fosse solo un po’ fumato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo conoscevo perché frequentavamo la stessa scuola di musica, e poi nella nostra zona, fra bassisti, era inevitabile conoscersi un po’ tutti, dato che non riempivamo, come numero, un elenco telefonico. Combinazione, lui faceva lezione l’ora prima di me, e col Prof. (un personaggio canuto e bizzarro, scongelato dalla quarta di copertina di un vinile prog rock anni ’70) era proprio pappa e ciccia. Due amiconi che se la ridevano a suon di  battute, risate, e pacche sulle spalle. Cambiare dalla sua lezione alla mia era come prendere un passaggio in taxi da una festa ambulante alla prima stazione di  una via crucis. Il gruppo di T. l’avevo sentito un’overdose di volte, e sebbene il loro genere non mi piacesse granché (un repertorio di cover che strizzava l’occhio alla musica indipendente, senza discostarsi troppo dal solito fritto misto) non si poteva certo dire che suonassero male.  T. era oggettivamente un buon manico; aveva senso del groove, e con il suo batterista si intendeva quasi alla perfezione... non era di certo il nuovo Pastorius, ma poteva ambire ad essere un discreto fenomeno del rock locale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine dei concerti, nei soliti giri di presentazione, al suo turno mi sembrava sempre di udire una quantità esagerata di applausi. Forse, si portava sempre appresso chili di amici che uscivano all’uopo dai tombini, da dietro le piante, da dentro i fusti della birra. Forse era una persona così simpatica e coinvolgente da ammaliare il pubblico con la sua sola presenza. Forse era un musicista così grandioso da entusiasmare il pubblico anche con un basso senza corde. O forse ero io, che non ci stavo capendo più un cazzo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fatto di non riuscire a giustificare tutta l’euforia che gli ruotava attorno aveva iniziato a mandarmi in bestia. Senza contare gli aspetti extramusicali della faccenda, altrettanto insopportabili. Mi capitava di chiacchierare con lui abbastanza spesso, anche se, come ho già detto, non mi faceva impazzire: forse lo facevo anche un po’ con spirito indagatore, sperando di capire cosa ci stesse dietro quella facciata. Da quanto captavo, mi sembrava uno di quelli che, in ogni situazione, riescono a vendersi talmente bene da far girare la vita a loro favore così, con souplesse. C’è  un esame all’università? Studiando né più né meno del necessario, trenta e lode. Ampli nuovo? Lui l’ha trovato 50 watt più potente e per giunta pagandolo meno, perché ha un amico che è lieto di venderglielo solo perché è lui. Ci suoni insieme da qualche parte, e chissà come, lui smonta sempre con una birra in mano, anche quando le consumazioni omaggio sono finite prima di fare i suoni. Se fossimo stati due confezioni del medesimo prodotto sullo stesso scaffale, lui si sarebbe venduto da solo, e alla metà del prezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Posso sinceramente dire di non essere mai stato un tipo invidioso. Almeno, non fino al punto di dovermi porre seriamente il problema. Ma nei suoi confronti c’era poco da fare: l’invidia cresceva veloce e rigogliosa come un’erbaccia spontanea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo proposito, non scorderò mai una sera d’estate. Eravamo alla solita festa rock locale, fatta di birra, zanzare e faretti sotto i platani. Quella volta, anziché suonare, facevo parte dello staff, e il caso volle che mentre lui era sul palco dietro al basso, io fossi in cucina davanti alle piastre. Mentre stavo sotto il tendone fra salamini e patatine, sentivo le note del suo gruppo provenire dal palco poco lontano, miscelarsi a urli, applausazzi e qualche odioso “Vai, Tommy!!!”, fastidioso come le zanzare che impestavano l’aria. Lui suonava e io sudavo, pregando un dio, un santo, o un’entità protettrice del rock studentesco di mandargli giù una  bella frattura del cono dell’ampli, o almeno di fargli arricciare in faccia una corda del basso. Ma mi sa che quella sera anche loro erano troppo presi a guardare sul palco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finito il concerto, la gente aveva ormai smesso di chiedere costine e affini. Spente le piastre, stavo ripulendo un po’. Scrostare i pezzettoni di grasso bruciato non era un bel lavoro ma almeno non dovevo sentire ancora suoni e gridolini vari. Aspettavo solo di concludere dignitosamente la serata, in attesa che B. mi facesse uno squillo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E chi vedo, sotto il palco? C’era lui, in dolce compagnia di chi aveva tutta l’aria di essere la “sua” B... una copia migliorata della mia: più treccine sexy, più sguardo malizioso (presente quelle ragazze furbette, con le quali creperesti dalla voglia di incrociare lo sguardo ma che puntualmente finiscono per andare da qualcun altro?)… insomma, basta. Non era un caso clinico di sindrome dell’erba del vicino – era la personificazione concreta di un’ossessione partorita dalla mia testa, e che ora, per giunta, mi camminava incontro col solito, stupido sguardo vacuo. Gli sorrisi, ma dietro la maschera, pensavo già a preparare la prevedibile, birrosa ordinazione; avrei trovato il modo di spillargli la stessa che i Ramones avevano offerto nel ’77 a Johnny Rotten in segno di stima… una lieve correzione, giusto per far sì che quell’ennesima consumazione gratuita fosse un po’ meno banale del solito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non confermo né smentisco di aver ceduto a quella deliziosa morbosità vendicativa: dico solo che mi sentivo come un portiere confuso e frastornato dopo aver appena incassato il gol del 2-0, magari in mischia, nel fango di una brutta giornata.... e non scherzo affatto, dicendo che per tutto il resto della sera, sotto sotto, meditai il ritiro a vita in uno sperduto convento alpino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 204, 153);"&gt;Lo chef consiglia: Ramones - Pinhead\Cretin Hop&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-4823548416249185802?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/4823548416249185802/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=4823548416249185802' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4823548416249185802'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/4823548416249185802'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/06/inquinatori-dumore_18.html' title='Inquinatori d&apos;umore'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1402926266120502433</id><published>2008-06-11T23:46:00.006+02:00</published><updated>2008-06-26T18:20:23.446+02:00</updated><title type='text'>Morire di noia</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Quel piovoso giovedì di novembre, l’ennesima sessione di laurea procedeva senza problemi, tra pubblico silenzioso, bassa tensione e qualche sbadiglio. Il candidato Pietro Maria Garavaglia, nobile esemplare scelto fra gli alunni della facoltà, stava concludendo con successo la sua dissertazione (un’analisi comparativa di alcuni aspetti minori della dicotomia morale nell’uomo giudeo-cristiano), sotto gli occhi compiaciuti dei cattedratici e del pubblico presente.&lt;/p&gt;      &lt;p class="MsoNormal"&gt;Poi, improvvisamente, la professoressa Tonini esplose.&lt;o:p&gt; &lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ci furono un paio di secondi di sbigottito silenzio. Giusto il tempo di constatare che gli schizzi di sangue avevano quasi raggiunto il soffitto, e macchiato molte camicie dei presenti. Il magro e occhialuto Garavaglia fissava incredulo il pezzettino di carne rossa filettato di bianco che era atterrato esattamente a pagina 257, fra un “qui” e un “potrebbe”.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Mozzini, che le sedeva di fianco, si alzò dal suo scranno e si girò lentamente verso il pubblico, completamente inondato di sangue e carne. Con flemma e compostezza, tentò di ripulirsi il gilè dai rizomi rossastri, e fece per aggiustare il papillon. Poi, con estrema calma, si tolse gli occhiali, ripiegò le stanghette, e li posò sul tavolo.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Fu solo a questo punto che l'urlo della Rossetti squarciò il silenzio. Scattò il pandemonio: la ventina di uditori presenti ribaltò letteralmente le sedie lanciandosi, quasi in contemporanea, sul maniglione antipanico della porta d’uscita. Della decina di professori, alcuni fissavano il posto vuoto, dove fino a pochi secondi prima si potevano vedere, oltre alla professoressa, il maglione bianco, la giacca beige, la collana, e tanti altri piccoli dettagli. Adesso c’erano solo brandelli di stoffa inzuppati di rosso. Spezialetti, il presidente della commissione, reprimendo i conati di vomito, si gettò sul cellulare alla ricerca di aiuto, tentando freneticamente di comporre un numero, senza riuscirci. La Belardinelli, giovane docente di comparatistica, si limitò a sbiancare e cadere all’indietro. Venne sorretta dall’aitante collega Bernardi, che aveva&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;la faccia tutta puntinata di schizzi rossi, come se avesse contratto una perfida malattia esantematica.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Garavaglia, dal canto suo, continuava a stare in mezzo all’aula con occhi sbarrati e tesi in mano, mentre, inebetito dalla confusione, si guardava a destra e a sinistra alzando un dito, quasi volesse chiedere la parola per continuare la discussione.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ma facciamo un passo indietro. &lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Una manciata di minuti prima, la professoressa Tonini giaceva immobile nella scomoda sedia dell’aula magna, come le era già capitato tante, troppe volte nel corso della sua carriera accademica. E quel giorno, purtroppo, il suo laureando era stato ficcato proprio in fondo alla lista: le sarebbe ancora toccato aspettare un paio d’ore prima di poterlo ascoltare. Per di più la sua tesi era orribile, un riassunto raffazzonato e mal digerito di svariati articoli di linguistica generale, rilegato in una disgustosa (e un po’ viscida) finta pelle gialla.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;“Non avevo visto una tesi così brutta e male scritta dal 1976”, aveva commentato Mozzini, sfogliandola in una pausa fra un candidato e l’altro.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Quindi, tutto il pomeriggio si sarebbe tradotto in un lungo, tedioso, noiosissimo countdown, verso un finale squallido e prevedibile.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;E quando sarebbe giunta l’ora di andare a casa, fuori non ci sarebbe stato più nessuno. Avrebbe salutato (un cenno, una stretta di mano, poche chiacchiere) i colleghi e attraversato, da sola, i lunghi corridori poco illuminati dai vecchi tubi a fluorescenza sporchi, per uscire nelle strade quasi deserte, e andare verso la metropolitana. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Tuttavia, mancavano ancora molte ore al fischio finale, e Garavaglia parlava, parlava e parlava. La Di Marzio, relatrice di quella specie di capolavoretto, si premurava di sottolineare “l’importanza, la preparazione e la qualità del lavoro svolto dal candidato”, che si era presentato tutto impettito, con parentado al completo e tesi rilegata in preziosissima seta blu.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Non era neanche possibile immaginare un confronto estetico con quel.... coso di similpelle gialla che le giaceva lì davanti sul tavolo.&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Per una laurea triennale, quello spreco di parole e tessuto si stava protraendo oltre qualsiasi cosa potesse raccomandare il buon senso; ma come giustamente pensava, quale voce in capitolo poteva avere al riguardo? L’unica cosa da fare era stare seduta lì ad ascoltare, e fingere di provare interesse. &lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Complice il pasto non proprio leggero consumato alla mensa dell’ateneo, la Mozzini iniziò a manifestare i classici sintomi di sonnolenza post-prandiale. La cosa era particolarmente sgradevole, dato che non poteva chiudere gli occhi (che figura avrebbe fatto?), né assentarsi per un caffè, non poteva fare niente di niente. Doveva solo contenersi in quella scomoda postura, mentre sentiva un’ondata di serotonina impregnarle le sinapsi insieme ad una lieve, penosa sensazione di disagio e tensione. Quasi l’avrebbe incenerito con gli occhi, quel dannato principino degli studenti, lui e il suo pomposo e dotto incartamento, affinché se ne stesse zitto, e portasse un po’ di ristoro alle sue cellule cerebrali.&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Avrebbe voluto gridare, gettare tesi e tesine per terra, rovesciare il tavolo, e mandare a quel paese tutti quanti, per quella inutile, totale inutile perdita di tempo che le stava rovinando la giornata. E quanti altri Garavaglia ci sarebbero stati in futuro ad inquinarle la vita, a farle guardare in continuazione la lancetta dei secondi circumnavigare il quadrante dell’orologio, ad annullare ore ed ore di tempo che nessuno le avrebbe mai restituito? L’imminente travaso di bile aveva raggiunto e superato quello di serotonina… finché ci fu un punto nel quale il troppo stroppiò. Non si poteva andare oltre. Un modo per uscire da quell’impasse una volta per tutte forse c’era… quello di esplodere. Sì, altro che gesto di protesta! Una bella, clamorosa esplosione, con tanto di schizzi di sangue e pezzi di carne sparsi in giro per la stanza.&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Quale poteva essere la ricetta per ottenere tutto ciò? Forse bisognava solo concentrarsi, o aspettare che la noia agisse così, per conto proprio? La professoressa cercò di miscelare le due cose, facendo appello a tutte le frustrazioni accumulate in venti anni di insegnamento, ai cinque anni di supplizio in un insignificante liceo di provincia, insegnando italiano a gente che non aveva voglia di ascoltare, alle ore liquefattesi sulle sedie di evanescenti raduni professionali, meeting e riunioni di categoria popolati da gente squallida. Una volta caricati gli accumulatori, cercò di proiettare tutta la noia estrapolabile su ogni parola proferita dal Garavaglia, in modo da far cozzare qualcosa all’interno del suo sistema nervoso, e causare un clamoroso corto circuito. Del resto, se in un vero circuito elettrico bastava un filo fuori posto per far danno, cos’avrebbe potuto causare la macroscopica energia potenziale racchiusa in quel concentrato di tedio?&lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;Iniziò quindi a concentrarsi, lasciandosi cullare dalle stridule onde sonore e dal fastidioso slittio delle erre mosce emesse dall’apparato fonatorio del Garavaglia, mentre i suoi occhi cercavano di shakerare quel deflagrante cocktail di emozioni assorbendo il su e giù dei ripetuti assensi della Di Marzio. A breve ogni rumore, compreso il leggero, impercettibile sibilo che proveniva dal calorifero poco lontano, e lo scricchiolio sul pavimento delle scarpe nuove di Bernardi, avrebbe fatto il suo corso.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Nessuno poteva rendersi conto che ogni piccola vibrazione stava attivando, dietro quel volto dallo sguardo compassato, un potenziale energetico degno di una centrale atomica.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Ormai era quasi tutto pronto, e&lt;span style=""&gt;  &lt;/span&gt;l’unica cosa che occorreva era un innesco che facesse partire il tutto.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Bastò un provvidenziale, inatteso colpo di tosse, che arrivò quasi sottovoce.&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;E poi, boom.&lt;/p&gt;&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 204, 153);"&gt;Da condire con: Marilyn Manson - The Beautiful People&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1402926266120502433?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1402926266120502433/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1402926266120502433' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1402926266120502433'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1402926266120502433'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/06/morire-di-noia.html' title='Morire di noia'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-3465798632213958923</id><published>2008-06-11T23:22:00.003+02:00</published><updated>2008-06-11T23:58:44.888+02:00</updated><title type='text'>Disclaimer</title><content type='html'>ULTIM'ORA:&lt;br /&gt;Manca pochissimo alla conclusione del primo sondaggio...&lt;br /&gt;i risultati sembrano indicare un plebiscito a favore del SI.&lt;br /&gt;Laconico commento da parte del presidento comitato promotore:&lt;br /&gt;"E' sempre un piacere osservare la gente esprimersi in modo positivo!"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma bando alle ciance:&lt;br /&gt;questo post si chiama "Disclaimer" perchè è giunto il momento di puntualizzare qualche cosa prima di continuare. Nello specifico:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Questo post sarà seguito da un altro post.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) E quello dopo, da un altro ancora. Ma non subito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) Nel post successivo a questo post, prima del post che seguirà il post che non verrà pubblicato subito, troverete il primo dei racconti che ho selezionato, dopo un'attento esame del contenuto delle botti ove fermentano i frutti degli ubertosi campi della mia mente. Assaggiate pure. Se accusate conati di disgusto, fatelo nell'apposito spazio commenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4) Per la delusone di dietrologi, cospiratori, tendenziosi, malelingue, consiglieri fraudolenti e soprattutto rosiconi, si informa che i personaggi di tutti questi racconti sono solo prodotti di fantasia. Ogni riferimento a fatti, persone, e cose realmente esistenti è puramente casuale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5) Allo scopo di irritare oltremodo il lettore, il tutto sarà scritto da sinistra verso destra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6) Pirt led otser li ivetedog! Ovazrehcs!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-3465798632213958923?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/3465798632213958923/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=3465798632213958923' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3465798632213958923'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/3465798632213958923'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/06/disclaimer.html' title='Disclaimer'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-1178902947468539310</id><published>2008-06-06T21:47:00.006+02:00</published><updated>2008-06-06T22:00:33.355+02:00</updated><title type='text'>How to be saved</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;Aprire un blog di notte, quasi per scherzo, e curiosarlo il giorno dopo è come fissare la schermata del DOS con sguardo vacuo e filo di bavetta all’angolo della bocca. Vale a dire trovarsi davanti a una cosa che potenzialmente può fare sfracelli, ma finché resta così, è di scarsissimo utilizzo pratico.&lt;/p&gt;      &lt;p class="MsoNormal"&gt;In attesa che la mia mente fermenti qualcosa di adeguato, rifletto sul breve itinerario che mi ha condotto qui, condito da un banale refuso nella prestidigitazione dell’indirizzo, visto che mi ha deviato verso un “easy to understand, user-friendly, non-profit site” nella quale uno sconosciuto promette di rivelare “THE SOON COMING CLIMAX – PROOF THAT THE BIBLE IS TRUE AND WE ARE NOW IN THE LATTER DAYS”, senza mancare di spiegare “HOW TO BE SAVED”. &lt;!--[endif]--&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p class="MsoNormal"&gt;Apro un blog e trovo una ricetta per la salvezza pronta all’uso. Sembra che basti scongelare al microonde e passare in padella, sotto c’è pure la ricetta. Ma è fantastico. Che cosa posso volere di più? &lt;/p&gt;    &lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span style="" lang="EN-GB"&gt;&lt;span style="font-weight: bold; color: rgb(255, 204, 153);"&gt;Song of the day: Blind Guardian – Banish From Sanctuary&lt;/span&gt;&lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-1178902947468539310?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/1178902947468539310/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=1178902947468539310' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1178902947468539310'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/1178902947468539310'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/06/how-to-be-saved.html' title='How to be saved'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7590820636447468211.post-6185206186051335729</id><published>2008-06-05T01:25:00.010+02:00</published><updated>2008-06-05T12:38:36.117+02:00</updated><title type='text'>Der Anfang</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Perché la Spirale Viola?&lt;br /&gt;Beh, dovreste chiederlo al mio cervello. E' lui che ci ha pensato. Io mi sono limitato  prima a ottenebrarlo con una massiccia dose di pane e nutella, e poi a pizzicarlo con la domanda "ok, troviamo un nome per questa cosa". E il primo responso, dopo cinque minuti di totale vuoto gastrocerebrale,  sono state le parole "spirale viola". Non male, a pensarci bene. Avrebbero potuto benissimo uscire&lt;br /&gt;"bambagia urticante" o "caleidoscopio liquido". A Elio e le Storie Tese erano capitati "abate" e "cruento". A ciascuno il suo marchio di qualità.&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il vero significato di questo bicordo di vocaboli, c'è la risposta del cuoco delle Sturmtruppen, quando gli chiedono cosa c'è nel rancio: "Francamente, sono impaziente di scoprirlo anch'io!"&lt;br /&gt;Non so dove condurrà questa spirale: forse fra due giorni, mi starò già annoiando terribilmente; oppure, mi sarò già bruciato questo nuovo giocattolino, avendo postato 5678 volte nel giro di  24 ore. Chi lo sa? Del resto,  è impossibile far commenti sulla strada senza essere nemmeno partiti.&lt;br /&gt;Chiunque volesse armarsi di coraggio e seguire la spirale, beh, è il benvenuto: si sintonizzi su questa frequenza dove, quando e come preferisce. Altrimenti, che passi pure al prossimo blog. Però, almeno, dia un'occhiata in alto a destra, e lo dica, una buona volta!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ovviamente, se avete commenti, traduzioni, parafrasi, esplicazioni, sberleffi, acute osservazioni, taglienti commenti personali, e indirizzi di bravi terapeuti da suggerire, c'è un'apposita sezione qua sotto. Fatene buon uso!&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7590820636447468211-6185206186051335729?l=spiraleviola.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://spiraleviola.blogspot.com/feeds/6185206186051335729/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7590820636447468211&amp;postID=6185206186051335729' title='4 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6185206186051335729'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7590820636447468211/posts/default/6185206186051335729'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://spiraleviola.blogspot.com/2008/06/prova.html' title='Der Anfang'/><author><name>Reverend Emi</name><uri>http://www.blogger.com/profile/00643282957237231450</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://1.bp.blogspot.com/_ZLkKuZx63DI/TKxDxd2F5II/AAAAAAAAAEA/RUVl2pRM63U/S220/emi14.jpg'/></author><thr:total>4</thr:total></entry></feed>
