Ho preso un regalino per il mio cuginetto che nascerà fra poco. È un coniglietto di peluche, molto carino, ma non sono soddisfatto al 100%, mi sembra che manchi qualcosa. Sarà che sono un po' a corto di idee, colpa anche dell'ora tarda e di questa bigissima zona industriale, che lascia molto poco spazio all'immaginazione. La macchina l'ho messa di fianco a un bar per camionisti, vicino a un distributore automatico di DVD porno, questo capannone\negozio ha un'aria fin troppo lugubre per essere una rivendita di giochi, e alla cassa c'è una signora che evidentemente pretende di pagare con un bancomat uzbeko scaduto nel '96, visto il tempo da cui sono in coda. Nel frattempo, mi cade l'occhio sull'area bimbi oltre la cassa (quasi un paradosso, vista la foresta di giochi alle mie spalle). Sul piccolo scivolo di plastica c'è un cartello: "Attenzione! Potresti farti male, questo gioco non è ancorato!" A parte chiedermi cos'avrei pensato io a tre-quattro anni, leggendo la parola "ancorato", mi vien quasi da ridere, soprattutto se ripenso allo scivolo dell'oratorio.
Lo scivolo dell'oratorio era una vera e propria bestia, l'Everest degli scivoli in confronto a questo affarino plasticoso. Era alto più di due metri e aveva spigoli vivi in ferro - roba che a metterla in un parco giochi, oggi, minimo minimo ci si becca una denuncia. La superficie di scivolamento era un'autostrada di metallo lucidissimo, grazie alla continua levigatura operata dalle nostre chiappe. D'inverno era fredda come il ghiaccio e d'estate rovente come una bistecchiera. Per l'età che avevo, andarci era un'impresa non da poco. Bisognava scalare una quindicina di ripidissimi pioli, prima gialli e poi rossi, salire in piedi sulla piattaforma per poi sedersi e lasciarsi andare. La discesa non era rettilinea, aveva una forma a "S" stilizzata, con un brusco scartamento a sinistra. Mai visto nessuno volare fuori, ma era impossibile non farci almeno un pensierino. All'arrivo, poi bisognava fare attenzione: con la pioggia, il terriccio lasciava spazio a un'enorme pozza che garantiva quasi sempre un pediluvio completo.
A cinque-sei anni quell'affare mi suscitava un certo timore, e ammiravo il coraggio dei bambini più grandi che sembravano divertirsi molto. C'era sempre coda, e una volta iniziata la salita, non era più possibile ripensarci e scendere senza incasinare tutta la fila dietro. Perciò, non osavo tentare l'impresa. Però, prima o poi, ce l'avrei fatta.
Lasciato passare un po' di tempo e guadagnato qualche centimetro in altezza, un giovedì pomeriggio di primavera, prima del catechismo, mi decido. Manca ancora una decina di minuti e gli altri hanno trovato un pallone, perciò lo scivolo è completamente libero. Per un attimo, vorrei quasi avere qualcuno lì vicino, giusto per tirare su i miei resti in caso di sfracellamento su\giù\fuori, ma che diamine: tutti ce la fanno da soli, devo riuscirci anch'io.
Quindi, vado lì e, con un certo timore reverenziale, inizio a salire piolo per piolo. Giallo, giallo, giallo, giallo (ok), giallo, giallo, rosso (il cuore inizia a battere), rosso, rosso (non guardare giù, anzi magari guardo, OMMAMMAMIA magari scendo, anzi no!) rosso (mani sudate), rosso, rosso, grigio (la cima! Ma non è ancora finita, devo salirci, sulla cima!), rosso, rosso, su, su.
Finalmente, mi alzo in piedi sulla piattaforma di lancio, stringo il parapetto con le mani sudatissime e mi viene un brividino quando sento la struttura ondeggiare impercettibilmente. Ma prima ancora di considerare la discesa, mi autosorprendo guardando al di là del muro di cinta (imponente, spesso, con dei murales moraleggianti scrostati) che fiancheggia lo scivolo: effettivamente, non avevo mai pensato che dalla cima si potesse guardare oltre. Dall'altro lato del muro ci sono...altri bambini, che giocano in un giardino molto carino, con tante cose, un trenino di tubi di cemento e degli scivolini molto, molto più piccoli di quello su cui mi trovo. Che fosse una scuola privata che faceva orari diversi e blablabla l'ho saputo solo dopo, ma non mi importava.
Dopo un po' che sono lì a guardare un bambino con la felpa rossa mi saluta, io ricambio, arrivano lì altri e iniziamo a dirci ciao, come ti chiami, quanti anni hai, che squadra tieni. Poi mi chiamano perché è ora di andare al catechismo e allora scendo (veloce! liscio! la curva a sinistraaaa! menomale che non c'è la pozza!).
Dopo essermi battezzato così, salita e discesa non erano più una preoccupazione. Fatta un po' di pratica, andavo su senza problemi, mi appollaiavo sulla piattaforma, salutavo, parlavo un po' con loro, poi scendevo giù e via. Cinque minuti dopo, facevo un altro giro, e se erano lì ancora, un'altra chiacchieratina.
Chissà perché, tutto ciò non andava molto a genio a don Enzo e alle catechiste: quando mi vedevano parlare oltre il muro, dicevano: "Cosa fai, con chi parli? Scendi!" oppure, "Non disturbare, vieni giù!" Io gliel'avevo spiegato che non facevo niente, che c'erano altri bambini e ci si diceva ciao, come ti chiami, per che squadra tieni, insomma le cose che ci si dice fra bambini, e che sembravano contenti di parlare con me. Il don e le catechiste mi ripetevano che non dovevo disturbare e lasciarli stare, e non davano l'aria di capire molto che per me era importante e mi faceva piacere.
Per i miei nuovi amici, anche se sapevano come mi chiamavo, ero diventato il "bambino del muro", una denominazione che quasi mi faceva onore, dato che vedevano sempre gli altri passare dallo scivolo senza mai dire o fare nulla se non lanciare qualche occhiatina fugace. Io quasi trovavo più divertente stare in cima alla piattaforma, salutare e vedere altre facce che fare infiniti giri e rigiri di salita-e-discesa. Un giorno gli avevo persino lanciato un aereo di carta, salvo poi essermi beccato una gragnuola di reprimende, come se avessi fatto chissà cosa: "non si butta la roba nei giardini degli altri!" "...e se finisce in un occhio a qualcuno?" (no comment).
Passato qualche mese, l'oratorio feriale, le vacanze, un giorno arrivo e vedo che lo scivolo non c'è più. Al suo posto, niente. Ci rimango malissimo e chiedo a Giuseppina, la nostra catechista: e lo scivolo?
"Eh, era troppo pericoloso", fa lei. Ci ho ripensato un sacco di volte, e da adulto posso anche sforzarmi di comprendere, ma non voglio crederci del tutto: per quanto mi riguarda, sarò sempre convinto che l'abbiano tolto anche perché quanto facevo non gli andava bene.
Torno alla realtà e vedo che la signora della cassa è ancora in piena sindrome da bancomat. Poco male: almeno ho tutto il tempo di andare a prendere un'altra cosina. Scelgo un aeroplanino, un bel modellino che assomiglia a un P-51 Mustang, argento scintillante come la discesa dello scivolo che non c'è più. Lo apprezzerà fra qualche anno: spero che gli serva per ricordarsi che ogni tanto fa bene volare un po' sopra chi dice sempre di stare al proprio posto.
Climbin' up the ladder with: Silver Convention - Fly Robin Fly
3 controlli qualità:
Scompiscioso il bancomat uzbeko, e bella e struggente la storia del "bambino del muro" (con tanto di immancabile idiozia adultoide...)
Ho ricordi di scivoli altissimi e arrugginiti, a Laveno dove sono cresciuto. Mi stupisco di non essermici mai fatto male, e ancor oggi mi chiedo come facessimo noi bambini a considerare "divertente" una cosa solo perché i grandi, per qualche misterioso motivo, avevano deciso che lo fosse! Ma in fondo è così anche oggi, se non peggio: come fanno a trovare divertenti certi videogiochini di merda imposti loro dal furbo marketing mafioso?!
Però di' la verità: il modellino d'aereo l'hai comprato per te... :D
p.s.
perdonami se insisto con l'anti-captcha (verifica parole): ma da quando in un dibattito una ragazza cieca ha detto quale odioso ostacolo rappresenti per lei, credo che toglierlo non sia più cosa opinabile. Ma ovviamente non voglio imporre nulla, e non mi negherò il piacere di leggerti comunque...
Un abbraccio!!
La Sindrome del bancomat uzbeko è una delle chicche che ho in mente da anni (quasi mi dispiace di averla "bruciata" così :D). Non ci ho ancora fermentato abbastanza su per farci un racconto dedicato tipo legge di Murphy, ma arriverà, prima o poi (non so te, ma a me capita SEMPRE: come la vecchietta che hai davanti alla biglietteria automatica della stazione, quando mancano cinquantacinque secondi all'arrivo del treno e lei è li indecisa se selezionare "lingua cinese" o "lingua ucraina"....)
Sulla demenza adultoide, fra tutti quelli che ho elencato, il ricordo più vivo è quello dell'aereo di carta: ho sempre pensato che chi mi aveva fatto quell'osservazione evidentemente doveva aver avuto qualche strano incidente da piccolo al riguardo :D
Ti posso garantire che questo modellino è per lui. Io ne ho già abbastanza :D
Sulla qualità dei giochi che va progressivamente calando, con me sfondi una porta aperta, anche a costo di fare un discorso del tipo "si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio"! Però, la colpa è tutta degli adulti che i giochi li inventano e li propongono... da bambini (per fortuna) si gioca senza pensarci su troppo!
Per l'anti-captcha, non mi ero mai reso conto che potesse essere un problema, o una cosa che scoraggia la gente a postare commenti. Adesso come adesso non ho voglia di smanettare nelle impostazioni, appena ci vado, se si può, lo tolgo subito. (Per quanto riguarda i ciechi, so che esistono anche dei captcha in formato audio: perché mi viene in mente Homer Simpson che fa: D'OH???? :D)
Posta un commento