Backbeat è il negozio, diciamo così, trendy della città, e attira la maggior parte dei musicisti ggiòvani dei dintorni. Non mi piace granché: lo assimilo a una di quelle lugubri paninoteche o birrerie che, a prescindere da cosa servono, si ritrovano sempre strapiene di gente giusto perché sono lì da quarant'anni. Ci andavo abbastanza spesso perché, pfui, avevo una tessera ggiòvani che mi dava un 10% di sconto sulla maggior parte degli articoli, e dato che consumavo plettri e corde in quantità industriale, conveniva. In più, la sua "fama" me lo faceva sembrare una delle porte d'ingresso del mondo underground-musical-cittadino di cui morivo dalla voglia di far parte.
All'interno c'è un'enorme bacheca che raccoglie inserzioni musicali di ogni tipo, soprattutto per gruppi, audizioni, jam session. Il fresco teenager che c'era in me leggeva e sognava: un giorno, magari, passando di lì, avrei addocchiato la band della mia vita, oppure avrei incontrato il batterista definitivo nel bel mezzo di una jam session improvvisata mentre ero lì a provare le ultime novità chitarrose. Ovviamente, nulla di tutto questo è mai successo: anzi, la bacheca è sempre piena zeppa di annunci, ma non ne ho mai visto uscire gruppi da Demo di Platino. Al massimo, sodalizi che fanno una buona stagione di concerti da pub e poi si sciolgono perché, toh, il batterista scippa la tipa al cantante.
A capo del negozio c'è tal Martino, il figlio di Eugenio, il proprietario, un tizio che si sente in diritto di smenazzarsela a oltranza perché tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti anni fa ha venduto i primi pezzi di strumentazione a quei personaggi-dinosauro del rock cittadino ("Johnny Blues", "Charlie Carletti", gli "Speranza"), e slurpandosi il proprio momento di gloria come main sponsor del "Pop Festival '74", ovvero la cosa più simile a Woodstock che la nostra provincia abbia mai visto. C'è un qualcosa di triste, in tutto questo vivere nel passato, ma è grazie a lui se Backbeat ha un'aura di autorevolezza rockettara che Marelli e gli altri si possono solo sognare.
Ormai Martino, Eugenio e il loro negozio vivono sulla rendita di un robusto flusso di clienti, tanto da potersi permettere un paio di commessi, che cambiano suppergiù ogni annetto-annetto e mezzo. Questi tizi sono la cosa che mi piace meno in assoluto; se finissero in un inferno dantesco, andrebbero dritti dritti al girone dei consiglieri fraudolenti. Apparentemente, ti accolgono con fare amichevole, ma quando si entra nel merito, mirano sempre a rifilarti ciò che conviene a loro; oppure qualcosa di improbabile-ma-geniale per far vedere quanto sono bravi e quanto se ne intendono.
Perché, allora, continuo ad andarci? Mah, di buono c'è che è piuttosto fornito, e a differenza di altri posti, non ci sono mai troppi problemi per provare una determinata chitarra, basso, kazoo o altro. Poi magari ci si ritrova lì contorti su uno sgabello pericolante incastrato fra due torri di casse 4 x 10 con un cavo annodato e il volume a 0.5, ma almeno ci si può fare un'idea concreta. I problemi di solito arrivano insieme ai consiglieri fraudolenti: durante la mia ricerca di quella famosa chitarra acustica, la maggior parte dei chitarròmani che conoscevo mi aveva consigliato una certa marca nippocoreancinese che a detta di tutti, nella fascia di prezzo medio-scrausa era imbattibile. Il fraudolentatore di quell'anno (pizzetto a punta e piercing, indossava t-shirt di gruppi indìrokk con non più di 50 fan su Feìsbuc) prima di farmene provare una se n'era uscito con un:
"Sei sicuro?"
"...Perché?"
"No, guarda, noi le teniamo giusto perché si vendono bene, ma fan cagare."
"Fan cagare? Strano, me ne hanno parlato così bene."
"Ahh, vedi un po' te...", rispose facendo spallucce e mettendosi le mani in tasca in gesto di plateale distacco (ancora un po' e avrebbe tirato fuori un catino per lavarsele come Ponzio Pilato).
Anche se non era certo un pregiato pezzo di liuteria piallato a mano dai nani della Foresta Nera, non era neanche nulla di così malvagio da giustificare l'espressione sarcastico-disgustata e l'occhio semichiuso che aveva assunto, mentre ascoltava i miei accordazzi e diceva che si era agli antipodi di certe sublimi 12 corde svedesi che avrebbero richiesto un mutuo... e di cui, guarda caso, aveva lì una sotto-sottomarca. Boh, provai anche quella, che per me suonava come una cassetta della frutta con le corde, ma era inutile mettersi a discutere.
Comunque, una volta feci l'errore di comprare una chitarra da loro: ero giovincello, inespertissimo e assai poco quattrinato; le mie nozioni tecniche di chitarrismi erano più che altro estetiche (sapevo distinguere "quella con le corna" da "quella con la maniglia").
Più o meno il discorso appioppatomi da Martino fu qualcosa del tipo: "guarda, se vuoi gustarti davvero il suono della chitarra e ti piace il rock tosto ma tosto davvero, allora c'è questa "Monster"; con humbucker al ponte, tastiera in pino satinato e meccaniche dorate di qualità superiore."
Che poi dentro avesse la circuitazione saldata da qualcuno con l'abilità manuale di una scimmia me lo spiegò solo il liutaio, dal quale fui obbligato a portarla sei-sette mesi dopo, quando la "Monster" iniziò a gracchiare ad ogni plettrata, conferendole un sound degno del proprio nome.
Morale della favola, rifilai la "Monster" per pochi soldi a un altro chitarrista ancora più inesperto di me, e 'ffanculo Backbeat quando si tratta di comprar chitarre.
With the help of: Nirvana - Serve The Servants
2 controlli qualità:
spassoso il pezzo, e spassosi questi immancabili "consiglieri fraudolenti"...
Fammi indovinare: l'impietosa vita deve aver nel frattempo trasformato e frastornato quei meravigliosi talenti che erano gli "Speranza", prima sciolti e poi rimessisi insieme col nuovo nome di "Caganza", poiché, come scriverebbe brizzi sotto suggerimento del suo editor, il galleggiare nell'esserci dell'esistenza ha fatto loro capire inchessenso chi vive sperando...
...mi hai dato l'idea per uno spin-off interessante. Effettivamente i dinosauri del rock cittadino ne avrebbero da raccontare XD
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