Helsinki, 6 agosto 2005
Le qualificazioni del salto in alto femminile stavano ormai per terminare. Sul cemento delle tribune iniziavano a vedersi le prime macchie di pioggia, man mano che il giorno scivolava via nel cielo grigio di Helsinki. Irina era ancora là, sulle panchine non lontano dai ritti del salto in alto. Aveva rannicchiato la testa fra le ginocchia, per isolarsi da tutto e da tutti. Doveva assolutamente trovare la concentrazione giusta per quell’ultimo tentativo a 1.91 che, se fosse andato bene, le avrebbe spalancato le porte della finale.
Io ero dietro il bordo della tribuna, ricoperto da un drappo di cellophane azzurro, mentre cercavo di regolare al meglio la mia Nikon (1/1000s - f/4 - ISO 400) per immortalare il momento preciso nel quale avrebbe spiccato il volo verso chissà, una possibile medaglia. Nonostante la gigantesca patacca di accredito dicesse l'esatto contrario, mai stato un fotografo professionista, a differenza dei “colleghi” che avevo vicino. Ufficialmente, ero lì in veste di fotoreporter freelance per un sito web di atletica. In realtà si trattava di un espediente al quale ero ricorso per stare il più possibile vicino a lei, senza interferire in quello che facesse. Volevo essere una presenza significativa ma discreta.
Dire che la nostra fosse una vera e propria storia sarebbe stato eccessivo. Forse lo era, forse non lo era ancora diventata, insomma nessuno di noi due lo aveva capito ancora bene. Irina l’avevo conosciuta un paio di anni prima a San Pietroburgo, quando ero là come studente. Lei era una brava studentessa di economia con l’hobby dell’atletica. Almeno, questo era quanto avevo capito all’inizio. Ci rimasi abbastanza di sasso, quando dopo un po’ venni a sapere che faceva parte addirittura della nazionale. Anche dopo il mio rientro in Italia, continuai a sentirla spessissimo. Ricevevo con regolarità le sue mail dove mi parlava degli allenamenti, delle difficoltà con l’allenatore, dei piccoli infortuni… e mi chiedeva sempre quando sarei tornato da lei. E lo feci, un po’ di volte.
Adesso mancavano solo due atlete, una svedese alta e filiforme ed una brunetta svizzera, anche loro al momento decisivo. O saltavano, o erano fuori. La svedese cozzò malamente contro l’asticella, mentre la svizzera passò senza problemi. Ora toccava ad Irina.
Era già pronta in mezzo alla pista. Aveva raccolto i capelli biondi e lunghetti in una fluente coda di cavallo, il blu elettrico delle scarpette scintillava sotto i riflettori, mentre le splendide gambe - lunghe, toniche, affusolate - non vedevano l’ora di andarsi a prendere quella finale. Sapevo benissimo quanto l'aveva sognata, l'impegno e la passione che c'erano dietro.
Era bella come una dea. Ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. Il mio dito era pronto sul pulsante per immortalare il tutto. Lei prese la rincorsa e partì. Io scattai, scattai, e scattai ancora.
Non andò. L’asticella cadde, e lei rimase per un attimo sdraiata sul materasso, immobile. Poi si alzò, e nonostante l’applauso di incoraggiamento del pubblico, la comparsa della terza, fatale X sul tabellone luminoso accanto al suo nome sancì l'eliminazione. Potevo percepire benissimo, anche da tanti metri di distanza, tutta l'intensità della smorfia di delusione sul suo volto. Continuai a scattare ancora per un po', come per inerzia, poi mi fermai. Irina si diresse verso la panchina; si sedette un attimo per terra, a fissare il suolo. Dopo qualche istante tornò in piedi, e iniziò a mettere via. L’allenatore le fece un cenno come per dire “non ti preoccupare, sei stata brava lo stesso”, ma si vedeva che ora era più concentrato sulla gara della sua compagna di squadra, lei sì che poteva davvero ambire ad una medaglia. Tutto quello che mi rimaneva era una sequenza di scatti che, per quanto intensa, non so se nessuno di noi due sarebbe più andato a riguardare.
Poi – non me l’aspettavo – corse da me. Mi abbracciò forte. Aveva gli occhi rossi, e disse solo:
“Andiamo…via, per favore.”
Smontai tutto in quattro e quattr’otto, e nel giro di pochi minuti eravamo in giro per le vie di Helsinki come una coppia qualunque, sotto la pioggia leggera del crepuscolo finnico.
Soundtrack: Portishead - Glory Box
2 controlli qualità:
Bello, e carico di onesta tensione. Bravo Emi. :D
Grazie Nick!!! :)
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