giovedì 18 novembre 2010

Pullman, cicca e C-90


Giugno 1996, terza media. Quell'anno si era ripetuto il solito copione: con la scusa che eravamo troppo "polemici e indisciplinati", nessuno aveva osato assumersi la responsabilità di portarci in gita per uno o più giorni. Perciò, avevamo dovuto accontentarci della proposta della prof di scienze - una giornata formato Regional Geographic negli acquitrini della bassa lodigiana, alla ricerca di gamberi di fiume e notevoli dissesti idrogeologici. Certamente non un gran che, ma sempre meglio di niente.

Per cui, quel tre di giugno lo passammo effettivamente fra boschi e boschetti, campi e paludi alla ricerca dei "piccoli misteri selvatici del territorio". Ovviamente quasi nessuno vi prestava attenzione: molti trovavano più interessante far battutacce e arrostire insetti molesti a colpi di accendino e repellente. La giornata si concluse con una lunga scarpinata tardopomeridiana attraverso i campi biscottati dal sole per raggiungere il pullman che ci attendeva al piazzale, insieme alla collezione di pomfi e incrostazioni di fango che avevamo ricevuto come souvenir.

Appena partiti, fu come cambiare canale da NatùrChannel +1 a TabbozTV, dato che un paio di truzzi avevano consegnato all'autista una C-90 farcita delle peggiori hit del momento, con preghiera di affidare tutto all'auto-reverse.

Io dov'ero? In penultima fila, a leggere un lieto fumetto di Diabolik che mi ero portato dietro, dal garbato titolo "Violenza Carnale". Di fianco a me c'era D., carissimo amico dell'epoca, che prima di salire aveva fatto un pit-stop al baretto del piazzale. Aveva preso un'enorme cisterna portatile di Cokakòla, da almeno un litro, o forse anche più. Lo guardai perplesso, e gli chiesi quanto avesse pagato quel coso. Non mi disse il prezzo esatto, ma assicurò che era stato un vero affare, visto che gliel'avevano riempito fino all'orlo. "Sì, per quelli della Cokakòla!" risposi, e tornai a leggere.

Era già una storia scritta che il retro del pullman si dovesse trasformare in un baccanale da frat movie di serie B. La prof si era sistemata in prima fila con un paio di occhiali scuri, vigilando (più o meno) a debita distanza senza volersi immischiare.
Il centro nevralgico del ludibrio erano i sedili in fondo; con l'atmosfera galvanizzata dalle magiche note di Ambra e Alexia e l'ausilio di due mazzi di carte s'era escogitata una specie di variante del gioco della bottiglia (la versione classica era ormai preistoria della preistoria). Funzionava così: tutti noi maschi pescavamo una carta dal primo mazzo, mentre una ragazza ne pescava una dal secondo. Poi, via al confronto. Se la carta da lei pescata non combaciava con nessuna delle nostre, passava il secondo mazzo a un'altra tipa, e si ripeteva tutto. Quando uscivano due carte uguali, la coppia formata aveva il diritto\dovere di due minuti di effusioni sul sedile più laterale dell'ultima fila. Il tutto senza alcuna privacy, sotto gli occhi degli altri, che potevano liberamente commentare come in una radiocronaca di tutto il calcio.

Per quanto l'idea fosse un pozzo nero di stupidità, fui praticamente obbligato a partecipare, pena l'ostracismo a tempo indeterminato. Ricevetti la mia carta, la donna di picche. Avrei preferito il due, che secondo le regole fatte al momento, eliminava automaticamente dal gioco con bonus di insulti, un inconveniente tutto sommato tollerabile.
La cosa era si rivelò subito abbastanza trash, dato che la totale casualità delle combinazioni non dava garanzie sull'identità, e soprattutto, sull'aspetto fisico dell'improvvisato partner. Iniziai a calcolare mentalmente quante fossero le possibilità di arrivare indenne al termine del gioco (praticamente nulle), ma venni interrotto quasi subito dal grido "donna di picche!" Oh, cazzo.

La sorte mi attribuì V., che in fondo non era neanche così malvagia: peccato per qualche brufolo di troppo e l'orribile apparecchio ortodontico dalle vistose legature blu, che c'entrava con l'insieme della faccia come una quercia in un campo di fragole.

Non era la primissima volta che baciavo una, ma non potevo certo definirmi un esperto, vista l'approssimazione della mia tecnica di base. Bel problema, dato che di sentimento ce n'era ben poco, in quel concorso di ginnastica orale, e qualsiasi piacere sarei riuscito a trarne dipendeva esclusivamente da quanta perizia avessi profuso.

A ripensarci, V. aveva un odore che forse a risentirlo adesso, con un filtro di nostalgia, troverei in qualche modo sensuale, ma che all'epoca non mi piaceva per niente - un dozzinale misto di shampoo dolciastro e cicca masticata. Anche il sapore delle sue labbra non era molto diverso, e appena entrarono in contatto notai con ribrezzo che non si era nemmeno premurata di sputarla, la cicca. In quell'imprecisato lasso di tempo (venti secondi? un minuto? due?) di incollamento facciale quel pezzo di gomma passò avanti e indietro un numero esagerato di volte. Era abbastanza disgustoso, ma cercai di non pensarci troppo - in fin dei conti era come essere in un videogame, dovevo stare in partita fino al game over. Il suo apparecchio mi sembrava enorme, tanto che a un certo punto credetti di stare baciando gli ingranaggi interni della cugina di Mazinga. Ad ogni modo, cercai di copiare un po' quello che faceva, credendo fosse sufficiente, ma lei andò oltre. Mi si schiacciò addosso, facendomi sbattere la nuca sul duro stipite fra il finestrino e il rivestimento interno. La botta fu un po' dolorosa, ma il mio "mmmf", cioè un "ahio" otturato, non fu sufficiente a farle mollare la presa. La cosa stava andando un po' oltre il buon senso (sempre che ce ne fosse) e il pubblico sullo sfondo continuava a produrre qualificati giudizi a base di risatine e commenti idioti. Mi sentivo quasi soffocare, con quella specie di polipo incollato al viso. Il centro di controllo cerebrale mi illuminava il campo visivo con lampeggianti rossi e cubitali scritte di allarme, così mi liberai con un colpo di genio - morsicandole leggermente la lingua. Fu un sollievo incredibile sentirla staccarsi, con uno schiocco che probabilmente fu piccolissimo ma mi sembrò deciso come quello di uno sturalavandini.
Concluso il tutto, V. mi guardò con un sorriso a 72 denti che metteva in bella mostra tutto l'apparato ortodontico. Quando pensai che pochi secondi prima ce l'avevo praticamente in bocca, ripensai anche a Mazinga ed ebbi un accesso di nausea.

Dato il mio contributo al sollazzo collettivo, me ne andai senza che nessuno ebbe (quasi) nulla da ridire. Sentivo la necessità di bere qualcosa per ripulirmi la bocca dal disgustoso sapore dolciastro della cicca, e chiesi a D. un sorso dalla sua borraccia. Rispose scuotendo il capo, senza nemmeno staccare le labbra dalla cannuccia. Che fosse una forma di autoisolamento per non essere coinvolto nel gioco, o un modo per evitare di parlare con chiunque, non importava: continuava a idrovorare Cocacòla senza prendere mai fiato. Andava avanti, avanti e avanti come se la scorta di bevanda non finisse mai.

Sondaggiai il pullman fila per fila senza risultato, finché non giunsi al cospetto della prof., composta, muta e impassibile, con lo sguardo schermato dagli occhiali scuri. La squadrai da vicino ma non fece un baffo. Sembrava morta, o forse stava solo facendo un pisolino, ma chi poteva dirlo? Non avevo né il coraggio di sfiorarla né di spostare gli occhiali e tantomeno di interpellarla; ad ogni modo, non avrebbe certo estinto la mia sete.

L'autista, anch'esso con gli occhiali scuri d'ordinanza, continuava a guidare come se nulla fosse. Ogni tanto si portava la sigaretta alla bocca, anche se fumare al volante oggettivamente non era una cosa molto professionale. Tentai di chiedergli se in qualche anfratto del pullman - un modello dal chilometraggio ultraventennale che lasciava ben poco spazio al comfort - non ci fosse per caso ubicato un frigobar. Per tutta risposta, scrollò le spalle e biascicò con voce roca e bassa "non si parla col conducente" "ma..." "non si parla." Che stronzo. Era evidente che non gliene fregava niente e non intendeva avere nulla a che fare con noi, o con ciò che accadeva dietro di lui in quella sottospecie di Misery Machine.

La gola mi pizzicava in un modo insopportabile, ed ero stufo e nauseato dalla situazione. Poi mi venne in mente che forse qualcosa di trangugiabile a bordo c'era - figuriamoci se qualcuno dei truzzi non s'era contrabbandato una mezzo litro di aranciata piena di birra ignorante, giusto per raccontare ai posteri che aveva limonato e sbevazzato alla faccia dei prof. Tutti gli zaini si trovavano nei compartimenti sopra i sedili, per cui ravanarci dentro con la scusa di cercare qualcosa fu un giochetto da ragazzi. E così, al terzo tentativo, bingo! Scovai una bottiglia la cui quantità di schiuma non lasciava dubbi. Mi trasferii con armi e bagagli in un doppio sedile vuoto a metà bus, in una terra di nessuno popolata da gente che sonnecchiava o ascoltava musica. Mi gustai con calma quella bottiglietta tiepida dal sapore di limatura di ferro e formaldeide - ottenendo, per l'età che avevo e la stanchezza della giornata, l'effetto anestetizzante che volevo. Appoggiai la testa al vetro e chiusi gli occhi.

Qualcuno mi risvegliò a pullman fermo. Non so quanto tempo fosse passato ma eravamo arrivati. Avevo un aspetto orribile, la lingua felpata come uno zerbino e un alito mostruoso ma ebbi la prontezza di spirito di infilarmi in bocca tre o quattro mentine per eliminare ogni sospetto. Intanto, mi dissero che il viaggio era durato un po' più del previsto, complici un paio di soste per consentire a D. (ma dai???) di espletare alcuni inconvenienti fisiologici.

Giù dal pullman, tutte le facce mi sembravano così normali, placide e sorridenti da farmi chiedere se per caso tutti i ricordi pre-birra non fossero stati solo una specie di sogno. Poi mi tornò in mente l'apparecchio di Mazinga e feci due più due. Comunque, anche se c'era qualcosa che non mi quadrava del tutto, smisi di farmi domande: andai a casa e dopo aver mangiato qualcosa mi schiantai a letto per un'altra decina di ore filate.

Nonostante tutto, quella gita non è mai stata un aneddoto particolarmente citato nelle varie occasioni amarcordifere. Però, ci ha pensato il destino a ritirare fuori tutto nel modo più bizzarro. Una decina abbondante di anni dopo, durante un sonnacchioso pomeriggio nell'agenzia di assicurazioni in cui lavoravo, qualcuno mi toccò sulla spalla per salutarmi. Era proprio V., la stessa del pullman, che, guarda un po', era venuta lì a rinnovare la polizza della macchina.

I brufoli erano spariti e l'apparecchio aveva lasciato il posto a una serie di denti ragionevolmente ordinati. Chissà se si ricordava di quel pomeriggio, pensai. Non glielo chiesi, ma quando ci scambiammo recapiti e numeri di telefono, non riuscii a fare a meno di salvare il suo numero sotto il nome "Mazinga".

Volete ricreare l'atmosfera? Fatevi una C-90 con un loop di: Ambra - Aspettavo Te \ Alexia - Summer Is Crazy \ Elio - Tapparella

1 controlli qualità:

Zio Scriba ha detto...

Le cassette "da 90", che nostalgia... cose che credi ti accompagneranno per tutta la vita e invece due minuti dopo sono già antiquariato...

Uno dei modi per capire la buona qualità di un racconto è quando, nonostante sia lunghetto, arrivi alla fine tutto d'un fiato e ti dispiace non ce ne sia di più. E' il caso di questo! :D

Tutto il contenuto di questo blog è genuina fiction al 100%. Ogni riferimento a cose, persone, etc. realmente esistenti è puramente casuale. Il contenuto rappresenta un lavoro puramente amatoriale e non viene aggiornato con alcuna regolarità e periodicità fissa.