L’altra sera sono andato a trovare i miei amici marziani. Non fraintendetemi; non c’è nessun gioco di parole, nessuna metafora, vengono proprio da Marte. Abitano in un appartamento al quarto piano in centro a Milano, come tante altre famiglie, e si comportano come tutti. C’è solo una differenza: quando tornano a casa, atterrano sul tetto con la loro bigetto familiare Andromeda. E' poco ingombrante e silenziosissima; ragion per cui l’amministratore del palazzo, superata la perplessità iniziale, non ha avuto nulla da obiettare. Solo l'anziano, pedante ragionier Stefanelli ha contestato qualcosa riguardo il “cambio della destinazione d’uso del tetto”, ma quando gli hanno comunicato che poteva benissimo prendersi il posto auto rimasto libero nel garage, chissà perché, non ha avuto più nulla da dire.
Quindi, che i miei amici siano verdi, alti sul metro e settanta, abbiano un enorme occhio solo, una specie di coda e la pelle spessa e bitorzoluta come un copertone usato, fa poca differenza. E nemmeno il fatto che di nome facciano, in marziano traslitterato terrestre, Qâmbaŗħ, ha rappresentato un grosso problema. A trovare la soluzione ci ha pensato involontariamente la portinaia, la signora Emma, che avendo capito dovesse arrivare la più comune famiglia Cambiaghi, aveva fatto preparare le targhette del citofono e della posta. Il signor Urdø Qâmbaŗħ, una volta appreso che rifare le targhette gli sarebbe costato circa cinquanta euro, s'era rifiutato. “Almeno così, eviteremo che qualche rompiscatole, si sa mai, vede il nome marziano e gli vien voglia di fare scherzi”.
Per tutti, quindi, è diventata la famiglia Cambiaghi, proveniente dal distretto di Alba Patera, Marte. Almeno, quasi per tutti; c’è gente ancora convinta che vengano da quell’Alba piemontese molto meno distante, e finisce per chiedergli qualcosa sul tartufo. Le prime volte, senza sapere ancora cosa fosse, sentivano parlare di qualcosa “ufo” e si offendevano. Poi, col tempo, l'equivoco si è chiarito, e adesso ci ridono su anche loro.
Com’è che li ho conosciuti? Beh, hanno un figlio, Běrō, che è mio compagno di corso in università. Uno dei primi giorni si era incasinato con uno dei terminali senza capire bene cosa dover fare, come capita a tutti. Solo che intorno c’era un po’ di sgomento a vedere questo tizio con la pelle verde, la coda e il monocchione; che parlava benissimo l’italiano (i marziani di Alba Patera hanno caratteristiche genetiche che gli permettono di imparare qualsiasi lingua in un' inezia) e – cosa che me lo aveva fatto stare subito simpatico – aveva il portachiavi dell’Inter appeso alla cintura. Risolti i problemi col terminale avevamo fatto amicizia. Běrō mi era sembrato fin da subito un tipo sereno, simpatico e affabile, come tante persone piacevoli che si incontrano all’università. Mi aveva raccontato il perché del suo trasferimento terrestre: suo padre è il consulente di una ditta aerospaziale per certi nuovi componenti antimateria – roba che sugli autobus marziani si trova di serie da decenni, mentre qui è ancora fantascienza. E si sono trasferiti qui con sua mamma, Tāfrā, medico, e sua sorella Priscilla, di quattro anni più piccola (in realtà si chiama Prokzā, nome diffusissimo fra le fanciulle marziane ma coperto da un veto terrestre “già per quelli di qui ho il monocchione e la pelle da rospo, con 'sto nome poi figuriamoci se trovo un ragazzo”).
“Ma qui sulla Terra non ti sembra di essere nel medioevo?” è stata una delle prime domande che gli ho fatto, e mi ha risposto: “Per certi versi sì, però anche su da noi ci sono periferie orribili, la mattina c’è traffico, la burocrazia fa schifo, e ci si lamenta sempre che in televisione fanno vedere solo tette e culi. Ecco, almeno in questo voi terrestri siete messi meglio, esteticamente.”
Il giovedì sera viene a giocare a calcio con noi. Devo dire che è un ottimo portiere. Nonostante gli arti tozzi e grossi è molto agile, e la coda gli dà quel tocco di imprevedibilità che non guasta, specie sulle parate in recupero. I piedi palmati non gli permettono un gran controllo di palla, ma per i rinvii basta e avanza. Certo, con lui in squadra ogni volta l’iscrizione ai tornei comporta qualche problema in più, ma la storia è sempre la stessa: non c’è mai una regola precisa dove si specifica che tutti i componenti della squadra devono essere “terrestri, umani”. Ad ogni modo, molti dubbi vengono risolti dal nome Cambiaghi, e se c'è ancora qualche problema basta chiamare Gigi, il cui papà è giornalista alla Gazzetta, e fargli dire: “sinceramente, questa faccenda mi sembra discriminatoria. Vediamo cosa scriverà mio padre sulla Gazzetta, di questa bella storia di sport…” e come per incanto, i problemi si volatilizzano.
Per il suo compleanno gli abbiamo regalato la maglietta da portiere personalizzata – un'impresa, trovare la taglia giusta: procurarsi una XXXXL è molto meno facile di quello che sembra.
L’altra sera una chiacchiera ha tirato l'altra e alla fine sono rimasto a cena da loro – un'impresa gastronomicamente impegnativa. Sono buone forchette, hanno stomaci di ferro e possono sbevazzare quanto vogliono senza correre il rischio di ubriacarsi.
C'è solo una cosa che li manda fuori di testa – il gorgonzola. Evidentemente per loro la saporita combinazione di muffe lombarde è un allucinogeno di prima qualità. Un cracker spalmato e via, in botta per ore. C'è chi urla (nello specifico: emette un rantolo a metà strada fra un raglio e un cigolio di portone), chi cerca di stare in equilibrio sulla coda e non ci riesce, chi dice di potere saltare da una dimensione all'altra, e chi va in tristezza e si mette a raccontare per ore aneddoti (esagerati) delle medie marziane. Finito il trip sono sempre conciati da sbatter via: molli come amebe, con squame e bitorzoli pallidi e lo sguardo lesso, fino a quando non si fanno una doccia o una dormita. Se Běrō è già grande, e ha un fisico che gli permette di reggere meglio questo genere di cose, Priscilla\Prokzā, invece, è nella tipica età delle stronzate da liceo, per cui Tāfrā e Urdø non vedono di buon occhio che se ne vada al supermercato da sola, e prima di andare alle feste la raccomandazione di norma è: stattene lontana dal frigo e dal ripieno di certi salatini. Ogni tanto scherzo con Běrō, promettendo di regalargliene una mezza forma bella piccante da portare su agli amici. Al che lui si fa serio e mi risponde dicendo che c'è poco da scherzare con i doganieri di Marte; se ti beccano con una cosa del genere, fai minimo sei mesi di carcere a Oxia Palus. Meglio godersi i trip da penicillum in pace finché si è qui. Infatti una volta, in pizzeria, Běrō è andato in overdose di zola e mele, e ci è toccato portarlo a casa in condizioni pietose sciolinando la solita scusa: "è che ha mangiato troppo e poi un colpo di freddo…" figuriamoci se sua mamma, che come ho già detto, è medico, ha abboccato. Infatti, dopo, apriti cielo. Ma sono cose che capitano a tutti, no? E in fondo, io sono convinto che anche Tāfrā e Urdø qualche volta si concedano qualche piccola trasgressione casearia. Altrimenti come si spiegherebbero quegli strani versi che si sentono ogni tanto dall'appartamento lassù?
I Qâmbaŗħ\Cambiaghi mi piacciono. Sono persone semplici, cordiali, direi molto migliori di tanti altri terrestri che conosco. Dargli dei “marziani”, poi, è quasi un concetto relativo: nel loro appartamento non si direbbe proprio di essere in una casa di marziani. E’ tutto molto normale, anzi, molto migliore. C'è un sacco di tecnologia futuribile e alcuni gadget favolosi, come per esempio il tappeto a ologrammi, i libri in 4D o in 5D, e la miniciviltà nella sfera, che mi fa impazzire: spesso mi perdo via per minuti interi a guardarne i dettagli con la lente, specialmente i lampi e i fragori provocati dalle microguerre che imperversano di tanto in tanto. Urdø di solito passa via e se la ghigna scuotendo la testa, chiedendosi cosa ci trovi di così magico nel kitsch anni settanta.
Io con una fissa per i loro anni settanta? Non è niente in confronto all'ossessione di Běrō per i nostri anni ottanta! Si è preso tonnellate di compilation, poster, libri, retrospettive, riviste, ha recuperato un walkman a cassette e un piumino d'annata, persino un berretto da camionista con scritto “BOY”. Penso che solo il fatto di non saper guidare le auto terrestri gli abbia impedito di procurarsi una Renault 5 turbo per fare il tamarro, e menomale che le marche di abbigliamento retropaninaro non trattano le taglie forti. Un giorno ha minacciato di venire in università conciato così, convinto di darsi un tono da dandy sofisticato. Mi sono sentito in dovere di impedirglielo, e di fargli capire che non era il caso se non voleva che la gente non lo guardasse sul serio come un marziano. Del resto non è colpa sua, se da lui ci sono usanze diverse. Lassù andare in giro con vestiti pacchiani e fuori moda è considerata una raffinata espressione di gusto e senso storico. Mi è un po' dispiaciuto tarparlo così, ma sono convinto di aver agito per il meglio – visto che in fondo, la colpa è della nostra mentalità: non siamo ancora pronti per apprezzare tutte le sfumature di una vita da marziani.
Dance with your martian friends @ the sound of: Ganymed - It takes me higher
domenica 1 novembre 2009
domenica 25 ottobre 2009
Embarrassment
“ 5) Describe your most embarrassing moment. ”
La richiesta, che a sentirla così sembrava un'entrata a gamba tesa nella storia della mia privacy, si spiegava meglio nel contesto di un esercizio che mi ero trovato davanti in un esame d'inglese, probabilmente congegnato da qualche prof con un machiavellico senso dell'humour. In pratica, bisognava descrivere i propri momenti "top"; the best one, the worst one, the most exciting one, the most frightening one and the most embarrassing one.
Se col best, il worst, il most exciting e il most frightening non avevo avuto grossi problemi, il most embarrassing mi aveva mandato un po' in crisi. Non riuscivo a trovare niente di adatto, e anche il proverbiale, paraculante inventa-tutto-di-sana-pianta stava facendo cilecca. Tutti gli aneddoti che mi venivano in mente erano o situazioni un po'troppo embarrassing, o soliti classici del genere (epici due di picche, clamorose débacle scolastiche) che non mi stuzzicavano per nulla. Mancava ancora tempo alla fine dell'esame e ci tenevo a concludere con qualcosa di gustoso, per cui mi misi a rosicchiare il cappuccio della penna e a pensare.
Dopo qualche minuto, una casuale associazione casuale di idee (chissà perché, l'acqua e il numero 15) aveva riesumato la soluzione da qualche polveroso cassetto mentale.
Nuotare non è mai stato il mio sport preferito. Però, durante le vacanze al mare dei miei dodici anni, dopo che mi avevano convinto ad frequentare una serie di lezioni individuali sponsorizzate dall'albergo, il nuoto mi aveva quasi dimostrato di avere un perché. L'insegnante era un tipo un po' sbruffone ma con delle indubbie capacità, visto che mi aveva scacciato le paure e insegnato le meccaniche di base in tre-quattro lezioni, alla faccia di tutti i precedenti tentativi andati a male. Poi aveva calcato un po' la mano – insistendo per portarmi dove l'acqua era alta “bah, una decina di metri, credo” e la corrente un po' più forte. Ostacoli troppo grossi per il mio acerbissimo stile libero, e infatti, dopo aver bevuto un bel po' di acqua salata, essermi tirato diverse bracciate in faccia, aver rischiato la collisione con un pedalò e creduto di affogare un paio di volte, avevo protestato e detto basta. Tanto, nel mio piccolo, potevo ritenermi soddisfatto, visto che potevo andare a divertirmi ovunque si toccasse, cosa che ritenevo più che sufficiente.
La vacanza volgeva al termine, e pensavo che ormai quella storia fosse un capitolo chiuso. Certo, il tutto era costato un po' di fatica, ma alla fine il gioco era valso la candela – io mi godevo quanto avevo imparato, tutti sembravano contenti, nessun problema all'orizzonte.
Solo che non avevo fatto i conti con una cosa chiamata serata finale dell'animazione.
Il venerdì, l'ultima serata prima del tipico turnover del sabato, l'animazione produceva uno spettacolone finale – un fritto misto di cabaret, premiazioni dei tornei, giochi e quant'altro. Ovviamente, ci andai, anche se già dall'inizio non mi era parso granché, una di quelle cose un po' serie e un po' no dove bisogna ridere quasi per forza, ma non ci feci molto caso, preferendo distrarmi con chiacchiere, frizzi, lazzi e aranciata. Ragion per cui non mi scomposi molto quando annunciarono la "consegna dei diplomi". “Diplomi” de che? Lo scoprii subito, erano degli orrendi lenzuoloni finto pergamenati con scritte pseudogotiche che, nelle intenzioni, dovevano attestare qualcosa di significativo conseguito durante la vacanza. Per esempio, un avvocato napoletano s'era aggiudicato quello “per la migliore arringa”, grazie a una piazzata durante l'ultima sera dei giochi di gruppo, quando si era messo a contestare vigorosamente un punteggio calcolato male suscitando l'ilarità di tutti. Un tizio di Roma sui trent'anni s'era beccato quello per “la mejo figura” grazie a un'estemporanea caduta in piscina all'ora dell'aperitivo. Poi c'era stato il “premio simpatia” (che in questo caso proprio non ho capito cosa c'entrasse) a un palestrato di Empoli che si era improvvisato barista partorendo un nauseante cocktail di pomodoro e carote, e altre tre-quattro onorificenze che non ricordo. Vuoi per la finta pompa magna, vuoi per l'orribile musichetta di sottofondo, era come essere nello scarto di sceneggiatura di un mediocre B-movie.
Improvvisamente sentii il mio nome gracchiare dalle casse insieme alle parole “premio fifa superata per il corso di nuoto”, e senza neanche avere il tempo di pensare “Oddiotipregofàchenonsiavero” mi trovai un faro da non so quanti watt puntato addosso. Non fu un bel colpo – neanche il tempo di riprendermi dall'accecatura e mi ritrovai sospinto sul palco, sorpassando baffuti tedeschi dal sorriso serigrafato che ridevano e applaudivano senza capire una fava di quanto stava accadendo. Ad attendermi c'era un ENORME diploma con il mio ENORME nome scritto accanto alle ENORMI parole “fifa superata”, e senza nemmeno un bacio sulla guancia da un'animatrice un po' carina; solo un cinque da dare alla più stronza del lotto, una chiattona brufolosa e scorbutica che non disse niente di meglio di un “ammazza bbello, poi mme ddevi dì comm'hai ffatto”.
Ma chi gliel'aveva chiesto, quel cazzo di premio? Sul momento, ero sopraffatto dall'astio verso il fottuto delatore che si era permesso di fare il mio nome per quella...cosa che mi trovavo fra le mani, mentre sorridevo come un tasso impagliato insieme agli altri “diplomati” per la foto di gruppo (che sono lieto di non avere mai visto stampata, e i cui negativi spero siano marciti in qualche cantina buia).
A dodici anni penso che l'autoironia sia una virtù ancora piuttosto indigesta, e infatti non capivo perché la gente lì intorno continuasse a ridere, salutare, applaudire; come se tutti fossero preda di un'epidemia d'imbecillità. Sopportai per qualche minuto dialettali congratulazioni e teutoniche strette di mano ibernandomi nel sorriso tassoso, finché non arrivò il colpo di genio di un nostro amico: “c'hai qualcosa di strano, negli occhi, non mi sembri contento...come mai??” Ma dai? Cosa cazzo si aspettavano, che appendessi quell'obbrobrio in camera per farmi un cicchetto di autostima nei peggiori momenti di crisi adolescenziale? Mi sarebbe piaciuto rispondere a tutti per le righe, anzi, avrei voluto il coraggio per farlo direttamente sul palco, ma diciamoci la verità, a dodici anni chi ti ascolta davvero? Tutti pretendono di insegnarti qualcosa dall'alto della loro età anagrafica, e dato che non avrei certo trovato parole degne di Socrate per controbattere, mi sarei dovuto accontentare del consiglio paternalistico di “non metterla giù dura, riderci su e accettare il premio per educazione”. Sarà, ma non mi andava bene allora, e non mi va bene neanche adesso. Così risolsi la questione facendo finta di essere stanco e andandomene via anche se era prestissimo. Amici, genitori e altri fecero delle facce un po' stranite, ma non me ne fregava niente.
Il diploma finì stracciato a pezzettini piccoli piccoli nella tazza del cesso dell'albergo. Mi piace conservare le cose, ma quello è un ricordo che sono lieto di aver fatto finire nel posto che si meritava.
Da qualche diffusore audio non meglio specificato: Frank Zappa - Peaches en Regalia
La richiesta, che a sentirla così sembrava un'entrata a gamba tesa nella storia della mia privacy, si spiegava meglio nel contesto di un esercizio che mi ero trovato davanti in un esame d'inglese, probabilmente congegnato da qualche prof con un machiavellico senso dell'humour. In pratica, bisognava descrivere i propri momenti "top"; the best one, the worst one, the most exciting one, the most frightening one and the most embarrassing one.
Se col best, il worst, il most exciting e il most frightening non avevo avuto grossi problemi, il most embarrassing mi aveva mandato un po' in crisi. Non riuscivo a trovare niente di adatto, e anche il proverbiale, paraculante inventa-tutto-di-sana-pianta stava facendo cilecca. Tutti gli aneddoti che mi venivano in mente erano o situazioni un po'troppo embarrassing, o soliti classici del genere (epici due di picche, clamorose débacle scolastiche) che non mi stuzzicavano per nulla. Mancava ancora tempo alla fine dell'esame e ci tenevo a concludere con qualcosa di gustoso, per cui mi misi a rosicchiare il cappuccio della penna e a pensare.
Dopo qualche minuto, una casuale associazione casuale di idee (chissà perché, l'acqua e il numero 15) aveva riesumato la soluzione da qualche polveroso cassetto mentale.
Nuotare non è mai stato il mio sport preferito. Però, durante le vacanze al mare dei miei dodici anni, dopo che mi avevano convinto ad frequentare una serie di lezioni individuali sponsorizzate dall'albergo, il nuoto mi aveva quasi dimostrato di avere un perché. L'insegnante era un tipo un po' sbruffone ma con delle indubbie capacità, visto che mi aveva scacciato le paure e insegnato le meccaniche di base in tre-quattro lezioni, alla faccia di tutti i precedenti tentativi andati a male. Poi aveva calcato un po' la mano – insistendo per portarmi dove l'acqua era alta “bah, una decina di metri, credo” e la corrente un po' più forte. Ostacoli troppo grossi per il mio acerbissimo stile libero, e infatti, dopo aver bevuto un bel po' di acqua salata, essermi tirato diverse bracciate in faccia, aver rischiato la collisione con un pedalò e creduto di affogare un paio di volte, avevo protestato e detto basta. Tanto, nel mio piccolo, potevo ritenermi soddisfatto, visto che potevo andare a divertirmi ovunque si toccasse, cosa che ritenevo più che sufficiente.
La vacanza volgeva al termine, e pensavo che ormai quella storia fosse un capitolo chiuso. Certo, il tutto era costato un po' di fatica, ma alla fine il gioco era valso la candela – io mi godevo quanto avevo imparato, tutti sembravano contenti, nessun problema all'orizzonte.
Solo che non avevo fatto i conti con una cosa chiamata serata finale dell'animazione.
Il venerdì, l'ultima serata prima del tipico turnover del sabato, l'animazione produceva uno spettacolone finale – un fritto misto di cabaret, premiazioni dei tornei, giochi e quant'altro. Ovviamente, ci andai, anche se già dall'inizio non mi era parso granché, una di quelle cose un po' serie e un po' no dove bisogna ridere quasi per forza, ma non ci feci molto caso, preferendo distrarmi con chiacchiere, frizzi, lazzi e aranciata. Ragion per cui non mi scomposi molto quando annunciarono la "consegna dei diplomi". “Diplomi” de che? Lo scoprii subito, erano degli orrendi lenzuoloni finto pergamenati con scritte pseudogotiche che, nelle intenzioni, dovevano attestare qualcosa di significativo conseguito durante la vacanza. Per esempio, un avvocato napoletano s'era aggiudicato quello “per la migliore arringa”, grazie a una piazzata durante l'ultima sera dei giochi di gruppo, quando si era messo a contestare vigorosamente un punteggio calcolato male suscitando l'ilarità di tutti. Un tizio di Roma sui trent'anni s'era beccato quello per “la mejo figura” grazie a un'estemporanea caduta in piscina all'ora dell'aperitivo. Poi c'era stato il “premio simpatia” (che in questo caso proprio non ho capito cosa c'entrasse) a un palestrato di Empoli che si era improvvisato barista partorendo un nauseante cocktail di pomodoro e carote, e altre tre-quattro onorificenze che non ricordo. Vuoi per la finta pompa magna, vuoi per l'orribile musichetta di sottofondo, era come essere nello scarto di sceneggiatura di un mediocre B-movie.
Improvvisamente sentii il mio nome gracchiare dalle casse insieme alle parole “premio fifa superata per il corso di nuoto”, e senza neanche avere il tempo di pensare “Oddiotipregofàchenonsiavero” mi trovai un faro da non so quanti watt puntato addosso. Non fu un bel colpo – neanche il tempo di riprendermi dall'accecatura e mi ritrovai sospinto sul palco, sorpassando baffuti tedeschi dal sorriso serigrafato che ridevano e applaudivano senza capire una fava di quanto stava accadendo. Ad attendermi c'era un ENORME diploma con il mio ENORME nome scritto accanto alle ENORMI parole “fifa superata”, e senza nemmeno un bacio sulla guancia da un'animatrice un po' carina; solo un cinque da dare alla più stronza del lotto, una chiattona brufolosa e scorbutica che non disse niente di meglio di un “ammazza bbello, poi mme ddevi dì comm'hai ffatto”.
Ma chi gliel'aveva chiesto, quel cazzo di premio? Sul momento, ero sopraffatto dall'astio verso il fottuto delatore che si era permesso di fare il mio nome per quella...cosa che mi trovavo fra le mani, mentre sorridevo come un tasso impagliato insieme agli altri “diplomati” per la foto di gruppo (che sono lieto di non avere mai visto stampata, e i cui negativi spero siano marciti in qualche cantina buia).
A dodici anni penso che l'autoironia sia una virtù ancora piuttosto indigesta, e infatti non capivo perché la gente lì intorno continuasse a ridere, salutare, applaudire; come se tutti fossero preda di un'epidemia d'imbecillità. Sopportai per qualche minuto dialettali congratulazioni e teutoniche strette di mano ibernandomi nel sorriso tassoso, finché non arrivò il colpo di genio di un nostro amico: “c'hai qualcosa di strano, negli occhi, non mi sembri contento...come mai??” Ma dai? Cosa cazzo si aspettavano, che appendessi quell'obbrobrio in camera per farmi un cicchetto di autostima nei peggiori momenti di crisi adolescenziale? Mi sarebbe piaciuto rispondere a tutti per le righe, anzi, avrei voluto il coraggio per farlo direttamente sul palco, ma diciamoci la verità, a dodici anni chi ti ascolta davvero? Tutti pretendono di insegnarti qualcosa dall'alto della loro età anagrafica, e dato che non avrei certo trovato parole degne di Socrate per controbattere, mi sarei dovuto accontentare del consiglio paternalistico di “non metterla giù dura, riderci su e accettare il premio per educazione”. Sarà, ma non mi andava bene allora, e non mi va bene neanche adesso. Così risolsi la questione facendo finta di essere stanco e andandomene via anche se era prestissimo. Amici, genitori e altri fecero delle facce un po' stranite, ma non me ne fregava niente.
Il diploma finì stracciato a pezzettini piccoli piccoli nella tazza del cesso dell'albergo. Mi piace conservare le cose, ma quello è un ricordo che sono lieto di aver fatto finire nel posto che si meritava.
Da qualche diffusore audio non meglio specificato: Frank Zappa - Peaches en Regalia
mercoledì 21 ottobre 2009
Gourmet noir
Amo quel ristorante. Non è nulla di speciale, è un normalissimo self-service di una grande catena all'interno di una galleria pedonale. Il cibo è quanto di più mediocre e adeguato ci si potrebbe aspettare – un menu senza infamia e senza lode, le tipiche cose che tutti mangiano senza problemi. Primi e secondi comunissimi, specialità di stagione, dolci di catering. E allora perché lo adoro?
Perché si trova in uno di quei posti vagamente decadenti, nati venti-trent'anni fa con grandi ambizioni residenzialcommerciali, e che ora sono declassati a itinerari di secondo piano nelle passeggiate della gente per bene. Una specie di rifugio per boutique d'annata dai prezzi assurdi e stretto giro di fidati clienti, accessoriato di brutte sculture per dare un tocco di lusso agli ingressi presidiati da altisonanti targhe bronzee (Dott.Cav. De Magistris! Dr. Spezialetti! Avv. Garbardini!), che affiancano insegne di immobiliari, assicurazioni, scuole serali; come se ai piani superiori ci fosse tutto un mondo parallelo un po' misterioso e accessibile solo con una valida ragione.
Tornando al ristorante, mi piace un sacco andarci di sera, nei giorni feriali: a pranzo è molto frequentato dagli impiegati degli uffici lì vicino, e con l'affollamento diventa una mensa qualunque. Troppa luce, troppa voce, troppo chiasso, troppi odori di troppo cibo che viene servito. Di sera è completamente diverso. Il buio avvolge il posto a 360 gradi, creando un favoloso contrasto con i toni pastello dell'arredamento; un audace azzardo cromatico degno del miglior design d'avanguardia. Dalle grandi vetrate che si affacciano sulla galleria non si vede quasi più nulla, solo le sagome delle porte, delle insegne e delle vetrine dei negozi chiusi. C'è un certo silenzio, intervallato dai piccoli rumori provenienti dalla cucina o dallo sporadico vociare dei pochissimi avventori. L'assoluta banalità dei cibi intensifica l'atmosfera. Delle ostriche o un gateau-di-patate-con-crema-di-funghi-porcini sarebbero fuori posto come una Ferrari nel parcheggio del supermercato. Molto meglio un dozzinale piatto di spaghetti al ragù oppure qualcosa di finto pretenzioso come i tagliolini zucchine gamberi e zafferano, i saltimbocca alla romana, un prosciutto di Praga con patate al forno, un clone nostrano della Sacher.
Adoro gustare queste prevedibili pietanze dal vago retrogusto di glutammato e di pomodori pelati in scatola, scrutando le facce dei pochi commensali e chiedendomi quale strano motivo li abbia condotti qui. Solitudine? Casualità? Fanatismo del trash gastronomico? Mi piace pensare che ciascuno di questi volti potrebbe essere stato scongelato da una pièce di Cechov o di Pirandello, o da un romanzo qualsiasi di Le Carré. Personaggi lacerati da profondi dilemmi interiori, afflitti da tragiche crisi esistenziali; agenti segreti di passaggio in cerca di anonimato per scambiarsi informazioni; oppure ordinari homo sapiens sapiens dalle vite vuote e piatte, drammatiche comparse nel grande quadro dell'esistenza. Chi lo sa? Davanti a forchetta e coltello siamo tutti un po' più uguali.
Sopraggiunta l'oscurità, specialmente d'inverno, quando arriva presto, il ristorante diventa una bolla scollegata dallo spazio e dal tempo, un nonluogo che potrebbe essere a Milano come a Madrid oppure su Marte o Mos Eisley. Una bolla luminosa che galleggia nella notte, fra le lampade della sala e gli sbuffi di vapore dell'acqua della pasta “cucinata sotto i vostri occhi con ingredienti freschi”. Oltre le vetrate, si vede qualcuno entrare e uscire dalle porte targate, altri attraversare la galleria con passo spedito. Nessuno osa soffermarsi, è terra di transito, di frontiera, da percorrere in fretta. Dentro la bolla è tutto un altro mondo, mentre la prossima faccia da scrutare aspetta la cottura al dente dell'ennesimo piatto di penne alla boscaiola.
Tafelmusik consigliata: Foo Fighters - Resolve
Perché si trova in uno di quei posti vagamente decadenti, nati venti-trent'anni fa con grandi ambizioni residenzialcommerciali, e che ora sono declassati a itinerari di secondo piano nelle passeggiate della gente per bene. Una specie di rifugio per boutique d'annata dai prezzi assurdi e stretto giro di fidati clienti, accessoriato di brutte sculture per dare un tocco di lusso agli ingressi presidiati da altisonanti targhe bronzee (Dott.Cav. De Magistris! Dr. Spezialetti! Avv. Garbardini!), che affiancano insegne di immobiliari, assicurazioni, scuole serali; come se ai piani superiori ci fosse tutto un mondo parallelo un po' misterioso e accessibile solo con una valida ragione.
Tornando al ristorante, mi piace un sacco andarci di sera, nei giorni feriali: a pranzo è molto frequentato dagli impiegati degli uffici lì vicino, e con l'affollamento diventa una mensa qualunque. Troppa luce, troppa voce, troppo chiasso, troppi odori di troppo cibo che viene servito. Di sera è completamente diverso. Il buio avvolge il posto a 360 gradi, creando un favoloso contrasto con i toni pastello dell'arredamento; un audace azzardo cromatico degno del miglior design d'avanguardia. Dalle grandi vetrate che si affacciano sulla galleria non si vede quasi più nulla, solo le sagome delle porte, delle insegne e delle vetrine dei negozi chiusi. C'è un certo silenzio, intervallato dai piccoli rumori provenienti dalla cucina o dallo sporadico vociare dei pochissimi avventori. L'assoluta banalità dei cibi intensifica l'atmosfera. Delle ostriche o un gateau-di-patate-con-crema-di-funghi-porcini sarebbero fuori posto come una Ferrari nel parcheggio del supermercato. Molto meglio un dozzinale piatto di spaghetti al ragù oppure qualcosa di finto pretenzioso come i tagliolini zucchine gamberi e zafferano, i saltimbocca alla romana, un prosciutto di Praga con patate al forno, un clone nostrano della Sacher.
Adoro gustare queste prevedibili pietanze dal vago retrogusto di glutammato e di pomodori pelati in scatola, scrutando le facce dei pochi commensali e chiedendomi quale strano motivo li abbia condotti qui. Solitudine? Casualità? Fanatismo del trash gastronomico? Mi piace pensare che ciascuno di questi volti potrebbe essere stato scongelato da una pièce di Cechov o di Pirandello, o da un romanzo qualsiasi di Le Carré. Personaggi lacerati da profondi dilemmi interiori, afflitti da tragiche crisi esistenziali; agenti segreti di passaggio in cerca di anonimato per scambiarsi informazioni; oppure ordinari homo sapiens sapiens dalle vite vuote e piatte, drammatiche comparse nel grande quadro dell'esistenza. Chi lo sa? Davanti a forchetta e coltello siamo tutti un po' più uguali.
Sopraggiunta l'oscurità, specialmente d'inverno, quando arriva presto, il ristorante diventa una bolla scollegata dallo spazio e dal tempo, un nonluogo che potrebbe essere a Milano come a Madrid oppure su Marte o Mos Eisley. Una bolla luminosa che galleggia nella notte, fra le lampade della sala e gli sbuffi di vapore dell'acqua della pasta “cucinata sotto i vostri occhi con ingredienti freschi”. Oltre le vetrate, si vede qualcuno entrare e uscire dalle porte targate, altri attraversare la galleria con passo spedito. Nessuno osa soffermarsi, è terra di transito, di frontiera, da percorrere in fretta. Dentro la bolla è tutto un altro mondo, mentre la prossima faccia da scrutare aspetta la cottura al dente dell'ennesimo piatto di penne alla boscaiola.
Tafelmusik consigliata: Foo Fighters - Resolve
lunedì 19 ottobre 2009
L'accumulatore
Nel periodo che segnò il culmine del suo sfacelo mentale, entrare in camera di Eugenio G. era quasi impossibile. L'odore di carta vecchia, polvere e inchiostro da stampa era talmente acido e pungente da irritare subito le mucose nasali, tranne quelle di Eugenio che si erano ormai assuefatte. Ogni angolo della camera era occupato da pile di vecchi giornali, riviste, opuscoli, fogli sparsi, biglietti e persino cartoni usati dei fast food dai quali, di tanto in tanto, faceva capolino un millepiedi o uno scarafaggio.
Eugenio G. era diventato un accumulatore compulsivo. Non ricordava nemmeno più il momento preciso nel quale aveva iniziato: sapeva solo che ormai questa storia continuava da un sacco di tempo, troppo, e di smettere non se ne parlava. Fare una cernita o semplicemente buttare via qualcosa gli causava vero e proprio dolore fisico. Quel mucchio di robaccia era diventato parte di lui, un prolungamento cartaceo del suo sistema nervoso, lo stesso che a un certo punto gli aveva ordinato di conservare quelle informazioni a tutti i costi. Così aveva iniziato a mettere da parte ogni cartaccia. C'erano poche spiegazioni, in apparenza: sentiva il dovere di farlo, e lui lo assecondava, senza badare molto a cosa ci fosse scritto sopra. Tutto veniva ammassato in pile e pacchi che prima ingombrarono il piano della scrivania, per poi colonizzare tutti gli scaffali dell'armadio e invadere il resto della stanza. Alla fine erano rimasti liberi solo il letto, un angusto camminamento e pochi metri cubi d'aria. La madre di Eugenio era stata obbligata a togliere tutti i vestiti dagli armadi per far spazio alla quantità industriale di carta in costante arrivo. Lo aveva fatto con spirito di rassegnazione, specialmente dopo un giorno nel quale Eugenio era uscito di senno e l'aveva quasi aggredita, dopo averla sorpresa col sacco della spazzatura in mano, in un velleitario tentativo di fare un po' di ordine e gettare via le cose più sudice.
Eugenio uscì dal gorgo mentale nel quale si era cacciato grazie a una drastica terapia d'urto: sua madre contattò uno psichiatra particolarmente stronzo che insistette per fare piazza pulita. Mentre Eugenio era fuori casa, venne chiamata la nettezza urbana, e grazie a due capaci operatori tutto sparì nel giro di un'oretta. Accortosi del misfatto, Eugenio ebbe una crisi isterica formato maxi: si strappò i vestiti di dosso, vomitò, si rotolò per terra schiumando rabbia e strappandosi i capelli. Una scena pietosa e umiliante. Dopo qualche ora si calmò, e ritrovata la tranquillità l'impulso di accumulare sparì. Per qualche ragione, insieme alla cartaccia anche qualcosa di misterioso se n'era andato dal suo subconscio. Di cosa si trattava non si saprà mai, e forse nemmeno Eugenio l'aveva capito. Magari c'era qualche ragione nascosta in un contorto nodo mentale che una profonda analisi freudiana avrebbe scovato, ma andarlo a tirare fuori adesso, visto che non c'era più, quale senso aveva?
Sono passati parecchi anni. La madre di Eugenio è una signora molto anziana in pensione. Eugenio si è sposato, ha una famiglia e dei figli. Non ha mai più voluto parlare con nessuno di questa vecchia storia.
Basso continuo mentale: Nirvana - Paper Cuts
Eugenio G. era diventato un accumulatore compulsivo. Non ricordava nemmeno più il momento preciso nel quale aveva iniziato: sapeva solo che ormai questa storia continuava da un sacco di tempo, troppo, e di smettere non se ne parlava. Fare una cernita o semplicemente buttare via qualcosa gli causava vero e proprio dolore fisico. Quel mucchio di robaccia era diventato parte di lui, un prolungamento cartaceo del suo sistema nervoso, lo stesso che a un certo punto gli aveva ordinato di conservare quelle informazioni a tutti i costi. Così aveva iniziato a mettere da parte ogni cartaccia. C'erano poche spiegazioni, in apparenza: sentiva il dovere di farlo, e lui lo assecondava, senza badare molto a cosa ci fosse scritto sopra. Tutto veniva ammassato in pile e pacchi che prima ingombrarono il piano della scrivania, per poi colonizzare tutti gli scaffali dell'armadio e invadere il resto della stanza. Alla fine erano rimasti liberi solo il letto, un angusto camminamento e pochi metri cubi d'aria. La madre di Eugenio era stata obbligata a togliere tutti i vestiti dagli armadi per far spazio alla quantità industriale di carta in costante arrivo. Lo aveva fatto con spirito di rassegnazione, specialmente dopo un giorno nel quale Eugenio era uscito di senno e l'aveva quasi aggredita, dopo averla sorpresa col sacco della spazzatura in mano, in un velleitario tentativo di fare un po' di ordine e gettare via le cose più sudice.
Eugenio uscì dal gorgo mentale nel quale si era cacciato grazie a una drastica terapia d'urto: sua madre contattò uno psichiatra particolarmente stronzo che insistette per fare piazza pulita. Mentre Eugenio era fuori casa, venne chiamata la nettezza urbana, e grazie a due capaci operatori tutto sparì nel giro di un'oretta. Accortosi del misfatto, Eugenio ebbe una crisi isterica formato maxi: si strappò i vestiti di dosso, vomitò, si rotolò per terra schiumando rabbia e strappandosi i capelli. Una scena pietosa e umiliante. Dopo qualche ora si calmò, e ritrovata la tranquillità l'impulso di accumulare sparì. Per qualche ragione, insieme alla cartaccia anche qualcosa di misterioso se n'era andato dal suo subconscio. Di cosa si trattava non si saprà mai, e forse nemmeno Eugenio l'aveva capito. Magari c'era qualche ragione nascosta in un contorto nodo mentale che una profonda analisi freudiana avrebbe scovato, ma andarlo a tirare fuori adesso, visto che non c'era più, quale senso aveva?
Sono passati parecchi anni. La madre di Eugenio è una signora molto anziana in pensione. Eugenio si è sposato, ha una famiglia e dei figli. Non ha mai più voluto parlare con nessuno di questa vecchia storia.
Basso continuo mentale: Nirvana - Paper Cuts
martedì 13 ottobre 2009
Job #3 - Volantinista
“You don't mind doing crappy jobs when you're young”, diceva un mio amico canadese, e devo dire che aveva ragione. Specialmente quando ripenso al mio primo lavoro, a 16 anni. Si trattava di imbucare centinaia e centinaia di volantini nelle cassette delle lettere, per pubblicizzare l'apertura di un nuovo centro commerciale non lontano da casa. Il capo di tutta la faccenda era l'amico di un amico di famiglia – un imprenditore disgustosamente ricco che pretendeva una “diffusione capillarissima” dei suoi preziosi volantini, in realtà fogli A4 riciclati, sciapi e mal stampati che non avrebbero attirato nemmeno un malato di shopping compulsivo.
Desideroso di mettere qualche soldo da parte per le lezioni di chitarra, fui uno dei cinque sventurati assoldati per espletare l'opera di “diffusione capillarissima” nei paesini della zona. Scarpinai per pomeriggi interi riempiendo cassette delle lettere situate nei posti più strani. Alcune erano cigolanti e arrugginite, e aspettavano solo di tranciare\affettare\grattugiare le mani, altre collocate in fondo a orifizi di reti che cintavano giardini presidiati da minacciosi molossi, e altre erano talmente piene di schifezze da rendere impossibile l'inserimento del volantino.
Smazzavamo pacchi e pacchi di carta, dato che la quantità di volantini affibbiataci era enorme. Per disfarcene in modo rapido ed efficace, dato che buttarli via sarebbe stato troppo palese, iniziammo a piazzarne manciate sotto i tergicristalli delle auto in sosta, sulle selle dei motorini e delle bici, persino nei cassoni degli autocarri in sosta. Peccato che gli automobilisti in questione, poco lieti di trovare quella tristura commerciale sui loro veicoli, decidevano di disfarsene all'istante. L'imprenditore si incavolò non poco, quando si accorse che strade, piazze e marciapiedi erano tappezzate di foglietti dall'aria familiare. Telefonò a casa di ognuno di noi per farci un sonoro cazziatone, ma appena mio padre sentì il tono minaccioso della sua voce mi strappò la cornetta e gli intimò di pagarmi il lavoro svolto – sottolineando che suo figlio non avrebbe mai più lavorato per uno stronzo del genere.
Il centro commerciale diventò uno di quei posti tristi con uno scadente supermercato, un baretto e una serie di negozi squallidi che chiusero uno dopo l'altro nel giro di poco tempo. Entro qualche anno, venne parzialmente abbattuto e riconvertito a magazzino, senza lasciare grande traccia nella memoria collettiva.
Per i corridoi semideserti risuona: Fountains Of Wayne - The Valley Of Malls
Desideroso di mettere qualche soldo da parte per le lezioni di chitarra, fui uno dei cinque sventurati assoldati per espletare l'opera di “diffusione capillarissima” nei paesini della zona. Scarpinai per pomeriggi interi riempiendo cassette delle lettere situate nei posti più strani. Alcune erano cigolanti e arrugginite, e aspettavano solo di tranciare\affettare\grattugiare le mani, altre collocate in fondo a orifizi di reti che cintavano giardini presidiati da minacciosi molossi, e altre erano talmente piene di schifezze da rendere impossibile l'inserimento del volantino.
Smazzavamo pacchi e pacchi di carta, dato che la quantità di volantini affibbiataci era enorme. Per disfarcene in modo rapido ed efficace, dato che buttarli via sarebbe stato troppo palese, iniziammo a piazzarne manciate sotto i tergicristalli delle auto in sosta, sulle selle dei motorini e delle bici, persino nei cassoni degli autocarri in sosta. Peccato che gli automobilisti in questione, poco lieti di trovare quella tristura commerciale sui loro veicoli, decidevano di disfarsene all'istante. L'imprenditore si incavolò non poco, quando si accorse che strade, piazze e marciapiedi erano tappezzate di foglietti dall'aria familiare. Telefonò a casa di ognuno di noi per farci un sonoro cazziatone, ma appena mio padre sentì il tono minaccioso della sua voce mi strappò la cornetta e gli intimò di pagarmi il lavoro svolto – sottolineando che suo figlio non avrebbe mai più lavorato per uno stronzo del genere.
Il centro commerciale diventò uno di quei posti tristi con uno scadente supermercato, un baretto e una serie di negozi squallidi che chiusero uno dopo l'altro nel giro di poco tempo. Entro qualche anno, venne parzialmente abbattuto e riconvertito a magazzino, senza lasciare grande traccia nella memoria collettiva.
Per i corridoi semideserti risuona: Fountains Of Wayne - The Valley Of Malls
lunedì 12 ottobre 2009
La storia di Brad
Brad K. era convinto di essere il più ffffigo della compagnia.
Ma un giorno gli venne un dubbio.
Forse non era davvero il più ffffigo della compagnia.
Così andò su Facebook e fece il test "quanto sei ffffigo davvero?"
Il risultato fu "sei ffffigo come un cracker vecchio e secco".
Così Brad K. smise di credersi il più ffffigo della compagnia.
Andò in depressione, iniziò a bere, a drogarsi e si suicidò.
Requiem song: 8 Bit Weapon - The day 2D died
Ma un giorno gli venne un dubbio.
Forse non era davvero il più ffffigo della compagnia.
Così andò su Facebook e fece il test "quanto sei ffffigo davvero?"
Il risultato fu "sei ffffigo come un cracker vecchio e secco".
Così Brad K. smise di credersi il più ffffigo della compagnia.
Andò in depressione, iniziò a bere, a drogarsi e si suicidò.
Requiem song: 8 Bit Weapon - The day 2D died
venerdì 9 ottobre 2009
La maestra si è rinsecchita
C'era una volta una maestra che urlava sempre.
Non era una di quelle maestre che urlano e basta, tipo certi cani che abbaiano abbaiano e poi alla fine non mordono mai, anche se fanno un po' paura.
Questa era una che sfornava predicozzi a ciclo continuo col dispenser.
E non fate questa cosa qui che non va bene e io non ho mai visto una classe così e io non so come fanno con voi e allora basta vogliamo smetterla una volta non era così e io non ho mai visto dei bambini che alla vostra età non sanno ancora fare le cose della vostra età e pasticciano i quaderni in questo modo che non è possibile essere così indietro col programma ah ma io dico tutto ai vostri genitori poi faremo i conti all'assemblea e blablabla blablabla blablabla zzzzzzzzzzzzzzz.
Insomma, una noia mortale di maestra.
Così fu che un giorno incominciò a rinsecchirsi.
Prima iniziò ad andare in giro tutta rigida, come se qualcuno le avesse messo al posto delle ossa e degli arti tanti pezzi di legno. Probabilmente se n'era accorta anche lei, ma nessuno poteva dirlo; chi aveva il coraggio di andarglielo a chiedere?
Col passare dei giorni la voce della maestra prese un timbro sempre più quadrato e metallico, come uno di quei robot dai circuiti un po' ossidati. Però voce metallica o no, i discorsi erano sempre i soliti: predicozzi, predicozzi e predicozzi, qualche scheda, predicozzi, note e predicozzi.
Ma il rinsecchimento ormai lo vedevano tutti, e un giorno, prima di entrare in classe, la maestra perse il braccio sinistro. Cascò per terra secco secco, come una fetta biscottata. La maestra fece un'espressione un po' strana ma tentò lo stesso di far finta di niente. Un bambino si alzò dalla seconda fila di banchi, andò a recuperare il braccio e lo posò sulla cattedra. La maestra disse grazie con un filo di voce, prese il suo braccio secco e lo chiuse nel cassetto della cattedra. E iniziò con le solite schede e i soliti predicozzi.
Più passavano i giorni, più la maestra perdeva i pezzi: l'altro braccio, una gamba, un occhio, un orecchio, anche se continuava a sentirci benissimo. Il direttore e i colleghi notarono la cosa, e iniziarono a preoccuparsi un po’, ma non sapevano bene cosa fare, visto che la maestra diceva di stare alla grande e di volere continuare a fare lezione come al solito. Ormai si era ridotta a un mezzobusto, e andava in giro sulla sedia a rotelle. Si doveva fare sempre portare in classe dai bambini, dai bidelli, dai colleghi. Non scriveva più alla lavagna ma in compenso continuava a parlare e a fare i suoi predicozzi. Più li faceva, più si rinsecchiva e perdeva altri pezzi: prima il naso, poi ciuffi interi della permanente e infine la punta del mento, mentre dettava un problema di geometria.
Pochi giorni dopo la maestra si fermò del tutto. Una mattina, al rientro dalla pausa, i bambini stavano lì ad aspettare le solite istruzioni e i soliti predicozzi, ma dalla bocca della maestra non usciva più nulla. Era lì secca e muta, con la faccia che le era diventata color terracotta. Una bambina si alzò per andare a vederla da vicino, facendo scricchiolare la seggiolina sul pavimento. Il rumore fece sbriciolare tutto quello che restava della maestra. Si disfò per terra in un mucchio di granelli, quasi uguali a quelli sul fondo delle scatole di biscotti. Un bambino coraggioso della prima fila fece per assaggiarne uno, ma lo sputò subito perché aveva un sapore amarissimo.
I bambini stettero un po' in silenzio, poi scoppiarono a ridere e chiamarono la bidella, che prese un sacco dell'immondizia e con scopa e paletta fece sparire granelli, pezzi e briciole in due minuti.
Arrivò un'altra maestra che brontolava meno, la sedia a rotelle rimase fino alla fine dell'anno in un angolo a impolverarsi, e nessuno si ricordò più della maestra che si era rinsecchita e delle sue briciole.
The crunchy loudspeaker in the classroom is playing: Alice Cooper - School's Out
Non era una di quelle maestre che urlano e basta, tipo certi cani che abbaiano abbaiano e poi alla fine non mordono mai, anche se fanno un po' paura.
Questa era una che sfornava predicozzi a ciclo continuo col dispenser.
E non fate questa cosa qui che non va bene e io non ho mai visto una classe così e io non so come fanno con voi e allora basta vogliamo smetterla una volta non era così e io non ho mai visto dei bambini che alla vostra età non sanno ancora fare le cose della vostra età e pasticciano i quaderni in questo modo che non è possibile essere così indietro col programma ah ma io dico tutto ai vostri genitori poi faremo i conti all'assemblea e blablabla blablabla blablabla zzzzzzzzzzzzzzz.
Insomma, una noia mortale di maestra.
Così fu che un giorno incominciò a rinsecchirsi.
Prima iniziò ad andare in giro tutta rigida, come se qualcuno le avesse messo al posto delle ossa e degli arti tanti pezzi di legno. Probabilmente se n'era accorta anche lei, ma nessuno poteva dirlo; chi aveva il coraggio di andarglielo a chiedere?
Col passare dei giorni la voce della maestra prese un timbro sempre più quadrato e metallico, come uno di quei robot dai circuiti un po' ossidati. Però voce metallica o no, i discorsi erano sempre i soliti: predicozzi, predicozzi e predicozzi, qualche scheda, predicozzi, note e predicozzi.
Ma il rinsecchimento ormai lo vedevano tutti, e un giorno, prima di entrare in classe, la maestra perse il braccio sinistro. Cascò per terra secco secco, come una fetta biscottata. La maestra fece un'espressione un po' strana ma tentò lo stesso di far finta di niente. Un bambino si alzò dalla seconda fila di banchi, andò a recuperare il braccio e lo posò sulla cattedra. La maestra disse grazie con un filo di voce, prese il suo braccio secco e lo chiuse nel cassetto della cattedra. E iniziò con le solite schede e i soliti predicozzi.
Più passavano i giorni, più la maestra perdeva i pezzi: l'altro braccio, una gamba, un occhio, un orecchio, anche se continuava a sentirci benissimo. Il direttore e i colleghi notarono la cosa, e iniziarono a preoccuparsi un po’, ma non sapevano bene cosa fare, visto che la maestra diceva di stare alla grande e di volere continuare a fare lezione come al solito. Ormai si era ridotta a un mezzobusto, e andava in giro sulla sedia a rotelle. Si doveva fare sempre portare in classe dai bambini, dai bidelli, dai colleghi. Non scriveva più alla lavagna ma in compenso continuava a parlare e a fare i suoi predicozzi. Più li faceva, più si rinsecchiva e perdeva altri pezzi: prima il naso, poi ciuffi interi della permanente e infine la punta del mento, mentre dettava un problema di geometria.
Pochi giorni dopo la maestra si fermò del tutto. Una mattina, al rientro dalla pausa, i bambini stavano lì ad aspettare le solite istruzioni e i soliti predicozzi, ma dalla bocca della maestra non usciva più nulla. Era lì secca e muta, con la faccia che le era diventata color terracotta. Una bambina si alzò per andare a vederla da vicino, facendo scricchiolare la seggiolina sul pavimento. Il rumore fece sbriciolare tutto quello che restava della maestra. Si disfò per terra in un mucchio di granelli, quasi uguali a quelli sul fondo delle scatole di biscotti. Un bambino coraggioso della prima fila fece per assaggiarne uno, ma lo sputò subito perché aveva un sapore amarissimo.
I bambini stettero un po' in silenzio, poi scoppiarono a ridere e chiamarono la bidella, che prese un sacco dell'immondizia e con scopa e paletta fece sparire granelli, pezzi e briciole in due minuti.
Arrivò un'altra maestra che brontolava meno, la sedia a rotelle rimase fino alla fine dell'anno in un angolo a impolverarsi, e nessuno si ricordò più della maestra che si era rinsecchita e delle sue briciole.
The crunchy loudspeaker in the classroom is playing: Alice Cooper - School's Out
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